11 luglio 2019

Libia senza pace, tra migranti e impasse internazionale

di Michela Mercuri

Il recente bombardamento da parte delle forze del Libyan national army di Khalifa Haftar contro un centro di accoglienza di migranti nella città Tagiura, in cui hanno perso la vita più di cinquanta persone, ha riacceso i riflettori sulla crisi che attanaglia l’Ovest libico da più di tre mesi. Lo scorso 4 aprile, infatti, il generale ha attaccato Tripoli, confidando in una rapida conquista della capitale grazie al supporto di importanti alleati regionali tra cui i Sauditi e gli Emirati. Tuttavia, le milizie fedeli al Governo di accordo nazionale (GNA, Government of Nationl Accord), guidato da Fayez al-Sarraj, sono riuscite a bloccarne l’avanzata, generando una sorta di guerra “a bassa intensità” che ha mietuto centinaia di vittime. Il conflitto sembra destinato a durare ancora a lungo poiché le parti in lotta mirano a ottenere la vittoria militare, mentre la comunità internazionale appare incapace di esperire un tentativo di mediazione in grado di ripristinare le condizioni di sicurezza.

 

L’impasse internazionale

Neppure dopo il “massacro di Tajoura” gli attori internazionali sono stati in grado di assumere una posizione chiara e condivisa. Poche ore dopo l’accaduto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha convocato una riunione di emergenza per discutere della situazione in Libia e prendere le misure necessarie per porre fine alle violenze in corso nel Paese. La prima “fumata nera” è arrivata a poche ore dall’incontro. Gli USA si sono rifiutati di firmare una bozza di risoluzione proposta dalla Gran Bretagna ‒ che si limitava a condannare l’accaduto ‒ in attesa di indicazioni da Washington, mal celando una endemica indecisione sulla strategia da utilizzare nello scenario libico, anche a causa degli interessi in gioco con l’Arabia Saudita, gli Emirati e l’Egitto, alleati di ferro di Haftar. D’altra parte molte delle armi utilizzate dalle varie fazioni, tra cui l’F16 che ha compiuto il bombardamento, sono state vendute dagli americani alle potenze del Golfo che le hanno “cedute” ai loro alleati sul terreno, in violazione dell’embargo ONU che vieta la vendita di armi all’ex Jamahiriya. Un minimo accordo è stato trovato solo dopo il tardivo placet americano e il Consiglio di sicurezza ha chiesto un cessate il fuoco urgente, sottolineando la necessità per tutte le parti di procedere a una de-escalation. Parole che suonano come un generico monito, ma che non chiariscono la posizione del generale Haftar, colpevole dell’eccidio. È evidente che, al di là delle oggettive difficoltà di mediazione in una situazione così complessa, gli interessi degli alleati del generale sono più forti della volontà di fare realmente luce sull’accaduto.

 

La “bomba migranti”

A gettare ulteriore benzina sul fuoco è stato, poi, al-Sarraj che, a poche ore dall’attacco di Tajoura, ha dichiarato di voler chiudere tutti i centri di accoglienza sotto il controllo delle autorità libiche, liberando i circa 6.000 migranti presenti perché non più in grado di garantirne la sicurezza. La notizia è rimbalzata sui media creando serie preoccupazioni per il possibile arrivo di un’ondata migratoria sulle coste italiane. In realtà la questione andrebbe ridimensionata. Se è vero che il leader onusiano aveva già discusso di questa ipotesi con alcuni dei suoi “fedelissimi”, è altrettanto vero che l’apertura dei centri senza un piano di evacuazione concordato con le istituzioni internazionali sarebbe dannoso per al-Sarraj e potrebbe mettere a rischio la vita degli stessi migranti. In primo luogo il leader del GNA, in questo momento, è in una posizione di vantaggio. Dopo la perdita della città di Gharyan da parte di Haftar, che ne aveva fatto la sua roccaforte nell’Ovest libico, al-Sarraj ha riacquistato la fiducia di alcuni attori internazionali, rinsaldando anche la partnership con l’Italia. Per questo difficilmente metterebbe a rischio il supporto (anche economico) che sta ricevendo da Roma. In secondo luogo, se da un lato è auspicabile sottrarre i migranti ai rischi del conflitto e alle drammatiche condizioni in cui sono costretti a vivere, dall’altro non va sottovalutato il fatto che molti potrebbero essere intercettati dalle organizzazioni criminali che lucrano sul traffico di esseri umani e condotti in altri centri, specie nel Sud.

 

Quali possibili scenari?

Da quanto sin qui detto è evidente che una soluzione win win è impraticabile poiché i due contendenti vogliono vincere la guerra e non riconoscono più la reciproca autorità. Per Haftar fermarsi o arretrare vorrebbe dire perdere tutto, per al-Sarraj e le milizie a lui fedeli intavolare un dialogo con il generale vorrebbe dire perdere una guerra che, in questo momento, lo vede in vantaggio. Stando così le cose lo scenario più plausibile è quello di una ulteriore escalation di violenze. La Turchia continua ad armare le milizie pro-Sarraj, mentre Haftar ha lanciato la seconda fase dell’offensiva su Tripoli, coinvolgendo nuovi battaglioni che già in passato si erano resi protagonisti di violente azioni a Derna e Bengasi. Dalla sua, nonostante le deboli prese di posizione internazionali, ha ancora delle carte da giocare. Armi e mercenari continuano ad arrivare da Riyad, da Abu Dhabi e da altri “insospettabili” sponsor, mentre si sta rafforzando l’asse tra lo storico alleato egiziano al-Sisi e il presidente americano Trump che potrebbe portare acqua al suo mulino, rimescolando gli equilibri sul terreno. All’orizzonte, dunque, non sembra esserci pace per la Libia sempre più lacerata da una guerra per procura manovrata dagli attori esterni ma che si gioca all’interno sulla pelle dei civili, libici e migranti.

 

Immagine: Ribelli libici ad Ajdabiya, Libia (7 aprile 2011). Crediti: Rosen Ivanov Iliev / Shutterstock.com

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