19 giugno 2019

Nella repressione dei Rohingya la relazione tra politica e morale

di Michele Chiaruzzi

Nel caso della persecuzione politica della minoranza Rohingya in Myanmar e del suo esodo in Bangladesh, l’attualità è portatrice di fatti nuovi, ma non di novità. Il ministro degli Affari esteri del Bangladesh Shahriar Alam ha comunicato al segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres la propria delusione per l’inerzia da parte di Myanmar nel procedere al rimpatrio dei Rohingya rifugiatisi in Bangladesh per sfuggire alla letale repressione che da lungo tempo subiscono. L’accordo fra i due Stati, siglato due anni fa, è ancora lettera morta e Alam ha informato Guterres della volontà di presentare la questione della responsabilità del Myanmar di fronte alla Corte internazionale. D’altra parte, la diplomazia mondiale sembra sostanzialmente inerte di fronte a questo dramma politico – a partire dall’ASEAN. Perché, dunque, tale questione dovrebbe assumere valore ai nostri occhi? Tra i tanti motivi, vale la pena discuterne uno.

Proteggere le minoranze dalla possibile tirannide della maggioranza e, soprattutto, dalla sua potenziale violenza è un principio cardine di ogni sistema liberal-democratico. Il fatto che ciò avvenga in pochi Stati al mondo – compreso il nostro – dovrebbe permetterci di capire il valore di questi sistemi politici e sociali, oltreché i limiti, sostenendone il rafforzamento istituzionale invece che l’indebolimento. Ma ognuno trae dalla politica internazionale le lezioni che può e vuole trarre. ‘Il volto del terrore buddista’ fu il titolo del Time Magazine quando decise di dedicare la propria copertina a U Wirathu, un capo ‘spirituale’ del movimento nazionalista buddista in Myanmar. Alludeva così al ruolo di questa figura reputata cruciale nel contesto di politicizzazione criminale della maggioranza Bamar contro i Rohingya.

Quando Gerhard Ritter scrisse Il volto demoniaco del potere (1948), non si limitò invece al confronto con certi calibri maggiori della storia del pensiero politico europeo. Volle anche concentrarsi su una relazione tormentata e imperitura che travalica secoli e generazioni, quella tra politica e morale, tra successo e giustizia. Chi oggi scegliesse di posare il proprio sguardo sulla spietata repressione dei Rohingya in Myanmar, non potrebbe fare a meno di scorgere tra i protagonisti di quegli eventi il viso di Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato e ministro per gli Affari esteri: scorgerebbe dunque, il nostro osservatore, un volto demoniaco?

Si sa che la repressione della minoranza musulmana in Myanmar ha colpito, nello Stato del Rakhine, circa un milione di persone. Perpetrata in varie ondate, con punte di violenza spietata e forse genocida, questa vicenda interroga da almeno sette anni quella parte di mondo – il nostro – che premiò con il Nobel per la Pace proprio questa donna, oggi ai vertici formali del potere in Myanmar. Giunta al successo politico dopo anni di lotte per i diritti, ella incarna oggi tutta la spietata ambiguità dei fatti del potere. Personifica il disorientamento collettivo intorno al concetto di giustizia e umanità, tanto celebrato in teoria quanto privato di sostanza nella pratica; riassume lo scarto incommensurabile tra ciò che si può essere in condizione di debolezza – paladini dei diritti – e ciò che si può diventare in posizioni di forza, indifferenti ai diritti calpestati. Esemplifica infine, compiutamente, il tragico rovesciamento dei principi morali più alti a favore degli istinti politici più bassi.

Oggi colpisce che la celebre figura politica di Aung San Suu Kyi mantenga un ostinato silenzio sul delirio d’odio scatenato dall’apologia della violenza esaltata dal nazionalismo buddista nei confronti dei Rohingya. Il fatto che quel nazionalismo violento sia riconducibile, dalle azioni di chi lo impugna, ad una tradizione culturale e religiosa celebrata dalla vulgata occidentale come santuario di saggezza e mansuetudine, aggiunge depressione allo sconforto. Stretti tra l’incudine del potere militare in Birmania e il martello dell’isolamento internazionale, i Rohingya sopravissuti agli eccidi perpetrati nei loro confronti domandano giustizia per sé e per gli altri. Almeno questa esigenza di giustizia meriterebbe, con massima urgenza, una porzione dell’attenzione rivolta, negli anni, alla vicenda di Aung San Suu Kyi. Se il volto del potere può sembrare demoniaco, magari mascherando persino i tratti più angelici, di certo la politica è sfigurata dall’indifferenza alla comune umanità e ai principi basilari che reggono l’umana coesistenza.

 

Immagine: Bambini musulmani Rohingya, passati dal Myanmar al Bangladesh, nel campo di Balukhali, Cox’s Bazar, Bangladesh (26 settembre 2017). Crediti: Sk Hasan Ali / Shutterstock.com

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