3 maggio 2020

Libia, tra gli scontri si delinea il futuro del paese

 

Pochi giorni fa il generale Khalifa Haftar si è autoproclamato “capo unico della Libia” confidando in una sorta di “delega” da parte di tutta la popolazione, comprese le numerose milizie e tribù dell’ovest che aveva bombardato fino a qualche ora prima. Una sorta di “tentato golpe” che però non ha ricevuto il consenso né dei libici, compresi molti degli abitanti della Cirenaica, né, soprattutto, di alcuni dei suoi “storici” sponsor internazionali che, per inciso, gli hanno fin qui permesso di portare avanti l’offensiva verso Tripoli. Tra questi la Russia e l’Egitto, che hanno avuto reazioni molto negative sulla decisione del capo miliziano della Cirenaica di tentare il colpo di mano per divenire il nuovo raìs. Nel frattempo, le forze del Governo di unità nazionale libico (GNA) del premier Sarraj, grazie alle milizie turche a lui fedeli, hanno progressivamente recuperato terreno a sud di Tripoli, riconquistando le roccaforti che Haftar aveva bombardato qualche giorno prima, compreso il centro storico della città e alcuni quartieri residenziali.

L’ultima città, in ordine di tempo, quasi totalmente in mano alle milizie di Sarraj è Tarhuna, luogo nevralgico per il generale. Qui, infatti, ha stabilito il proprio comando operativo nell’ovest. Tarhuna è l’unico avamposto che permette alla prima linea dell’Esercito nazionale libico (LNA) di ricevere i rifornimenti dei suoi alleati, Emirati arabi uniti in primis. Una volta venuto a mancare il sostegno strategico (in particolare benzina e munizioni) i suoi uomini non potranno resistere a lungo contro le forze di Sarraj. Queste ultime, invece, continuano a ricevere materiali ed equipaggiamenti da Ankara che, a scanso di equivoci, ha letteralmente trasferito nell’ovest libico anche una parte dei jihadisti prima impegnati nei teatri levantini. Davanti a uno scenario decisamente poco favorevole, Haftar ha tentato il tutto per tutto chiedendo una tregua per il rispetto del mese di Ramadan, tregua evidentemente respinta da Serraj che si trova in una posizione di forza mai raggiunta da circa un anno a questa parte, da quando, cioè, il generale ha iniziato l’offensiva verso Tripoli confidando in una sua rapida capitolazione. 

Da quanto detto è facile evincere come negli ultimi giorni l’offensiva abbia subito una rapida escalation, tanto che, ora, parlare di “guerra a bassa intensità” come è stato fin qui fatto, è un eufemismo. Ma c’è di più, per la prima volta Haftar appare confuso e in grande difficoltà. Un personaggio divenuto improvvisamente anacronistico in una Libia che, tra mille difficoltà, cerca un destino diverso.

Seppure sia ancora in corso una guerra, da più parti arriva la spinta a pensare una nuova Libia, puntando su figure politiche emergenti e capaci di condurre il Paese verso un nuovo, difficile, percorso istituzionale. Tra gli interlocutori “papabili” vi è Aguila Saleh, presidente della camera dei rappresentanti di Tobruk, vicino ad Haftar ma decisamente più collaborativo con la comunità internazionale. Saleh ha recentemente dichiarato di voler proporre una sua iniziativa per una soluzione politica basata sulle norme libiche e sociali, confermando la collaborazione con la comunità internazionale per risolvere politicamente la crisi attraverso la formazione di un comitato costituzionale con venti rappresentanti provenienti da ciascuna delle tre regioni della Libia. Nell’est, invece, ci sono figure politiche che, per le capacità fin qui dimostrate anche a livello internazionale, potrebbero essere importanti per il futuro del Paese, come il vicepresidente Ahmed Maiteeq o il ministro degli interni Fathi Bashaga. Potrebbero essere loro gli interlocutori migliori per una comunità internazionale sempre più incapace di trovare una soluzione alla complessa questione libica. Giova ricordare che nel Paese, al momento, ci sono almeno tre emergenze: quella militare, già illustrata; quella sanitaria con il coronavirus che in questa situazione senza controllo potrebbe espandersi e quella economica, con il blocco del petrolio deciso lo scorso gennaio dal generale Haftar che ha fatto crollare la produzione da 1,20 mln di barili al giorno a 70mila.

Nonostante la situazione sul campo, però, da un punto di vita strategico i progressi del GNA non sembrano preludere a una riconquista del Paese, né vi sono i presupposti perché la guerra possa dilagare anche a est. Resta il rischio che le forze jihadiste che combattono tra le fila turche possano rafforzarsi nell’ovest del Paese e, dunque, a poche miglia dalle coste italiane. Detta in altri termini, seppure dalla conferenza di Berlino dello scorso 19 gennaio lo scenario sembra essere profondamente mutato, la comunità internazionale ha ancora spazi per recuperare il tempo perso. Anche se la situazione si è ulteriormente aggravata, dopo le dimissioni di Ghassan Salmè, inviato Onu per la Libia, questo non può costituire un pretesto per evitare di riaprire un dialogo tra le parti che questa volta non dovrebbe includere Sarraj e Haftar che hanno fin qui dimostrato di non avere né le intenzioni né le capacità di realizzare alcun passo avanti verso un qualunque colloquio, quanto piuttosto “volti nuovi” della politica libica  e, soprattutto, i poteri locali, tribù, municipalità e alcune milizie. Sono loro ormai i veri rappresentanti dei libici. Dopo tanti vertici inconcludenti, dovrebbe essere evidente che senza un vero dialogo intra-libico qualunque tentativo di mediazione è destinato a fallire.

 

 

Immagine: Bandiera della Libia sullo sfondo di una città non a fuoco. Rendering 3D. Crediti: Natanael Ginting  / Shutterstock.com

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