08 maggio 2017

Macron presidente

di Stefano Carpentieri

Dopo due settimane di campagna elettorale aspra, culminata in uno scontro tra Marine Le Pen e Emmanuel Macron che giovedì scorso, in un dibattito in diretta nazionale, li ha visti confrontarsi duramente, il vincitore è di nuovo il favorito dei sondaggi: il trentanovenne Emmanuel Macron, capofila del movimento En Marche! e, ad oggi, il più giovane Presidente della Repubblica francese mai eletto.

Con il senno di poi è facile dire che questa vittoria era inevitabile, soprattutto considerando le scarse performance dei partiti di centristi, l’aggressività delle posizioni di estrema destra ed estrema sinistra e l’accorta campagna elettorale adottata dal movimento En Marche! Ma il paradosso di questa vittoria è che a spuntarla in una campagna molto polarizzata, segnata da scandali politici e attacchi terroristi, condotta sulla scia delle inaspettate vittorie del fronte pro Brexit e dell’amministrazione Trump, sia stato proprio il candidato che meno si è schierato su posizioni di principio e con un programma che, ad eccezione della forte impronta europeista, è rimasto a lungo molto vago. Un candidato attaccato dagli altri contendenti per la sua scarsa esperienza politica, per il suo trasformismo, per i suoi contatti con il mondo della finanza e dei mass media e per i suoi trascorsi negli anni di presidenza di François Hollande, ma che è riuscito a fare di tutte queste “debolezze” altrettanti punti di forza.

Già nel primo turno delle elezioni presidenziali gli elettori francesi avevano sancito il loro distanziamento dai vecchi partiti politici. Il profilo di Emmanuel Macron conferma questa tendenza. Macron non può essere considerato un uomo di partito e i suoi legami con il Partito socialista francese non sono fortissimi. Dopo aver frequentato, come tanta parte della classe dirigente francese, l’ENA (Ecole Nationale d’Administration), Macron è divenuto ministro dell’Economia e delle finanze nel governo Valls forte delle competenze acquisite durante gli anni spesi nella banca Rothschild. Sebbene oggi, negli anni della crisi post 2008, il ruolo delle banche d’affari si sia un po’ appannato, nell’immaginario comune essere un banchiere di successo è ancora indicativo di grandi qualità professionali.

La campagna del movimento En Marche!, d’altra parte, non ha cercato fin dall’inizio di attrarre voti con slogan forti e prese di posizione intransigenti, ma, al contrario, ha voluto rivolgersi agli elettori meno schierati, anche per cercare di colmare gli spazi vuoti lasciati da partiti sempre più invischiati in beghe interne. Macron si è rivolto ad elettori sia di destra che di sinistra, cercando di ascoltare le istanze di tutti (facendo qualche volta delle gaffe), ma mostrando la sua ferma intenzione di unire dove molti altri guadagnavano voti creando fratture nella società.

 


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