5 novembre 2018

“Le sanzioni stanno arrivando”

di Carlo Cereti

Winter is coming è il titolo del primo episiodo di una fortunata serie televisiva ricca d’intrighi, di sangue, di morte. «Sanctions are coming» così Donald Trump annuncia l’arrivo delle sanzioni contro l’Iran, sanzioni pensate per far saltare il Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA) siglato dall’Iran con Francia, Gran Bretagna, Germania, Cina, Russia e Stati Uniti (E3 + 3 o P5 +1) per porre fine al programma nucleare iraniano, riportando al contempo la Repubblica islamica al tavolo regionale e nei circuiti economici internazionali. 

Il giorno scelto per l’inizio delle sanzioni è simbolico, il 4 novembre del 1979 un gruppo di studenti rivoluzionari occupava l’ambasciata USA a Teheran, troncando così sul nascere ogni possibile dialogo tra la giovanissima Repubblica e gli Stati Uniti. Da allora i rapporti tra i due Paesi non sono più tornati alla normalità, come testimoniato dagli slogan contro l’America gridati a gran voce nel corso delle manifestazioni che hanno celebrato in Iran il trentanovesimo anniversario dell’evento. Questa data è simbolica anche per noi, cent’anni orsono gli errori seguiti alla fine della Prima guerra mondiale aprirono la strada alla Seconda e così mentre in Italia si celebra il centenario dell’armistizio che pose fine alla Grande guerra, il ritorno delle sanzioni contro l’Iran allontana la prospettiva di una pace duratura in Medio Oriente.

Sanzioni che a parole vorrebbero colpire i grandi interessi militari ed economici, ma che in realtà avranno prima di tutto un impatto sulle famiglie, sui giovani che vogliono studiare all’estero, su quelle stesse persone che votando hanno dato fiducia alle promesse contenute nel JCPOA. Sanzioni che nonostante le esenzioni renderanno più difficile l’approvigionamento di medicine salvavita, che renderanno più difficile l’esistenza ai tanti studenti impegnati a completare gli studi all’estero, che obbligheranno le famiglie a ridurre i consumi, che renderanno impossibili i viaggi all’estero. In pochi mesi il cambio tra toman ed euro è passato da 4.000 a quasi 17.000, scontando in anticipo l’effetto Trump. Pur subendo una forte impennata, fortunatamente i prezzi interni non hanno seguito la stessa dinamica, per cui oggi a Teheran si prende un taxi da nord a sud spendendo l’equivalente di due o tre euro e si mangia in un ristorante medio pagando meno di quanto costerebbe un cappuccino in molti bar del centro di Roma. Più concretamente, il fatto che l’inflazione interna sia ancor oggi inferiore a quanto si potrebbe pensare guardando al solo cambio permette agli iraniani, anche non benestanti, di mantenere un tenore di vita decente, pur dovendo rinunciare a molto. 

Qual è allora lo scopo delle sanzioni reintrodotte da the Donald e quali le vittime di quest’azione? All’epoca di Obama le sanzioni servirono a portare l’Iran al tavolo delle trattative e la promessa di reinserire il Paese nei circuiti internazionali favorì la vittoria del riformista Rohani. Rimetterle oggi sembra voler preludere a una strategia di regime change, peraltro negata da autorevoli ambienti americani, cui pare opporsi simbolicamente Qasem Soleimani, comandante della Forza Quds, quando si fa fotografare anch’egli in stile Trono di Spade affermando «I will stand against you».  Eppure non credo che sia questo il fine ultimo di Trump, più probabilmente vuol solo compiacere gli alleati regionali, costruendosi al contempo una più forte posizione negoziale.  

