7 giugno 2020

Minoranze negli USA, vittime due volte

 

Sono passati due mesi dalla prima constatazione che il numero di persone che perdevano il lavoro a causa del Coronavirus non aveva paragoni nella storia americana. Neppure con quella che nella fantasia popolare è la fase più dura conosciuta dal Paese: la grande depressione. Allora erano stati necessari mesi per raggiungere tassi di disoccupazione paragonabili a quelli di marzo e aprile 2020, quando circa 40 milioni di persone hanno fatto richiesta di sussidio di disoccupazione alle autorità pubbliche.

Come noto, la parte della popolazione più colpita dal Coronavirus (e dalle violenze della polizia), gli afroamericani, è anche quella che, assieme agli ispanici, ha perso più di frequente il lavoro. Le minoranze, fatta eccezione per quella asiatica, sono prevalentemente occupate nei settori che non consentono di lavorare da casa e che, anzi, prevedono il contatto con il pubblico. E così, con la chiusura di ristoranti, bar, cucine, uffici da ripulire, quel lavoro è andato perduto e il tasso di disoccupazione per le minoranze ha toccato il 16,7% per i neri e il 18,9% per i latinos, i più impiegati nei ristoranti e nell’industria dell’accoglienza – fino a marzo il tasso di disoccupazione dei neri era circa doppio rispetto a quello dei bianchi: 5,8% contro 3,1%.

Allo stesso modo, a essere colpite sono state soprattutto le donne, anch’esse impiegate in settori più vulnerabili alle fluttuazioni di mercato e alla chiusura dell’economia, come ad esempio il commercio. Questi dati, e più di tutti la dichiarazione del capo della Federal Reserve Jerome Powell che segnala che a perdere il lavoro e dunque il reddito sono il 40% dei lavoratori che guadagnano meno di 40.000 dollari l’anno, indicano che la pandemia non farà che aggravare la situazione di un Paese che aveva già un problema di diseguaglianze crescenti. Debito studentesco, paghe troppo basse in diversi settori, mancanza di copertura sanitaria erano temi già presenti nell’agenda politica americana; l’epidemia e le rivolte degli afroamericani (e non solo) non hanno fatto che confermare l’urgenza di offrire qualche risposta.

 

Gli Stati Uniti sono infatti un Paese che si fregia di fondarsi su una enorme middle class, il centro politico e sociale della società americana, un centro che non è ceto medio ma molte cose assieme, cui si appartiene per identificazione più che per reddito. Ed è proprio la parte meno abbiente di questa fetta di cittadini ed elettori che sente il terreno mancargli sotto i piedi, sia che si tratti dei famosi operai bianchi che hanno votato Trump sia dei lavoratori nei servizi più qualificati – all’infanzia, ad esempio – nei quali lavorano donne delle minoranze con un’istruzione media. Il paradosso di questa disoccupazione alle stelle è che la paga media oraria risulta essere aumentata. La ragione, semplice, è che a perdere il lavoro è stato chi guadagnava di meno.

 

Per rispondere a questa crisi-lampo dagli effetti duraturi il Congresso ha stanziato molto in fretta cifre enormi. Ma l’esigenza di reagire rapidamente e la mancanza di una maggioranza omogenea – la Camera è a maggioranza democratica, mentre il Senato repubblicano – hanno reso il pacchetto di stimolo meno efficace del dovuto. Una delle ipotesi ventilate era, ad esempio, quella secondo cui le grandi imprese avrebbero potuto ricevere fondi pubblici o garanzie sul credito solo in caso avessero mantenuto i livelli occupazionali precrisi e si fossero impegnate a non usare quei fondi per pagare dividendi agli azionisti. Quei vincoli non sono stati introdotti, e una parte non irrilevante delle garanzie sui prestiti e delle risorse destinate alle piccole imprese sono finite a catene di ristoranti o altri gruppi che di piccolo non hanno nulla. Le decine di miliardi stanziati hanno però garantito un aumento degli assegni di disoccupazione e un assegno a ogni famiglia – spedito con lettera firmata dal presidente, una mossa elettorale poco istituzionale. Ma anche queste risorse sono andare esaurite e da luglio occorrerà pensare a qualcosa di nuovo. Già, perché come in molti altri ambiti, il colpo portato all’economia dal Coronavirus non è destinato a passare al momento della riapertura. Nemmeno negli Stati Uniti, la cui economia girava a un buon ritmo prima di marzo.

