6 novembre 2019

Lindsay Hoyle, il nuovo speaker della Camera dei Comuni inglese

di Domenico Cerabona

Oggi il Parlamento di Westminster verrà sciolto per essere riconvocato il 13 dicembre, il giorno dopo le elezioni politiche che ne sceglieranno la nuova composizione. Prima di “dissolversi”, però, la House of Commons ha eletto il suo nuovo presidente.

Nel panorama istituzionale continentale, e in particolare italiano, è un fatto totalmente impensabile che una Camera elegga il proprio presidente come ultimo atto di una legislatura, ma questo deriva dal fatto che – almeno in linea teorica – nel Regno Unito lo Speaker della House of Commons è una carica “immune” dai cambiamenti politici ed elettorali della Camera che presiede e, anzi, la durata stessa del suo mandato è, per consuetudine, slegata dalle legislature parlamentari.

Come spesso accade nel Regno Unito, però, non esiste una normativa scritta precisa sulla figura dello speaker, per cui la durata stessa del mandato è totalmente affidata alle consuetudini parlamentari. Consuetudini che, in caso di una crisi istituzionale come quella che sta vivendo dal 2016 la Gran Bretagna, vengono piegate e divengono teatro di polemica politica.

Lo Speaker della House of Commons è un parlamentare che viene eletto in due fasi, la prima con uno scrutinio segreto che ha il compito di fare una selezione tra tutti i candidati (si sono presentati ai nastri di partenza in sette, cinque laburisti e due conservatori). Una volta conclusa questa fase – in cui viene escluso ad ogni votazione il candidato con il numero minore di voti sino a quando non ne rimangano solo due o uno dei candidati non ottenga la maggioranza assoluta dei voti espressi – il Father of the House (il parlamentare più “anziano” e cioè con più anni in Parlamento che ha l’incarico di presiedere la fase di elezione dello speaker) chiede alla Camera di eleggere con voto palese – e per consuetudine unanime – il vincitore della fase a scrutinio segreto.

Non appena eletto lo speaker rinuncia alla propria affiliazione politica e diventa un parlamentare indipendente che non partecipa ai voti della House of Commons a meno che questa non arrivi allo stallo di un “pareggio”. A quel punto lo speaker esprime il suo voto che, per consuetudine, è sempre in favore della posizione del governo.

Per garantire la sua imparzialità (e la sua rielezione) i principali partiti del Paese non presentano candidati nel collegio di elezione del presidente, che viene indicato sulla scheda elettorale come “Speaker seeking re-election”. Formalmente il presidente decade insieme alla Camera e alla riapertura della House of Commons in seguito alle elezioni è necessaria una nuova elezione, ma questa volta – sempre per consuetudine – la rielezione è automatica e si procede per acclamazione con voto palese. Questo fino a quando lo stesso speaker non decida di dimettersi, innescando così la procedura di selezione di cui sopra.

D’abitudine lo speaker rimane in carica per un periodo non superiore ai nove anni, ma, come detto, la durata stessa del mandato non è normata in maniera formale. A causa del subbuglio parlamentare provocato dalla Brexit, quella di John Bercow – in carica per dieci anni – è stata la presidenza più lunga del dopoguerra e, nel Novecento, i due presidenti che sono rimasti in carica oltre i nove anni lo hanno fatto in periodi in cui il Regno Unito era in guerra o impegnato ad evitarne una.

John Bercow, tuttavia, è stato un presidente controverso in molti aspetti della sua presidenza e anche la decisione di dimettersi dalla carica è stata conseguente al suo “personaggio”. Il 9 settembre 2019 l’ormai ex speaker aveva infatti annunciato l’intenzione di non ricandidarsi se il Parlamento avesse votato per nuove elezioni (come chiedeva per la prima volta Johnson in quell’occasione) e – provocatoriamente e sapendo che quella mozione sarebbe stata bocciata – aveva dichiarato che in ogni caso il 31 ottobre (data all’epoca prevista come termine ultimo per compiere la Brexit), si sarebbe dimesso dal ruolo di speaker. Nel suo discorso, Bercow aveva espresso la precisa volontà che il suo successore fosse eletto da questo Parlamento invece che da una nuova legislatura più influenzabile dalla nuova maggioranza e composta da parlamentari meno esperti. Bercow, centrando in pieno la previsione, immaginava che in ogni caso intorno alla data del 31 ottobre il Parlamento e il governo avrebbero in un modo o nell’altro concordato di indire nuove elezioni politiche, lasciando però una finestra di tempo per eleggere il nuovo speaker.