Le sue azioni vanno, però, a colpire più di tutti la classe media urbana iraniana, gli stessi che hanno parenti in Europa e negli Stati Uniti, che viaggiano per passione o per lavoro, che hanno e vogliono avere rapporti con l’Occidente. Sono gli stessi cittadini che hanno investito sulla speranza nata dall’accordo nucleare. Giovani che hanno creato imprese innovative o che hanno scommesso sulla riscoperta dell’Iran da parte del turismo occidentale. Donne che hanno investito su se stesse, studiando e lavorando per raggiungere la piena indipendenza. Giovani coppie in cerca di una realizzazione professionale, di una casa, di un futuro.

Colpendo indiscriminatamente i cittadini di ogni tendenza, le azioni della Casa Bianca rafforzano quell’amor patrio che è parte essenziale del carattere nazionale iraniano e compattano così in qualche modo governati e governanti; rendono più forti quanti vorrebbero una presa di posizione più ferma e dura, chiudono possibili spazi di dibattito interno. È storia già vista, così accadde durante gli anni della guerra tra Iran e Iraq, così accadde alla fine dell’epoca Khatami.

Certo, il costo del petrolio probabilmente salirà e nonostante l’annunciata creazione di uno Spetial Purpose Vehicle da parte dell’Unione Europea diminuiranno le possibilità di commerciare con l’Iran, ma non è questa la sola posta in gioco. Si tratta qui del destino della regione, di donne e uomini e delle loro legittime aspirazioni, del rischio che l’intera area sprofondi in una cupa spirale di guerra.

Gli altri Paesi protagonisti del JCPOA cercano di resistere all’accelerata voluta dal presidente americano, più decisamente Cina e Russia, che ormai vanno per la loro strada, in modo più diplomatico l’Europa, condizionata dalla strategica alleanza con gli Stati Uniti. Eppure è proprio sulle nazioni che compongono l’Unione Europea che ricade la responsabilità maggiore. È all’Europa che gli iraniani guardano per un modello alternativo all’autocrazia russa e cinese. Per usare una terminologia presa a prestito da Oltreoceano, il Medio Oriente è la nostra “backyard” ed è la regione alla quale ci legano millenni di storia: una pace stabile nella regione MENA è presupposto imprescindibile per la crescita sana del Vecchio Continente. Di questo le autorità europee sembrano essere ben coscienti come testimoniato dall’opera instancabile di Federica Mogherini, impegnata quotidianamente a tessere la tela che altri vorrebbero strappare.  

L’Italia, con altri sette Paesi, è tra le nazioni esentate dall’applicazione immediata delle sanzioni sul petrolio iraniano, unica nazione europea insieme alla Grecia. Questo, alla luce anche dei tradizionali buoni rapporti tra i due Paesi, ci affida l’importante compito di far da ponte tra le due parti nella speranza di un finale diverso.

Non è facile comprendere la logica che guida gli ultimi eventi. Dove si vuole andare? Che idea del futuro dell’Asia occidentale abbiamo? Quella che stiamo vivendo è una storia già vista, le sanzioni economiche sono raramente risolutive, più che i regimi tendono a danneggiare i cittadini e tra questi spesso le parti che più vorrebbero aprirsi al mondo esterno. Non sembra diverso quello che accade oggi, non si colpiscono tanto i grandi attori economici e quanti hanno costruito fortune sul mercato nero cresciuto per aggirare i divieti internazionali, chi soffre è lo studente che non riesce ad aprire un conto, la famiglia che non può investire nel proprio futuro, chi ha doppia cittadinanza ed è di colpo sospetto da un lato e dall’altro. Più ancora delle sanzioni, più ancora della spettacolarizzazione di uno scontro che andrebbe trattato con ben altra discrezione, quello che colpisce, quello che resta incomprensibile è altro: perché dopo aver speso tante energie per far sedere l’Iran al tavolo delle trattative si fa oggi di tutto per farlo alzare? Perché quando la prospettiva di un autentico passo avanti verso la pace diviene concreta, si fa di tutto per lasciarla cadere?

 

Crediti immagine: Mansoreh / Shutterstock.com 

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