11 maggio 2018

Libano, le elezioni degli equilibri instabili

Analizzare l’esito delle elezioni libanesi con i criteri tipici di una democrazia occidentale sarebbe un grave errore. Una parte dei media ha annunciato la vittoria degli Hezbollah, che in effetti hanno ottenuto un buon risultato, esaltato dal loro leader Hassan Nasrallah. Si è trattato però di un successo relativo, che porterà infatti le due formazioni di ispirazione sciita Hezbollah e Amal ad avere insieme 29 seggi (14 sono di Hezbollah) su un totale di 128, con un incremento di 3 deputati rispetto al 2009. Altri osservatori hanno sottolineato che il premier Saad Hariri esce ridimensionato dalle elezioni, avendo perso circa un terzo dei suoi rappresentanti; anche questa sconfitta non è una disfatta perché il Movimento per il futuro rimane comunque, con una ventina di seggi, uno dei partiti con più deputati.

Soprattutto sarebbe un errore credere che i vincitori delle elezioni vadano al governo e quelli che hanno perso si schierino all’opposizione; il governo Hariri era comunque un governo di unità nazionale, a cui Hezbollah partecipava con i suoi ministri. La politica dell’alternanza non si addice alla situazione libanese per vari motivi. In primo luogo, gli elettori tendenzialmente rispettano la loro appartenenza confessionale, quindi le proporzioni in Parlamento tra sciiti, sunniti e maroniti sono in qualche modo permanenti, orientate più dalla demografia che da opzioni ideologiche; la competizione è soprattutto interna alle comunità confessionali, tra i diversi partiti cristiani, sciiti, sunniti.

In secondo luogo, una sorta di patto di stabilità nazionale prevede che il presidente della Repubblica sia maronita, il capo del governo sia sunnita e il capo del Parlamento sia sciita. Si sono presentati alle elezioni del 6 maggio due blocchi fondamentali: la coalizione “14 marzo” e la coalizione “8 marzo”. La prima, di orientamento antisiriano, comprende il principale raggruppamento sunnita, il Movimento per il futuro di Saad Hariri, i due movimenti maroniti Forze libanesi di Samir Geagea e le Falangi libanesi di Sami Gemayel, i drusi di Walid Jumblatt. In questa coalizione il partito sunnita è stato penalizzato, ma le due componenti maronite hanno incrementato i loro consensi.

La coalizione “8 marzo” si fonda invece sull’alleanza tra la Corrente patriottica libera del presidente maronita Michel Aoun e gli sciiti di Amal e di Hezbollah; se il risultato degli sciiti è buono, la Corrente patriottica libera ha ottenuto un risultato positivo solo in alcuni collegi, collezionando 20 seggi, che diventano 28 con quegli degli alleati, e non riuscendo in definitiva ad accreditarsi come rappresentante principale della componente maronita. Quindi, se si può parlare di vittoria della coalizione “8 marzo”, questa appare molto contenuta, senza che riesca ad esprimere una maggioranza stabile. D’altro canto, la maggior parte dei protagonisti della vita politica libanese sembra voler continuare sulla strada dell’unità nazionale, senza escludere componenti confessionali dal governo. Lo stesso Hariri è, secondo molti osservatori, la persona più accreditata per guidare il nuovo esecutivo di unità nazionale.

Si permane in una situazione di fragile stabilità, senza né vinti né vincitori, poiché nel Libano attuale non ci possono essere; le aspettative della gente comune verso la politica sono forse minori rispetto al passato e i votanti sono stati soltanto il 49,2 % degli aventi diritto, con un netto calo rispetto al 2009.

Coloro che speravano in un rinnovamento della politica libanese sono rimasti delusi: i partiti non legati strettamente alle confessioni religiose non hanno ottenuto risultati significativi e le donne elette nel nuovo Parlamento, nonostante le numerose candidature, sono aumentate soltanto da 4 a 6. Alla fine, è soprattutto chi pensava che la pressione internazionale e le paure diffuse penalizzassero Hezbollah e spingessero questa formazione ai margini delle istituzioni a valutare negativamente l’esito delle elezioni. Il successo, sia pur parziale, di Hezbollah è vissuto comunque come una minaccia da Israele e seguito con preoccupazione dagli Stati Uniti.

 

Crediti immagine: da Anton Nossik. Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

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