Questo spiega perché due giorni fa si è proceduto all’elezione di Sir Lindsay Hoyle alla carica di Speaker della House of Commons. Come consuetudine (parola ricorrente, ce ne rendiamo conto) ad un parlamentare conservatore ne succede uno laburista.

Hoyle è infatti dal 1997 un MP (Member of Parliament) della constituency di Chorley, eletto nelle file del Partito laburista. Il nuovo presidente è un figlio d’arte, poiché suo padre Doug è stato parlamentare del Labour quasi ininterrottamente dal 1974 al 1997, anno in cui, mentre il figlio varcava le soglie della House of Commons, veniva nominato Lord e dunque membro a vita dalla House of Lords, la Camera alta nella quale ancora oggi siede.

Hoyle è sin dal 2010 vicepresidente della Camera che da ieri sera presiede, e in questi anni si è conquistato la reputazione di uomo delle istituzioni, costruendo attorno a sé un consenso diffuso e una reputazione di imparzialità che lo hanno reso sin dall’inizio il favorito alla successione a Bercow. La sua candidatura è frutto infatti di una collaborazione anche con eminenti esponenti del Partito conservatore e questo spiega perché sin dalla primissima votazione Hoyle si sia assicurato quasi la maggioranza assoluta ad ogni scrutinio segreto nonostante ‒ come detto ‒ i candidati ai nastri di partenza fossero ben sette, inclusa una sua collega vicepresidente ed eminente esponente Tories, Eleanor Laing.

Il nuovo speaker, per indole, ma anche per volontà politico-istituzionale, si preannuncia come un presidente molto diverso rispetto a Bercow. Il presidente uscente infatti, favorito certamente dall’aver presieduto la Camera in un periodo politicamente così instabile e con governi senza maggioranza su aspetti cruciali del proprio operato, si è contraddistinto per il grande interventismo, in particolare nell’ostacolare il governo nei suoi tentativi di bypassare passaggi parlamentari che si prevedevano difficili. Bercow ha anche rivoluzionato il Prime Minister’s Questions Time del mercoledì, che prima consisteva nel confronto tra primo ministro e leader dell’opposizione e poche altre domande da parte di altri parlamentari, trasformandolo in una seduta fiume in cui il governo, per la gioia dei backbenchers (e cioè i parlamentari “semplici”, non membri né del governo né del gabinetto ombra dell’opposizione), era obbligato a rispondere anche per ore a tutte le domande del Parlamento. Inoltre, Bercow ha riscoperto vecchie pratiche parlamentari che favorivano l’approvazione di provvedimenti legalmente vincolanti per il governo anche se provenienti dall’opposizione, così come favorito l’utilizzo delle domande urgenti (urgent questions) per permettere ai parlamentari di obbligare il governo a rispondere anche al di fuori del Questions Time. D’altronde Bercow ereditava un Parlamento travolto dallo scandalo dei rimborsi elettorali, in cui decine di parlamentari sono stati “pizzicati” a inserire come spese di rappresentanza acquisti personali e del tutto slegati dall’attività parlamentare, e lo ha rimesso al centro della vita istituzionale del Paese. In questa opera ha piegato in proprio favore il malleabile impianto delle consuetudini parlamentari, inimicandosi il suo stesso partito che – infatti – non è scontato che (se dovesse tornare al governo) lo nomini Lord a vita, come accade sempre per gli speaker dopo le dimissioni.

