12 giugno 2018

Lo storico incontro tra Trump e Kim Jong-un

di Vincenzo Piglionica

Hotel Capella, isola di Sentosa, Singapore.

Oggi, gli occhi del mondo sono puntati in questa direzione, per uno dei vertici più attesi dell’anno: quello tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il supremo leader nordcoreano Kim Jong-un. Un summit fino a pochi mesi fa difficile persino da immaginare, se si torna indietro con la memoria alla decisa accelerazione impressa da Pyŏngyang al suo programma nucleare e alle piccate risposte dell’inquilino della Casa bianca, pronto di volta in volta a ricordare alla controparte la straordinaria forza militare statunitense e quanto più grande fosse il bottone nucleare collocato sulla sua scrivania rispetto a quello nelle disponibilità della Corea del Nord. La Storia e la geopolitica non si lasciano tuttavia imbrigliare in schemi precostituiti e ora i due leader sono lì, pronti a suggellare ufficialmente l’allentamento della tensione e a discutere concretamente delle prospettive di stabilizzazione della penisola coreana.

Reduce da un summit del G7 in cui ha sconfessato via Twitter gli alleati occidentali, nel quadrante geopolitico dell’Estremo Oriente Trump sembra essersi mosso in queste ore con maggiore cautela, parlando al telefono sia con il primo ministro giapponese Shinzo Abe che con il presidente sudcoreano Moon Jae-in, importanti alleati di Washington nella regione. Da una parte, c’è piena cognizione del fortissimo significato dell’incontro, reso possibile grazie a un paziente lavoro diplomatico e ad aperture politiche prevedibili ma non per questo scontate. Dall’altra, c’è comunque la assoluta consapevolezza che l’incontro sull’isola di Sentosa rappresenta soltanto il primo passo di un percorso inevitabilmente lungo – «È l’inizio di un processo» ha riconosciuto Trump – e non privo di insidie, perché anche sulla semantica occorrerà discutere e negoziare, limare e correggere, rivedere e riscrivere.

A pochi giorni dal summit, gli analisti non si sbilanciavano: i due interlocutori, del resto, non lasciavano spazio a facili previsioni. Anzi, a poco meno di venti giorni dalla data fissata per l’incontro, tutto è parso sul punto di saltare: dopo un nuovo inasprimento della retorica, era stato infatti il presidente Trump ad annunciare – il 24 maggio – che il vertice non si sarebbe tenuto, denunciando l’‘aperta ostilità’ di Pyŏngyang nei confronti di Washington. Motivo dell’irritazione di Trump, le dichiarazioni della viceministro degli Esteri nordcoreana Choe Son-hui, che aveva definito il vicepresidente USA Mike Pence un ‘manichino politico’ per i suoi commenti «ignoranti e stupidi» circa il rischio che il regime della Corea del Nord – in mancanza di un accordo sulla denuclearizzazione – «faccia la fine della Libia». Meri fatti secondo Pence, una minaccia inequivocabile per Pyŏngyang: Gheddafi accettò infatti di rinunciare ai propri arsenali nel 2003, ma il suo regime fu poi rovesciato nel 2011. Trump lasciava però la porta socchiusa: dopo le ultime schermaglie, era forse opportuno constatare che i tempi non erano maturi per il summit, ma la Casa bianca era pronta a riconsiderare le proprie posizioni se il regime nordcoreano avesse mostrato le sue buone intenzioni.

Così, dopo lo storico vertice di aprile nel villaggio di confine di Panmunjŏm, Kim Jong-un e il presidente sudcoreano Moon tornavano a incontrarsi, per lanciare un messaggio sulle reali intenzioni di dialogo di Pyŏngyang. Ed era proprio Moon a confermare che l’impegno di Kim alla denuclearizzazione della penisola coreana era sincero, puntualizzando però come il supremo leader – a suo parere – non si sentisse sufficientemente rassicurato dalle posizioni di Washington. Nel frattempo, anche la diplomazia a stelle e strisce si riattivava e una delegazione statunitense raggiungeva la Corea del Nord per discutere dei dettagli del summit con la controparte: il 12 giugno come data dell’incontro tornava così di attualità. Il 1° giugno toccava invece a Kim Yong Chol – importante autorità nordcoreana – recarsi alla Casa bianca per incontrare Trump e consegnargli una lettera del supremo leader, contenuta in una busta le cui notevoli dimensioni hanno incuriosito gli osservatori, impegnati a chiedersi quale significato potesse celarsi dietro tale simbologia.

