26 aprile 2018

Lo scandalo Windrush e il futuro degli europei nel Regno Unito post Brexit

di Domenico Cerabona

In Gran Bretagna infuria il cosiddetto “scandalo Windrush” che, oltre a mettere in grande difficoltà il governo conservatore di Theresa May, sta creando ansia anche nei cittadini europei residenti nel Regno Unito in vista della Brexit.

La Windrush era una nave che nel 1948 portò in Inghilterra il primo flusso di quella che poi venne definita, proprio in onore di quel primo viaggio, la “Windrush generation”. Si trattava di lavoratori provenienti dalle ex colonie britanniche nei Caraibi con il compito di contribuire alla ricostruzione della “Madre Patria” dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale.

Secondo la legge del 1948, essendo cittadini del Commonwealth delle nazioni, l’organizzazione internazionale che raccoglie gli Stati che una volta componevano l’impero britannico, questa generazione di immigrati caraibici era considerata a tutti gli effetti costituita da cittadini britannici e dunque, tecnicamente, non da immigrati. Nel 1971 la legge cambiò: i cittadini del Commonwealth non avrebbero più goduto dello status automatico di cittadini britannici. Da questo provvedimento vennero però esclusi i membri della Windrush generation, che erano liberi di rimanere nel Regno Unito come cittadini britannici: tuttavia nel 1971 non venne dato loro nessun documento speciale che attestasse la loro appartenenza a questa “generazione”, veniva loro riconosciuto lo status di “immigrati regolari” senza avere un “pezzo di carta” che lo certificasse. Per quanto possa sembrare strano, in realtà non si tratta di una circostanza così eccezionale in un Paese in cui, va ricordato, non esiste un documento di identità simile alla nostra carta di identità o, volendo portarsi agli estremi, una Costituzione formalmente definita.

Questi cittadini di origine caraibica hanno vissuto tranquillamente sino al 2012 quando, con l’intento di creare un “clima ostile” per gli immigrati irregolari nel Regno Unito, il ministro degli Interni di allora, Theresa May, varò un provvedimento che rendeva obbligatorie delle prove certe di cittadinanza al fine di accedere ad alcuni servizi fondamentali quali, ad esempio, le cure mediche, la stipula di contratti di affitto e l’accesso al sistema pensionistico. Questo provvedimento, fortemente voluto e difeso da Theresa May nonostante alcuni membri dell’opposizione di allora (tra cui l’attuale ministro degli Interni del governo ombra, la laburista Diane Abbot) avessero anticipato alcuni dei disagi che avrebbe comportato una decisione del genere, ha causato enormi problemi alla Windrush generation. Infatti, come detto, questi cittadini spesso non sono in possesso di alcun documento ufficiale che testimoni la legalità del proprio arrivo nel Regno Unito o che ne certifichi in maniera burocratica la residenza. Il risultato è stato che oltre 50.000 cittadini britannici hanno dovuto subire disagi come vedersi negate le cure mediche, comunicazioni dal ministero degli Interni che mettevano in dubbio il loro diritto a rimanere nel Regno Unito e, in alcuni casi limitati, addirittura la minaccia di subire l’espatrio coatto.

Questo scandalo, ampiamente ripreso da tutta la stampa britannica di ogni orientamento politico, ha travolto doppiamente il primo ministro Theresa May: sia in quanto estensore del provvedimento del 2012 che ha causato l’escalation sia perché proprio sotto la sua premiership il problema è venuto alla luce in tutta la sua drammaticità, obbligando – anche sotto la forte pressione dell’opposizione laburista, in particolare durante il question time del mercoledì in Parlamento – il governo a scusarsi pubblicamente per quanto accaduto.

Quanto successo alla Windrush generation sta creando più di una preoccupazione nei cittadini europei residenti nel Regno Unito, soprattutto visto lo stato precario in cui vertono le trattive della Brexit che si dovrebbero concludere nel marzo del 2019.

Resta infatti del tutto incerto quale sarà l’accordo finale tra Regno Unito e Unione Europea su quello che è il tema più delicato di tutti, ovvero quello dell’emigrazione e del futuro status degli immigrati provenienti dall’Unione. Un tema che investe una enorme comunità di persone: circa tre milioni di cittadini stando alle cifre ufficiali, ma probabilmente molte di più.

Numerosi di questi cittadini sono nostri connazionali: ufficialmente sono 256.253 gli italiani che risiedono nel Regno Unito e che sono iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), ma sappiamo che potrebbero essere circa il doppio considerando i nostri connazionali che risiedono in Gran Bretagna senza essersi iscritti all’anagrafe.

In queste comunità sta crescendo la paura di “fare la fine” della Windrush generation: molti di questi cittadini europei risiedono in alcuni casi da decenni nel Regno Unito, ma – non avendone di fatto bisogno – non hanno mai formalizzato la loro residenza. Godendo dello status di cittadini europei residenti in un altro Paese dell’Unione infatti, spesso non avevano bisogno della residenza britannica per lavorare, accedere alle cure mediche o affittare un alloggio.

Proprio come sta avvenendo ora nel caso della Windrush generation rischiano, se il tema non dovesse essere affrontato e risolto definitivamente in sede di trattative, di vedere cambiare improvvisamente il loro status di cittadini e, di pari passo, veder messo in pericolo il loro futuro nel Paese in cui risiedono, lavorano e in cui hanno famiglia e affetti.

Cosa accadrà, una volta che il Regno Unito avrà abbandonato l’Unione Europea, a questi cittadini europei? Subiranno anche loro il “clima ostile” che sta subendo ora la Windrush generation?

Nonostante le rassicurazioni del governo di Sua Maestà, queste preoccupazioni non paiono infondate se si considera con quanta difficoltà il ministero degli Interni sta affrontando una difficoltà tecnica che riguarda un numero di cittadini molto ridotto in termini assoluti (circa 50.000, come ricordato sopra) a fronte dei milioni di europei che, dopo questo scandalo, guardano con ancora più preoccupazione alle trattative per la definitiva sistemazione di un evento, già di per sé drammatico – dal loro punto di vista, quantomeno – come la Brexit.


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