Lindsay Hoyle si presenta dunque come uno speaker più imparziale e – soprattutto – meno protagonista della battaglia parlamentare, anche se questo dipenderà molto dalla conformazione del Parlamento che uscirà dalle urne il 12 dicembre.

Nel Regno Unito siamo infatti ora in piena campagna elettorale, con tutti i partiti che hanno ormai lanciato la loro corsa e iniziato a dispiegare le macchine elettorali. Si stanno poco a poco delineando le varie strategie, in maniera – per il momento – abbastanza prevedibile.

Johnson vuole centrare la sua campagna sull’ormai rodato slogan “Get Brexit done”: chiede ai cittadini britannici un mandato pieno per poter approvare in tempi brevi l’accordo da lui trattato con l’Unione Europea (UE), procedere ad una Brexit ordinata e alla stipula di nuovi trattati commerciali a partire da un nuovo accordo con gli Stati Uniti e il suo grande amico Donald Trump. Il primo ministro è arrivato addirittura a scrivere una provocatoria lettera a Jeremy Corbyn in cui chiede al leader laburista di dire chiaramente quale sia la sua posizione sul tema Brexit.

Di par suo il leader dell’opposizione vuole parlare il meno possibile dell’uscita dall’Unione Europea per concentrarsi, come nel 2017, su temi di politica interna quali la disuguaglianza, la crisi climatica e la carenza di fondi dell’NHS (National Health Service), il servizio sanitario nazionale. Per quanto riguarda la Brexit, la posizione è quella approvata alla conference laburista di settembre: negoziare un nuovo accordo con l’UE costruito attorno all’idea di fare parte di una unione doganale, e sottoporre l’accordo ad un referendum confermativo in cui l’alternativa sia l’opzione di annullare la Brexit.

I sondaggi, che sono da prendere con le pinze avendo fallito miseramente nel predire i risultati almeno dal 2015 in poi, per ora danno i Tories con un solido vantaggio nei confronti del Labour, anche se si nota una tendenza – man mano che ci si avvicina alla scadenza elettorale – alla polarizzazione nei confronti dei due partiti principali a scapito dei due vincitori delle elezioni europee dello scorso giugno: il Brexit Party di Nigel Farage e i LiberalDemocrats di Jo Swinson.

Per il 19 novembre è previsto sul canale ITV il primo confronto televisivo tra Corbyn e Johnson che, a differenza della May, ha annunciato che prenderà parte a questi scontri pre-elettorali confermando la presenza anche a quello che organizzerà la BBC con tutti i leader dei partiti che partecipano alle elezioni.

Su questi più grandi partiti britannici domina poi il convitato di pietra, l’SNP (Scottish National Party), il partito nazionalista scozzese, che quasi sicuramente farà nuovamente il pieno nella propria terra e che potrebbe confermarsi, con poco più o poco meno di un milione di voti, il terzo partito a Westminster.

Per quella data anche grazie alla pubblicazione del manifesto elettorale di ciascun partito, il programma elettorale che nel mondo anglosassone ha una valenza in qualche modo formale che gli attribuisce una importanza ben maggiore rispetto ai programmi elettorali italiani, sarà possibile farsi un’idea più chiara dell’andamento di questa breve campagna elettorale invernale che rischia di consegnare al Regno Unito un altro “hung parliament”. È concreta per l’appunto la possibilità che nessun partito sarà in grado di esprimere una maggioranza assoluta senza formare una coalizione o un governo di minoranza.

In quel caso il ruolo dello speaker sarà giocoforza centrale e potremmo imparare a conoscere meglio il mite – quantomeno in apparenza – Lindsay Hoyle.

 

Immagine: Lindsay Hoyle (1 giugno 2017). Crediti: Chris McAndrew (https://api20170418155059.azure-api.net/photo/aNmJtA7U.jpeg?crop=MCU_3:2&quality=80&download=true Gallery: https://beta.parliament.uk/media/aNmJtA7U) [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], attraverso Wikimedia Commons, successivamente modificata

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