23 gennaio 2017

Le peculiarità dell’elezione di Tajani alla presidenza del Parlamento Europeo

di Nicolò Carboni

Antonio Tajani è arrivato allo scranno più alto di Strasburgo dopo un’elezione che, seppur per i poco entusiasmanti standard delle cronache parlamentari europee, ha molti tratti peculiari.

L’ex Commissario è riuscito in una duplice prova di forza: unificare attorno al suo nome quel variegato arcipelago di culture, movimenti e personalità che è il Partito Popolare Europeo e costruire un’alleanza in Aula che, per la prima volta in quindici anni, fa a meno degli ex partner del PSE. Tajani è infatti stato eletto coi voti di popolari, liberali (quell’ALDE che appena pochi giorni prima aveva cercato un accordo con Beppe Grillo, fallito repentinamente) e grazie al determinante appoggio del gruppo conservatore guidato dai Tories Britannici. Il candidato sostenuto dal Partito Socialista Europeo - il capogruppo dei deputati progressisti Gianni Pittella, già vice di Martin Schulz durante la scorsa legislatura - ha raccolto, invece, le simpatie esterne della sinistra radicale, dei Verdi e di pochi indipendenti centristi che, tuttavia, non sono bastati per superare numericamente il blocco liberal-conservatore.

Non era mai accaduto che l’elezione del Presidente del Parlamento Europeo diventasse un momento di vera e propria competizione politica. Dal 1979 (anno della prima elezione europea a suffragio universale) la carica è sempre stata assegnata su basi ampiamente consensuali e solo una volta - l’elezione di Pat Cox nel 2002 - si era arrivati al ballottaggio. Anche in quel caso, però, si trattò di una mera tattica parlamentare atta a un conteggio interno dei gruppi maggiori in previsione di futuri accordi.

Lo scontro fra Antonio Tajani e Gianni Pittella, invece, è iniziato all’indomani della rinuncia di Martin Schulz e ha subito assunto i tratti di una vera e propria campagna elettorale, addirittura accompagnata da un dibattito pubblico organizzato dal noto magazine Politico.

Fra comunicati stampa e accuse reciproche, la mediatizzazione del Parlamento è forse il segno più tangibile dell’eredità dell’ormai ex Presidente: Martin Schulz aveva promesso di rendere il Parlamento Europeo più visibile e significativo, a volte in modo molto poco ortodosso, come il tentativo di farsi invitare alla Conferenza di Parigi sul Clima (gli organizzatori hanno risposto che “per ora il Parlamento Europeo non è uno stato sovrano”) o le sue esternazioni sulla Brexit e Donald Trump. Non a caso, durante la conferenza stampa di insediamento, Antonio Tajani ha affermato esplicitamente che non intende “comportarsi da Primo Ministro della UE” e che “il Presidente del Parlamento non ha e non deve avere un’agenda politica”.

Il tentativo di smarcarsi dallo stile del predecessore appare chiaro, così come la strategia del PPE di riportare il potere nelle mani dei gruppi politici a scapito delle figure istituzionali. L’elezione di Tajani e, soprattutto, la sua nomina all’interno del PPE non sarebbe stata infatti possibile senza il silenzioso supporto di Manfred Weber, dirigente di spicco della CDU di Angela Merkel e leader parlamentare dei Popolari Europei. Il bavarese, a lungo considerato un potenziale rivale di Martin Schulz, ha - momentaneamente - messo da parte le ambizioni personali per tessere l’alleanza con liberali e conservatori, portando a compimento un progetto egemonico cui la destra europea ambiva fin dal 2014.

Con Tajani alla guida del Parlamento, infatti, il Partito Popolare Europeo si trova a controllare tutte e tre le principali istituzioni europee, lasciando ai Socialisti solo la guida dell’Eurogruppo e il prestigioso ma poco operativo incarico di Alto Rappresentante per la Politica Estera. Inoltre l’inedita alleanza conservatrice sperimentata con Tajani potrebbe replicarsi anche nell’ambito della quotidiana attività parlamentare. Ciò costringerebbe i socialisti a una scelta dolorosa: la prosecuzione di un compromesso probabilmente distruttivo in termini elettorali o il passaggio all’opposizione con il rischio di venire egemonizzati dalle tendenze più gauchiste, un po’ come accaduto al Labour corbynista.

Il contesto politico europeo, dunque, sembra destinato a cambiare: dopo una fase molto lunga - coincidente più o meno con i dieci anni della Commissione Barroso - in cui la dialettica avveniva più a livello interistituzionale (Parlamento contro Consiglio Europeo con il Berlaymont a fare da mediatore), le affiliazioni politiche si stanno facendo sempre più forti, tanto da rendere contendibile e altamente politicizzata addirittura una carica che dovrebbe essere terza per definizione.

Le onde nel piccolo stagno del Parlamento Europeo, però, altro non sono che il riflesso di quello che accade nel procelloso oceano continentale, con le destre tradizionali indebolite ma ancora solide e una sinistra progressista stretta fra istanze di cambiamento e populismo.

Paradossalmente le parole d’ordine di Trump, ma pure di Marine Le Pen, Farage o addirittura del Movimento 5 Stelle sono molto più destabilizzanti per il campo socialista che per quello conservatore: laddove le destre possono aggiustare approcci e messaggi in maniera quasi automatica senza subire grossi contraccolpi ideologici, a sinistra le grandi sfide della contemporaneità (sicurezza, migrazioni e governo della globalizzazione) sono vissute in maniera molto più convulsa. Non a caso gli ultimi sondaggi danno il Partito Socialista Francese attorno al 14%, il PSOE ha bevuto l’amaro calice del sostegno al governo Rajoy e la SPD si trova a fronteggiare una CDU/CSU che veleggia su percentuali vicine o superiori al 40%. Insomma, se la politica è lo specchio della società appare chiaro che la partita del Parlamento Europeo trascende i classici giochi di palazzo – che pure ci sono stati – per inserirsi in una turbolenza più generale.

Nei prossimi mesi scopriremo come gli smottamenti di questi giorni si tradurranno nel discorso politico ordinario ma, in ogni caso, il Parlamento Europeo - che trent’anni fa la signora Thatcher definì con spregio “a Mickey Mouse Parliament” - sembra destinato a sperimentare ben presto dinamiche inedite e, forse, a raggiungere una nuova consapevolezza del suo ruolo.

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