29 maggio 2020

Minneapolis, Stati Uniti

 

Mercoledì abbiamo dedicato la newsletter di AtlanteUSA2020 a George Floyd, l’ultimo di una lunga serie di afroamericani morti, da disarmati, per mano della polizia. Negli ultimi 20 anni è accaduto altre 21 volte, quasi sempre nell’ultimo decennio. Michelle Bachelet ‒ ex presidente del Cile e ora alto commissario dell’ONU per i diritti umani ‒ è intervenuta ieri ufficialmente chiedendo agli Stati Uniti di adottare misure adeguate a contenere il fenomeno. L’ha definita «l’ultima di una lunga serie di omicidi di afroamericani disarmati commessi dalla polizia americana o da privati cittadini» per i quali gli Stati Uniti «dovrebbero assicurare giustizia». Dice l’alto commissario: «Le procedure devono cambiare, devono essere messi in atto meccanismi di prevenzione e, soprattutto, i funzionari di polizia che ricorrono a un uso eccessivo della forza dovrebbero essere accusati e condannati per i crimini commessi». E poi: «accolgo con favore il fatto che le autorità federali abbiano annunciato l’avvio immediato delle indagini (…), ma in troppi casi, in passato, tali indagini hanno portato alla giustificazione degli omicidi per motivi discutibili, oppure a comminare sanzioni solo di tipo amministrativo». E per chiudere: «il ruolo che la discriminazione razziale, radicata e pervasiva, svolge in tali atti deve essere pienamente esaminato, adeguatamente riconosciuto e affrontato». La morte di George Floyd è divenuta un fatto politico globale. Però è anche un fatto politico molto locale. La reiterazione della violenza della polizia su afroamericani disarmati la trasforma in un fatto nazionale, ma vale la pena parlare di Minneapolis: un piccolo laboratorio politico sconvolto da un fatto di sangue, il secondo in 5 anni. Nel 2015 un altro afroamericano, Jamar Clark, è morto per mano della polizia: a suo dire Clark, da terra, avrebbe tentato di impadronirsi della pistola di un poliziotto.

 

Minneapolis, però, è una città che possiede antiche radici progressiste e operaie (sorge lungo il Mississippi, e forma un’unica area metropolitana con la città di Saint Paul, che si trova esattamente sull’altra riva del fiume). Il Partito democratico, in città, è al potere ininterrottamente dal 1978; lo Stato ‒ il Minnesota ‒ vota senza soluzione di causa per un candidato presidente democratico dal 1976 (nessun altro Stato del Paese ha una storia elettorale così stabile). Il partito si chiama in realtà Minnesota Democratic-Farmer-Labor Party, da quando ‒ a metà degli anni Quaranta ‒ il Partito democratico e il Farmer-Labor Party si fusero in un’unica entità politica, federata con il Partito democratico nazionale: uno degli artefici della fusione fu Hubert Humphrey, il futuro vicepresidente di Lyndon Johnson (ed ex sindaco di Minneapolis, ma anche quello della famigerata Convention di Chicago del 1968).

 

La storia di quel periodo è suggestiva: il Farmer-Labor Party ha un nome che ci ricorda la natura del Minnesota, divisa fra industria pesante e anima agricola (ancora oggi, è lo Stato con la più alta percentuale di cooperative agricole degli USA); Humphrey divenne negli anni Quaranta un fervente anticomunista, poiché dovette rintuzzare il serio tentativo di una componente comunista di impadronirsi della nuova formazione unitaria. Ci sarebbero tante storie da raccontare ‒ l’antica anima populista e quella sindacale; la forza del Farmer-Labor Party come terzo partito; l’anima “quasi” socialdemocratica dello Stato (una suggestione rispetto alle origini nordeuropee delle prime ondate di immigrazione, in uno Stato che ha una delle più alte percentuali di luterani del Paese); la propensione alla partecipazione elettorale (in Minnesota non ci si deve registrare al voto in anticipo, e questo fa sì che vada a votare quasi l’80% dei cittadini, contro il 60% circa del resto del Paese); una delle comunità LGBT più grandi e attive del Paese, con base a Minneapolis; la vittoria elettorale dell’ex wrestler Jesse Ventura, che divenne governatore nel 1999 capeggiando un terzo partito. E poi, recentemente, l’ascesa del nuovo Partito democratico, nella sua anima femminile: la senatrice moderata Amy Klobuchar (candidata alle ultime primarie) e Ilhan Omar, la rifugiata somala divenuta deputata che fa parte della “Squad”, le quattro deputate radicali sulle quali Donald Trump commentò che «dovevano tornare dal posto da cui erano venute». Ciò che accade in queste ora sta avvenendo proprio nel collegio elettorale della Omar.