Dunque, crisi rientrata e summit confermato.

Per Kim Jong-un, il solo fatto di sedere al tavolo con Trump è una vittoria, a dimostrazione della sua capacità di pensare strategicamente. Costruito il suo arsenale e raggiunte le capacità tecnologiche per colpire l’America, il supremo leader nordcoreano ha ritenuto di aver conseguito il massimo livello possibile di deterrenza, tale da distogliere Washington da qualsiasi tentazione di regime change. Così, ha deciso di giocare la carta dell’apertura diplomatica, innanzitutto verso Seoul – favorito anche dall’arrivo alla presidenza sudcoreana di una figura dialogante come Moon Jae-in – e poi verso gli Stati Uniti. Per Pyŏngyang dunque, il ‘sì’ statunitense al confronto è il simbolo inequivocabile del riconoscimento del suo status geopolitico, che non viene scalfito da relative concessioni alla controparte come la moratoria sui test nucleari e missilistici – oramai ritenuti non più necessari – o la distruzione del sito nucleare di Punggye-ri, con il regime che potrebbe costruire in qualunque momento nuovi tunnel per i suoi esperimenti.

Dall’altra parte, l’amministrazione Trump può invece fare leva sulle pressioni esercitate sulla Corea del Nord e indicare nelle sanzioni volute da Washington la reale motivazione che ha spinto il regime al dialogo, pena il rischio di soccombere. La prospettiva di contribuire in maniera decisiva alla stabilizzazione di un fronte aperto dai tempi della guerra fredda rappresenta poi per l’inquilino della Casa bianca un’occasione di grande rilievo per consolidare la sua immagine.

Dal punto di vista negoziale, gli Stati Uniti hanno assicurato che manterranno la barra dritta: a differenza di quanto accaduto in passato – e in particolare con le precedenti amministrazioni, secondo la narrativa di Trump – questa volta Washington non cederà alle mere dichiarazioni d’intenti di Pyŏngyang, ma si riterrà soddisfatta solo quando disporrà di prove certe della piena, totale e verificabile denuclearizzazione della penisola.

È qui però che entra in gioco la semantica, perché le parti hanno mostrato di avere un’idea diversa della denuclearizzazione: alla luce degli sforzi compiuti è infatti difficilmente ipotizzabile che Kim acconsentirebbe a rinunciare – sic et simpliciter e a scatola quasi chiusa – a quella che ritiene una vera e propria assicurazione sulla vita. Pyŏngyang ha sempre affermato con convinzione che la denuclearizzazione deve articolarsi per fasi progressive, e tale processo deve essere accompagnato da concessioni su più vasta scala, atte a garantire che il regime nordcoreano possa avere un presente e un futuro.

Da programma, Trump e Kim si sono prima incontrati per un faccia a faccia diretto, solo con gli interpreti presenti; poi sono stati raggiunti dalle rispettive delegazioni. Al termine del confronto, il presidente statunitense – che si era già detto sicuro che i colloqui sarebbero stati «un grande successo» – ha dichiarato di aver stretto un «legame molto speciale con Kim», sottolineando di aver visto in lui «un uomo di talento che ama molto il suo Paese». Anche il supremo leader – ricorrendo a toni meno enfatici – ha riconosciuto il valore storico del summit, evidenziando che il mondo vedrà ben presto i cambiamenti derivanti dalla decisione delle parti di «lasciare il passato alle spalle». Trump e Kim hanno inoltre siglato un documento in cui hanno definito l’obiettivo dello sviluppo di nuove relazioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, l’interesse comune a una pace stabile e duratura nella penisola coreana e l’impegno di Pyŏngyang alla denuclearizzazione: punti abbastanza vaghi e generici, che hanno portato alcuni analisti a parlare di risultati modesti, ma da un primo incontro era difficile attendersi molto di più. 

«C’è eccitazione nell’aria!» aveva twittato al suo arrivo a Singapore il presidente statunitense, che già nella serata asiatica ripartirà alla volta degli USA. Perché gli sforzi diplomatici sortiscano effetti, è pero necessario che a questa prima, storica stretta di mano, ne seguano molte altre.  

 

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