 

Se i settori maggiormente colpiti sono quelli congelati dalla pandemia, come alberghi e ristoranti, non sono però i soli a soffrire; paradossalmente anche negli ospedali (privati) si prevedono molte dismissioni dovute al crollo del numero di pazienti: tutti coloro che potevano hanno rimandato analisi e cure. A soffrire sono anche stati i milioni di cosiddetti gig workers che non godono di alcuna tutela e in molti casi non vengono nemmeno riconosciuti come lavoratori dipendenti. Cosa ne sarà della gig economy? E cosa del lavoro dipendente tradizionale in alcuni ambiti in una fase in cui i robot, le app e i software stavano già sostituendo molta occupazione e il commercio su strada viene rapidamente rimpiazzato da quello on-line? È presto per dirlo, ma diversi marchi storici di negozi di vestiti, già in difficoltà, stanno chiudendo negozi o dichiarando fallimento. E nella gig economy (come abbiamo raccontato qui) l’ingresso dei nuovi disoccupati sta aumentando la concorrenza in alcuni settori (ad esempio il trasporto privato) a fronte di una domanda in calo. Parallelamente i colossi del commercio on-line come Amazon stanno assumendo.

 

Come e quanto verranno rimescolati l’economia e il mondo del lavoro da questa crisi è difficile a dirsi. Molto dipenderà dalla politica e dalle scelte che i grandi gruppi sapranno o vorranno fare. Meno di un anno fa la Business Roundtable, un’associazione che raccoglie 180 grandi gruppi, affermava in un documento che fece notizia: «Gli americani meritano un’economia che permetta ad ogni persona di avere successo attraverso il duro lavoro e la creatività e di condurre una vita dignitosa». Nel 1997 la stessa Business Roundtable affermava che l’obiettivo principale di un’impresa commerciale è quello di generare ritorni economici per i suoi proprietari e azionisti. Un cambio di prospettiva e la registrazione di tempi mutati, insomma, che ha però bisogno di un governo che stabilisca regole o abbia idee su come ridurre le diseguaglianze. Si badi, gli stessi gruppi hanno accolto con favore il taglio delle tasse (e un conseguente aumento del deficit) voluto dall’amministrazione Trump, che quelle diseguaglianze le ha conservate.

 

La gestione della crisi di questi mesi – e molte altre questioni all’orizzonte – avrà un impatto sul quadro politico. E il quadro politico avrà ripercussioni enormi sul ruolo che gli Stati Uniti giocano nel mondo. In questi giorni in cui le città americane sono attraversate dalla protesta e la polizia usa una violenza eccessiva per fermare le manifestazioni, anche pacifiche, i leader degli arcinemici tradizionali (Khamenei, Kim, alti funzionari cinesi) si sono presi gioco dei difensori dei diritti umani. Il rifiuto di Merkel di partecipare al G7, nonché il No britannico e canadese all’ipotesi di invitare anche Mosca al vertice, indicano un isolamento senza precedenti. In una fase in cui le tensioni sul commercio, la necessità di rispondere alla crisi ambientale o alla pandemia e anche alla discussione sulla web tax sono planetarie, essere isolati non è un bene neppure per quella che lotta per rimanere la prima potenza mondiale.

 

In questo quadro politico il presidente Trump sembra aver scelto la rodata strategia di accusare presunti nemici per uscire dall’angolo nel quale la pessima gestione della pandemia lo ha cacciato. Il messaggio sull’economia che va a gonfie vele sembra messo da parte e torna solo come idea del futuro (“torniamo a correre”). Trump tende poi a giocare con la realtà, a negarla o torcerla e, dunque, non sembra attrezzato a immaginare politiche nuove e diverse per l’America dei prossimi anni. Al contrario, il candidato democratico Joe Biden guarda alla realtà, alla fase difficile che attraversa il Paese e a come gestirla, prendendo atto, pure lui che non è certo una figura particolarmente immaginifica o originale, dell’esistenza di un mondo in transizione e della necessità di innovare e cambiare. Ma tra il riconoscere i problemi e l’indicare soluzioni che non spaventino gli elettori c’è di mezzo una campagna elettorale che ancora non prende forma. E dire che il candidato democratico aveva cominciato la sua campagna con un messaggio che invocava il ritorno alla normalità. La pandemia, la crisi, le rivolte indicano che non c’è nessuna normalità a cui tornare e che agli USA serve un’idea di XXI secolo. Per stare nel mondo e per ritrovare una coesione interna andata progressivamente perduta.

 

                           TUTTI GLI ARTICOLI DEL PROGETTO ATLANTEUSA2020

 
Crediti immagine: juanabad / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0