 

In questo strano Stato di 5,5 milioni di abitanti, dal quale sembra provenire un profumo quasi socialdemocratico ‒ si pagano anche più tasse che nel resto del Paese e si investe parecchio in istruzione ‒ si va avanti a scontri con la polizia e saccheggi da circa 48 ore (e c’è già stato un altro morto, mentre il governatore ha richiamato la guardia nazionale per la prima volta in 34 anni). Quando si tratta di razzismo e rabbia, Minneapolis vive i conflitti di tante altre metropoli americane: poco conta il passato e il presente politico della città. Un presente drammatico che ci ha fatto conoscere il suo sindaco, il trentanovenne Jacob Frey. Un ex community organizer che, ironia della sorte, si è occupato di affordable house (triplicando i fondi per l’accesso a case con prezzo calmierato), de-segregazione dei quartieri poveri (la zoning reform) e… riforma della polizia. Frey ha selezionato a capo della polizia Madaria Arradondo, il primo uomo di colore a ricoprire questa carica nella storia di Minneapolis: uno degli obiettivi elettorali di Frey era quello di ricucire i rapporti fra polizia e comunità locale, in particolare quella afroamericana. Lo stesso Arradondo, tempo fa, mosse causa al Dipartimento di polizia per discriminazione razziale nei confronti suoi e di alcuni colleghi (e la città di Minneapolis spende, di media, più di un milione di dollari l’anno in risarcimenti causati dalla cattiva condotta della polizia).

 

La sindaca precedente, sconfitta nelle elezioni del 2017, la democratica Betsy Hodges ‒ la competizione è avvenuta, di fatto, fra i tre candidati democratici più forti, con il cosiddetto sistema di voto del ranked-choice ‒ è caduta sul tema delle relazioni razziali e della condotta della polizia: a danneggiare la sindaca uscente il già citato caso della morte di Jamar Clark (alla quale seguirono proteste e manifestazioni, con polemiche di rilievo nazionale che durarono alcuni giorni; il tema è stato discusso a lungo in campagna elettorale). In quell’occasione i due poliziotti coinvolti non vennero nemmeno processati. A dover procedere, anche nel caso Floyd ‒ che, ricordiamo, era stato accusato di comprare sigarette con una banconota falsa e di essere forse ubriaco ‒ è lo stesso procuratore generale della Contea di allora, il democratico Michael Freeman (la carica di procuratore è elettiva): ancora adesso, mentre scriviamo e nonostante le pressioni del sindaco, gli agenti coinvolti sono in libertà («non abbiate paura del potere politico della polizia», affermava ieri Alexandria Ocasio-Cortez, rivolgendosi ai politici, probabilmente allo stesso Freeman). Nonostante gli intenti riformatori dei sindaci, e anche nella super democratica Minneapolis, le scorie antiche delle tensioni razziali paiono inamovibili. Come cerca di dire lo stesso sindaco Frey: guardate questo video, è davvero da ascoltare.

 

                             TUTTI GLI ARTICOLI DEL PROGETTO ATLANTEUSA2020

 

Immagine: Black Lives Matter, protesta “Non riesco a respirare” per George Floyd, Minneapolis, Minnesota, Stati Uniti (26 maggio 2020). Crediti: Justin Berken / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0