4 luglio 2018

Mondiali, le nuove gerarchie degli ottavi di finale

La Coppa del Mondo che ridisegna le gerarchie della geografia calcistica internazionale, quella di Russia 2018, già quando ci si trova alla vigilia dei quarti di finale è stata capace di tutto e del suo contrario: un Mondiale ossimoro, progressista nel suo ritorno al passato, scintillante nonostante l’improvviso oscuramento delle sue stelle più corrusche. Quando in corsa resta il G8 del pallone globale, rimangono solo compagini europee e sudamericane, foriere di antiche glorie e recenti fallimenti, e fa specie l’identità di coloro che dal gala finale sono esclusi: la Germania campione in carica, eliminata già nella fase a gironi (cosa mai accaduta in precedenza), l’Argentina finalista nel 2014, il Portogallo campione d’Europa 2016 e la Spagna del tiqui taca che ha segnato il calcio degli anni Dieci, estromesse agli ottavi. Ognuna con il proprio grado di demerito, ognuna con le proprie recriminazioni e i propri capri espiatori, tutte destinate sul più bello a restare a guardare, assieme ad Italia, Paesi Bassi e Cile – quest’ultimo vincitore della più recente Coppa America, nel 2016 – che ai Mondiali non si erano nemmeno qualificate.

Fuori loro, e costretti ad abbandonare anzitempo i Mondiali i fuoriclasse più rappresentativi dell’ultimo decennio: Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, la diarchia che si è equamente divisa gli ultimi dieci Palloni d’oro e il primo posto nell’immaginario calcistico collettivo, poi Andrés Iniesta e Manuel Neuer, totem delle rispettive nazionali e anch’essi icone di riconosciuta fama planetaria. Così, nel G8 della Coppa del Mondo russa si stagliano Francia e Uruguay, Brasile e Belgio, Russia e Croazia, Svezia e Inghilterra, e se è vero che nessun Mondiale è mai stato esente da sorprese, è vero altresì che solo Giappone e Corea 2002 (quando ai quarti arrivarono Turchia, Stati Uniti, Corea del Sud e Senegal) ha visto quattro outsider fra le otto migliori, anche se poi la finale fu un banale e prevedibile Germania-Brasile.

Questa volta non sarà così, per merito di un tabellone che appare sbilanciato come non mai: nella parte alta l’élite restante, nella parte bassa la borghesia e il proletariato calcistico artefici di un’ascesa sociale difficilmente preventivabile, certo favorita dagli incroci del sorteggio iniziale ma che sarebbe fuorviante ridurre a questo aspetto. Un discorso che può avere senso se riferito a una Svezia – carnefice dell’Italia ai play-off – comunque dimostratasi quadrata e solida, ma non ad esempio ad una Croazia, che può vantare una generazione di campioni affidabili e maturi (Modrić, Rakitić, Perišić, Mandžukić) inferiore solo a quella del 1998, né per un’Inghilterra giovane e talentuosa (Lingard, Dele Alli, Kane) e partita, per una volta, senza alcun proclama.

Si va allora verso una finale inedita: l’unico intreccio che riproporrebbe un ultimo atto già visto sarebbe un’ipotetica sfida fra Brasile e Svezia, che si contesero la Coppa Rimet nel 1958 (per dire: erano le squadre di Pelé e Liedholm, un altro mondo), mentre ogni altra combinazione rappresenterebbe una ventata di novità. Del resto, non fosse per Francia e Brasile – che comunque al massimo si troverebbero in semifinale – tutte le altre o non hanno mai disputato finali (Russia, Croazia e Belgio) o l’hanno fatto diverse generazioni fa (appunto la Svezia nel 1958, l’Uruguay nel 1950 e l’Inghilterra nel 1966).

E mentre le stelle stanno a guardare, non è forse un caso che a brillare a livello individuale con le rispettive nazionali siano il brasiliano Neymar dos Santos, il francese Kylian Mbappé e l’uruguayano Edinson Cavani, strapagati compagni di squadra nel Paris Saint-Germain, club della plutocrazia calcistica essendo da alcuni anni sotto l’egida di Qatar sports investments. Money matters, e a ben guardare non esiste miglior fil rouge per collegare – non solo idealmente – i Mondiali di Russia 2018 a quelli di Qatar 2022.


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