10 gennaio 2020

Libia, sulla via di una nuova intesa russo-turca

di Michela Mercuri

Un cessate il fuoco a partire da sabato notte. Questa è la soluzione prospettata per la Libia a margine dell’incontro che si è svolto l’altro ieri a Istanbul tra il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e quello russo, Vladimir Putin. Un accordo prevedibile alla luce dei numerosi interessi tra Ankara e Mosca che vanno ben oltre la ex Jamahiriya. In ballo non c’è solo l’affare miliardario della vendita alla Turchia da parte della Russia di sistemi missilistici S-400, che di per sé sarebbe già un buon motivo per “sedersi a un tavolo”, ma anche questioni energetiche come il progetto del Turkish Stream, il gasdotto che consentirà alle forniture russe di arrivare direttamente in Turchia attraverso il Mar Nero. La Russia è il secondo partner economico di Ankara, che nel 2018 ha visto aumentare le sue esportazioni verso Mosca del 50% rispetto agli anni precedenti. Non servono altre parole per spiegare quanti siano gli interessi in ballo e di quale portata.

Non resta ora che da capire se il piano russo-turco sia destinato a durare. Dalla loro Mosca e Ankara hanno acquisito vantaggi sul terreno grazie alle forniture di armi e militari ai due contendenti in campo, Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar, che hanno permesso loro di divenire attori indispensabili per i due “leader libici” e dunque player che potrebbero riportare i riottosi avversari a più miti consigli. Un cessate il fuoco potrebbe dunque realizzarsi, per lo meno nel breve periodo. Tuttavia, la situazione sul terreno resta incandescente. Le forze dell’Esercito nazionale libico guidate dal generale Haftar e supportate, fin qui, dai mercenari russi del Gruppo Wagner e da sauditi ed emirati, hanno conquistato parte di Sirte e mirano a Tripoli, sede del Governo di accordo nazionale (GNA) di al-Sarraj. Ci sono, poi, nutriti gruppi di jihadisti che operano nel Sud del Paese e che potrebbero approfittare della tregua per rinvigorire il loro potere, puntando verso la costa.

Al di là di ciò che accade sul terreno, però, ci sono ben altri aspetti che vanno considerati e che riguardano il ruolo di alcuni Paesi dello scacchiere internazionale. Come già ricordato, Putin ed Erdoğan sembrano puntare anche in Libia a una nuova pax russo-turca sulla falsariga di quella in atto in Siria, escludendo, di fatto, molti altri attori. Un patto destinato a mettere sempre più ai margini gli Stati Uniti, impegnati in altre spinose questioni, come la recente crisi che si è aperta con l’Iran, ma soprattutto l’Unione Europea (UE) e, in particolare, l’Italia.

Quest’ultima ha mostrato tutta la sua debolezza davanti a una situazione che avrebbe potuto gestire in maniera diversa, evitando che il perdurante accantonamento del dossier libico permettesse alla Turchia di occupare gli spazi vuoti lasciati da Roma nell’Est del Paese. Ora l’Italia sembra aver perso Tripoli. Non è un caso se l’incontro tra la delegazione di Bruxelles (composta dall’alto rappresentante UE, Josep Borrell, e i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia) e il GNA, previsto per il 7 gennaio scorso per trovare una mediazione politica alla crisi bellica in atto, sia stato liquidato da al-Sarraj con un laconico  «Non venite in Libia». Al di là delle questioni di sicurezza, visti i recenti bombardamenti all’aeroporto di Tripoli, c’è un evidente disinteresse da parte del GNA di dare spazio a trattative diverse da quelle che hanno portato all’accordo tra Tripoli e Ankara dello scorso 27 novembre che garantisce al leader onusiano l’appoggio militare di Erdoğan.

Resta, infine, una domanda: ci sono ancora margini per un’azione italiana ed europea? Al momento sembrerebbe di no. Paradossalmente, l’unica possibilità starebbe nel fallimento della tregua concordata da Russia e Turchia. A quel punto l’Europa potrebbe rientrare “in partita” per tentare di ristabilire una minima pace nel Paese. Per farlo, però, dovrà accantonare il mantra della “soluzione diplomatica” – difficile da realizzare in un Paese in cui c’è una vera e propria guerra civile ‒ e individuare strumenti diversi quali, ad esempio, il blocco navale: una decisione politica, ma supportata anche da un’operazione militare da attuare contro i mezzi che trasportano materiale bellico in Libia.

In seconda istanza l’Europa, nel caso di un cedimento nell’accordo russo-turco, potrebbe tentare di far sedere questi attori a un tavolo allargato cercando di proporre soluzioni che, però, dovrebbero essere accettate da Russia e Turchia. Detta in altri termini, nella migliore delle ipotesi, chi ha voluto rovesciare il regime di Gheddafi per avere le fette della torta libica dovrà accontentarsi comunque delle briciole.

 

Immagine: Vladimir Putin, a sinistra, e Recep Tayyip Erdoğan, a destra, Istanbul, Turchia (19 novembre 2018). Crediti: quetions123 / Shutterstock.com

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