09 maggio 2017

Macron, la vittoria di un leader personale

di Fortunato Musella

La recente ascesa di Emmanuel Macron ha alimentano il dibattito su come la Francia si stia italianizzando, con la sponda di una struttura istituzionale che enfatizza e rafforza  – De Gaulle docet – la figura del presidente della Repubblica. Senza dubbio, in fatto di personalizzazione della politica l’Italia ha il suo primato. Erano i primi anni Novanta quando Silvio Berlusconi creava in pochi mesi Forza Italia, trasformando abilmente la sua azienda in macchina politica per il consenso personale. Da allora il nostro Paese si è presentato come un laboratorio, spesso denigrato, di partiti e partitini personali, dall’Italia dei valori di Di Pietro sino al movimento-partito di Grillo. Altre volte la stessa tendenza si è articolata nei termini di trasformazione dei vecchi partiti di massa: è il caso dell’affermazione di Matteo Renzi all’interno del Partito democratico, con conseguente torsione leaderistica delle sue strutture e del rapporto con l’elettorato. A destra come a sinistra, la perdita di peso delle strutture collegiali a favore degli attori monocratici ha trovato così tante conferme che la categoria del “partito personale” – coniata dallo scienziato della politica Mauro Calise* – è di frequentissimo uso del linguaggio corrente.

Macron è sembrato raccogliere il testimone dei partiti personali. In una competizione che per la prima volta escludeva al secondo turno i candidati dei partiti tradizionali, i Repubblicani del centrodestra e i Socialisti del centrosinistra, è riuscito ad imporsi con un partito fondato da poco più di un anno: En Marche!, con le stesse iniziali, appunto, del suo leader. Rispetto alla personalizzazione della politica – il fenomeno più importante della politica contemporanea – non appare però molto utile rilevare quanto essa si sta diffondendo oltre i nostri confini nazionali. Più significativa, invece, è la constatazione che la personalizzazione sta conoscendo un salto di scala, tanto da allontanare le sue più recenti manifestazioni dai modelli originari; che porta i leader non solo a dirigere i vecchi partiti di massa, ma in qualche modo a farne a meno.

Macron realizza, infatti, le tre condizioni che dettano, in diverse democrazie occidentali, l’ascesa dei «personal leader»**. In primo luogo, sviluppa un rapporto diretto con i cittadini, spesso emozionale, mai intermediato dai partiti politici (e qualche volta anche conquistato attraverso la critica a questi ultimi). Nonostante sia stato ministro dell’Economia, Macron si presenta come un giovane outsider della politica, lontano dagli schemi politici e dalle appartenenze del passato, in una campagna elettorale dove il particolare biografico e le doti personali contano più delle piattaforme ideologiche, il leader più di destra e sinistra.

In secondo luogo, si afferma un principio monocratico di governo, che porta la direzione di partiti a fondersi con la guida dell’esecutivo, una circostanza che in Francia è inscritta sul sistema semipresidenziale ma che va diffondendosi anche nei regimi parlamentari. Il nuovo presidente francese vi aggiunge un’alta considerazione del suo ruolo storico, come ha confermato il filosofo Marcel Gauchet, per il quale Macron «ha la vocazione gollista dell’uomo che pensa di aver una missione da compiere per il paese»***.

Infine, il rapporto tra leadership politica e business tende a divenire sempre più stretto. L’analisi delle post-presidency, vale a dire lo sbocco occupazionale cui sono destinati i presidenti e primi ministri dopo il mandato democratico, indica chiaramente un probabile inserimento nel mondo della consulenza o degli affari, con Tony Blair e Gerhard Schröder a costituire due dei più chiari e illustri esempi. I trascorsi di Macron gli sono valsi l’appellativo di “Mozart della finanza” e molti osservatori hanno visto dietro il suo partito una fitta rete di investitori. È ragionevole pensare che la permanenza all’Eliseo non escluda che Macron torni ancora a vestire i panni del banchiere di successo o del businessman. E si può addirittura sospettare che il Presidente inizi a maturare tale aspirazione mentre è ancora alla guida della più estesa democrazia europea.

Tutti punti che apportano cambiamenti radicali alla democrazia rappresentativa e importanti sfide al governo democratico. Se, infatti, i leader personali riescono a conquistare rapidamente il potere, essi difficilmente possono appoggiarsi alle strutture di partito nelle attività di indirizzo politico. Senza il partito è anche difficile conservare un buon rapporto tra la sfera del governo e quella del parlamento, che a sua volta appare sempre più diviso e frammentato. Tanto più che, dopo le legislative di giugno, Macron potrebbe non ottenere i numeri per una solida maggioranza in Assemblea nazionale. Il presidente più giovane di Francia potrebbe, dunque, trovarsi a recitare un copione già scritto. Ma a differenza che in Italia avrà dalla sua parte le regole istituzionali, con il semipresidenzialismo francese ad assicurargli cinque anni al vertice dello Stato.

 

* Nella nuova edizione, si veda Mauro Calise, Il Partito personale. I due corpi del leader, Roma-Bari, Laterza, 2010.

** Così come definito nel volume di Fortunato Musella, Political Leaders beyond Party Politics, London, Palgrave, 2017.

*** Mauro Zanon, Al grido di “Europa!” Macron lancia la conquista dell’Eliseo, in Il Foglio, 5 febbraio 2017.

 


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