14 luglio 2020

Messico, tra dignità e interesse nazionale

 

Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino

agli Stati Uniti

(Porfirio Díaz, presidente del Messico)

 

Gli scorsi 8 e 9 luglio, Andrés Manuel López Obrador, presidente del Messico, ha fatto la sua prima visita all’estero, 19 mesi dopo essere entrato in carica. Si è recato a Washington per incontrare il suo omologo americano Donald Trump e firmare un nuovo accordo commerciale, il T-MEC (Tratado entre México, Estados Unidos y Canadá), che sostituisce il NAFTA, in vigore dal 1994, e che si estende anche al Canada. Il NAFTA aveva consentito agli scambi commerciali tra i due Paesi di raggiungere nel 2019 l’impressionante cifra di 614,5 miliardi di dollari, di cui 358 miliardi di esportazioni messicane verso il vicino settentrionale, mentre i messicani, a loro volta, hanno importato merci per 256 miliardi. Il surplus commerciale favorevole al Messico ha registrato un aumento del 26,2%, raggiungendo 101 miliardi di dollari. Il Messico è diventato così il principale partner commerciale degli Stati Uniti.

 

La storia del Messico è triste, come quella di tutte le popolazioni indigene del continente americano. L’arrivo dell’impero spagnolo con Hernán Cortés nel 1519, insieme a 500 soldati, pose fine alla civiltà azteca che costruì piramidi, città, sviluppò l’agricoltura. La sua capitale Tenochtitlán, oggi Città di Messico, contava più di 250 mila abitanti. Il conquistatore e i suoi uomini non erano in cerca di un incontro tra civiltà, né volevano comprendere una magnifica cultura né estendere la fede cristiana. Cercavano l’oro, solo l’oro, e quindi schiavizzarono, sottomisero e distrussero un intero popolo. Presto arrivò anche la Chiesa cattolica con sacerdoti, croci e santi per eliminare gli dei aztechi, imporre il loro Dio e appropriarsi delle terre. Alla fine del XIX secolo, il clero possedeva il 50% delle proprietà e i proventi di queste ultime, mentre oro, argento e cioccolato viaggiavano incessantemente verso Europa.

 

Al momento dell’indipendenza dalla Spagna, nel 1810, il territorio del Messico copriva regioni che attualmente appartengono al vicino settentrionale: California, Nevada, Utah, New Mexico, Colorado, Arizona, Wyoming, Kansas, Oklahoma e Texas. Oggi il Paese ha una superficie di quasi 2 milioni di km2, vale a dire 6,5 volte quella dell’Italia, 128 milioni di abitanti, che parlano più di 60 lingue indigene riconosciute; 22 milioni di persone vivono nella sua capitale.

 

Il Rio Grande separa il Messico dagli Stati Uniti, con cui condivide un confine di 3.155 km, lungo il quale oggi il presidente Trump costruisce un muro per impedire l’ingresso di «immigrati illegali, stupratori, criminali, e droghe», come ha detto, chiedendo anche che esso debba essere costruito a spese dei messicani. Le accuse al Messico, insieme a un discorso razzista e xenofobo, facevano parte della base su cui il presidente USA ha costruito la sua campagna presidenziale, che ha trovato sponda nei settori più conservatori e reazionari dell’elettorato. Da parte sua, il presidente López Obrador ha reagito durante la sua campagna lanciando un libro, Hey Trump!, nel 2017, con il quale ha risposto duramente alle offese contro i messicani: «Donald Trump e i suoi consiglieri si esprimono sui messicani come Hitler e i nazisti si riferivano agli ebrei poco prima di intraprendere la famigerata persecuzione e l’abominevole sterminio dei fratelli ebrei».

 

Innumerevoli volte Trump ha insultato i messicani, ferendo la loro dignità e il loro orgoglio nazionale, non solo come candidato ma anche come presidente. Pertanto, è stato sorprendente che entrambi i leader abbiano cambiato i toni del loro discorso pubblico, passando dalle rimostranze all’amicizia, facendo tabula rasa del passato. Dopo aver ricevuto a Washington López Obrador, che vi si è recato con un volo di linea e in classe economica, Trump ha dichiarato: «Siamo commossi dal fatto che la sua prima visita all’estero sia negli Stati Uniti, è un onore che sia stato alla Casa Bianca. Le nostre relazioni non sono mai state così strette. Le nostre relazioni sono basate sulla fiducia e sul rispetto reciproco». Gli insulti sono stati messi da parte. Il presidente messicano ha fatto lo stesso, sottolineando che: «Ciò che apprezzo di più è che non si è mai cercato di imporci nulla che violi o colpisca la nostra sovranità». Non è stato detto nulla su chi sosterrà i costi per la costruzione del muro, né se le espulsioni e le restrizioni sugli ingressi dei migranti dal sud del Rio Grande continueranno.

 

I due leader hanno in questo frangente interessi diversi. Il Messico è il mercato più importante per le esportazioni statunitensi, di particolare rilevanza in un momento in cui Trump sta cercando di ridare fiato all’economia. Peraltro, il presidente USA sta ora calando nei sondaggi per le elezioni del prossimo novembre, per le quali avrà bisogno di tutti i voti possibili, anche di quelli degli ispanici, tra cui i messicani, che rappresentano il 13% dell’elettorato, quasi 29 milioni di persone. López Obrador aveva promesso una crescita annuale del 4% dopo aver assunto la presidenza e ha chiuso il 2019 con un indice negativo, per la prima volta in 10 anni, del -0,1% del PIL. L’FMI ​​e altre istituzioni internazionali prevedono che quest’anno l’economia subirà un calo del 10% a causa della pandemia di Coronavirus e della contrazione dell’economia globale. Uno scenario del genere lascia poche possibilità alla dignità e tutto ciò che rimane è mettere al primo posto l’interesse nazionale.

 

L’opinione pubblica messicana si è divisa nel giudizio sul viaggio di López Obrador a Washington. L’ex ministro degli Affari esteri, ex ambasciatore ed ex vicepresidente della Corte internazionale di giustizia, Bernardo Sepúlveda ha dichiarato prima del viaggio: «È estremamente sconveniente per l’interesse nazionale. Secondo me, non esiste una base politica che spieghi una visita di questo tipo». La stessa opinione è stata condivisa dalla sinistra messicana. Tuttavia, il viaggio è stato un successo e una sorpresa per tutti. Esso è stato preceduto da alcuni gesti di apertura da parte di Trump, come la vendita al Messico di 1.000 respiratori all’inizio della pandemia di Covid-19 o il suo supporto nell’ambito dell’OPEC, dove gli USA si sono offerti di contribuire con una loro quota alla riduzione della produzione petrolifera messicana che era stata concordata. E, naturalmente, López Obrador ha fatto il più grande gesto per Trump nel mezzo campagna elettorale: non incontrando e non menzionando durante la sua visita il candidato democratico, Joe Biden. Una cosa in cambio di un’altra: l’America first per Trump e l’interesse nazionale prima di tutto il resto per il presidente messicano.

 

Immagine: Da sinistra, López Obrador e Donald Trump alla Casa Bianca (8 luglio 2020). Crediti: Official White House Photo by Tia Dufour [Public Domain Mark 1.0], attraverso www.flickr.com

 


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