21 luglio 2020

Libia, forze in campo e scenari possibili

 

Dal 2011 si è assistito a cambiamenti radicali nello scenario libico. Dalla guerra tra milizie, che aveva caratterizzato l’immediato post-Gheddafi, passando per la guerra civile, seppure finanziata dalla longa manus dei vari sponsor esterni, la Libia oggi è il teatro di una guerra internazionale che vede il coinvolgimento diretto di numerosi player esterni e che, di fatto, è sfuggita di mano ai libici stessi. La Turchia è intervenuta apertamente a sostegno di Fayez al-Sarraj schierando sul campo diverse migliaia di combattenti, droni, artiglieria di precisione, sistemi di difesa aerea etc. La Russia, oltre ai mercenari del gruppo Wagner, ha inviato 14 caccia nella base di Jufra in sostegno dell’autoproclamato Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar. Secondo indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, nelle ultime settimane, aerei cargo militari russi hanno fatto regolarmente la spola tra la Siria e la Libia, facendo intendere che Mosca potrebbe aver consegnato ulteriori armi ad Haftar. Da tempo gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto sostengono le truppe del generale con artiglieria, droni e mercenari provenienti soprattutto dal Sudan. Nel frattempo dopo aver costretto le forze di Haftar a battere in ritirata dall’area di Tripoli, le milizie turche mirano a Sirte, città contesa in cui si trovano circa il 70-80% delle risorse petrolifere del Paese. Il ministro degli Esteri turco ha annunciato che il governo di Tripoli, appoggiato da Ankara, lancerà un’operazione militare se le forze armate di Haftar non si ritireranno da Sirte. La risposta del presidente egiziano al-Sisi non si è fatta attendere, definendo la città “una linea rossa invalicabile” da tutelare, se necessario, anche con un intervento militare. Nel frattempo gli Stati Uniti, defilati da tempo dal teatro libico, sembrano rientrati in partita, denunciando lo schieramento dei caccia russi nel Paese: lo spauracchio di una base russa in Libia ha fatto rialzare il livello di allerta americano.

 

Questo, in sintesi, il quadro libico. Se al momento la situazione sembra essere “congelata”, ogni pezzo del puzzle di una nuova escalation di violenze sembra al suo posto: i caccia russi sono schierati a sud di Sirte, gli armamenti turchi nella base di al-Watiya ad ovest di Tripoli, i cacciabombardieri emiratini sono dislocati nella base aerea egiziana di Sidi el-Barrani, non lontano dal confine libico. Nel frattempo l’Egitto compie esercitazioni militari su vasta scala nella regione occidentale al confine con la Libia. Prove di “guerra fredda” o anticamera di un nuovo atto del conflitto libico?

 

La prima ipotesi è quella di uno scontro diretto. Da un lato la Turchia a supporto del Governo di accordo nazionale e dall’altro il ricco parterre degli alleati di Haftar. In questo caso se la Turchia decidesse di lanciare un’offensiva verso est il rischio di un intervento militare egiziano, sostenuto dagli Emirati e dai russi, non sarebbe da scartare. Gli scontri potrebbero interessare direttamente Sirte e Jufra e le conseguenze potrebbero essere devastanti per entrambe le parti e potrebbero aprire la strada a un maggiore coinvolgimento degli USA ben consci dei rischi che la NATO correrebbe in caso di un avamposto russo in Cirenaica. Prova ne sia che Trump ha messo da parte le vecchie divergenze col Sultano in nome della Realpolitik per “continuare una stretta collaborazione” in Libia. Il presidente americano potrebbe sostenere anche militarmente la Turchia in Libia in quanto membro della NATO (con basi strategiche nevralgiche) anche in cambio del ruolo di “argine” all’accordo tra Cina e Iran che potrebbe vedere un rafforzamento di Teheran nel quadrante Mediterraneo. Per ora gli Stati Uniti hanno schierato forze militari da combattimento in Tunisia. Se è vero che Africom (il comando militare americano per l’Africa) ha chiarito che la brigata di supporto alle forze di sicurezza tunisine fa parte di un programma di assistenza militare, è altrettanto vero che la tempistica di questo intervento, la repentina apertura alla Turchia e il rinnovato interessamento all’ex Jamahiriya non sono da trascurare.

 

Dall’altra parte non va sottovalutato che né Ankara né Il Cairo né tantomeno Mosca vorrebbero impantanarsi in una lunga guerra in Libia, quanto piuttosto “ritagliarsi” i propri interessi senza spendere ulteriori risorse ma facendo fruttare quanto già investito nel Paese. Per questo potrebbero approfittare di una opzione diplomatica capace di soddisfarli. Le pressioni internazionali tese a scongiurare una violenta battaglia tra le due fazioni libiche e i loro sponsor esterni sono sempre più numerose. Secondo alcuni media arabi sarebbero in corso trattative tra diversi attori regionali e internazionali per convincere Haftar e i suoi alleati a far riprendere la produzione petrolifera. Si parla anche di minacce statunitensi nei confronti di Haftar e di possibili sanzioni. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha ipotizzato la smilitarizzazione di Sirte e Jufra, creando una zona cuscinetto presidiata da forze neutrali, proposta appoggiata dagli Stati Uniti ma di complessa attuazione, vista la riluttanza di Russia e Turchia, ma anche delle varie fazioni libiche che non vogliono sul campo forze straniere. È probabile che, come già accaduto lo scorso gennaio, saranno Mosca e Ankara a tentare una mediazione, disegnando le rispettive sfere di influenza che, però, dovranno tenere conto delle richieste egiziane e di altri attori impegnati fin qui nella guerra libica. In questo momento un accordo tra i due non potrebbe prescindere dalla spartizione di Sirte e Jufra, il che potrebbe favorire l’uscita di scena di Haftar dal tavolo delle trattative in favore del presidente del Parlamento di Tobruk, Aghila Saleh, vicino all’Egitto più di quanto non lo sia Haftar (sostenuto in maniera “decisa” solo dagli Emirati) e apparentemente più propenso a una mediazione con Tripoli. Resta ora “il punto interrogativo” degli americani. Quanto saranno disposti a cedere ai russi in caso di accordo? Difficile dirlo, specie in un momento in cui gli USA, oltre a dover fronteggiare il Covid, in preoccupante espansione nel Paese, sono già proiettati verso le prossime elezioni che potrebbero cambiare radicalmente la posizione americana in caso di una sconfitta di Trump. Al momento, viste le contingenze, potrebbero assecondare un accordo non troppo sbilanciato verso Mosca, facendo leva sulla Turchia, defilandosi momentaneamente dalla Libia, in cambio delle garanzie di Ankara sia sul teatro nordafricano sia come argine a un possibile allargamento dell’Iran.

I giochi, dunque, sono ancora tutti da fare e, anche se l’opzione “diplomatica” pare al momento la più plausibile, la Libia resta uno Stato pericolosamente in bilico sull’orlo del baratro.

 

Crediti immagine: TonelloPhotography / Shutterstock.com

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