16 giugno 2020

Nepal, l’incerta risposta all’emergenza Coronavirus

 

Dopo un primo momento di parziale ottimismo, l’epidemia da Covid-19 è arrivata in maniera prorompente anche in Asia meridionale. Nelle ultime settimane, l’India ha scalato l’infausta graduatoria dei contagi, con una media di circa 8.000 nuovi casi al giorno e un picco di 10.864 contagi, fatto registrare il 7 giugno. Ciò è accaduto nonostante il governo Modi abbia imposto uno dei lockdown più restrittivi a livello globale.

Una strada che ha deciso di seguire anche il Nepal, che nonostante la scarsità di mezzi e risorse, ha cercato di contenere nel migliore dei modi il dilagare del virus. In questo senso, il lockdown imposto dalle autorità di Kathmandu non è stato certamente meno severo di quello indiano, ma ha portato in dote risultati inizialmente incoraggianti. Sino alla fine di maggio, il numero di contagi è stato modesto e pochi elementi lasciavano presagire un’inversione di tendenza: la chiusura sembrava funzionare, nonostante il basso numero di tamponi effettuati lasciasse presagire un certo numero di positivi non diagnosticati. Del resto, il basso numero di ricoveri e l’invariato tasso di mortalità sembravano confermare la bontà della macchina di prevenzione nepalese.

In realtà, il governo guidato dal discusso primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli non aveva pronta una strategia per il post-lockdown e le conseguenti riaperture. In questo lasso di tempo, durato circa cinquanta giorni, non è stato messo in atto un sistema di tracciamento dei contatti per isolare meglio i positivi quarantenizzati, tutelare i medici e gli operatori sanitari, istituire un circolo virtuoso che educasse la popolazione circa le principali contromisure da adottare. A questo si aggiunge la rilevante mole di lavoratori nepalesi all’estero, ansiosi (spesso costretti) di poter rientrare nel Paese, e le cui condizioni sono state motivo di grande preoccupazione.

I dati recenti non hanno potuto che confermare questi timori, dato che il Nepal ha visto un’impennata nel numero di contagi. Dal 27 maggio viene diagnosticata una media di circa 200 positivi al giorno e il totale, nel momento in cui scriviamo, è di 6.211 casi. Il primo ministro Oli, durante un intervento di fronte al Parlamento, ha respinto ogni responsabilità nei confronti dell’esecutivo, accusando i cittadini risultati positivi e gli amministratori locali per la propagazione del virus nonostante il lockdown. Ha anzi lodato le misure intraprese dal governo, oltre ad aver dichiarato che il conto dei decessi sarebbe da rivedere al ribasso, poiché le prime morti sarebbero riconducibili al Covid-19 solo a causa dei protocolli dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Per quanto riguarda Oli, dunque, è possibile puntare il dito su chiunque, ma non sul suo operato. Questo pericoloso mix di disinformazione, nazionalismo e quasi negazionismo, non è di certo una novità e si pone in continuità con la strategia perseguita da leader “carismatici” come Modi, Bolsonaro e Trump. Non a caso, tre dei Paesi che stanno pagando il conto più salato in termini di vite umane, oltre ad essere assurti ad esempio su come non si gestisca una pandemia.

La situazione che desta più preoccupazioni è quella relativa ai tamponi, di cui il Nepal ha incessantemente bisogno sin dall’inizio dell’emergenza. Secondo i dati raccolti da Worldometer, nel Paese sono stati effettuati 283.624 tamponi, solamente 9.745 ogni milione di abitanti. Inoltre, le disposizioni a riguardo non sono per nulla chiare, contribuendo così all’ulteriore diffusione della malattia. In un primo momento, il Dipartimento epidemiologico per il controllo delle malattie ha annunciato che i test erano riservati solamente a chi presentasse evidenti sintomi influenzali, febbre e dispnea. Le stesse linee guida proibivano un secondo tampone ai positivi che, dopo 14 giorni, non presentassero più sintomi. In questo modo, non solo era particolarmente complicato stabilire se il paziente fosse effettivamente guarito, ma ci si discostava dal protocollo adottato a livello internazionale, che prevede due tamponi negativi prima di dichiarare la guarigione. Senza tralasciare la totale negligenza nei confronti degli asintomatici, poiché al momento non è previsto nessun investimento sui test sierologici. Un altro grave problema è la gestione dei quarantenizzati, stipati in strutture affollatissime in cui è letteralmente impossibile isolare gli ambienti, dove le forniture di acqua e cibo scarseggiano costantemente, in cui il personale sanitario è sprovvisto dei presidi necessari per la propria sicurezza. Inoltre, il governo federale ha demandato la gestione di queste strutture alle municipalità locali, senza però riservare loro un budget dedicato o fornire il benché minimo sostegno.

A complicare ulteriormente la questione, l’imminente rientro dei nepalesi bloccati all’estero. Infatti, le sopracitate strutture dovranno accogliere anche il prossimo flusso di rientro, che il governo ha deciso di sbloccare dopo tre mesi di chiusura totale. Moltissimi di questi erano lavoratori a cottimo nella penisola arabica (più di 17.000 negli Emirati Arabi Uniti, 8.000 in Qatar, e altrettanti in Kuwait e Arabia Saudita), che hanno perso l’impiego e hanno dovuto attendere il rimpatrio.

Non deve quindi sorprendere che i più giovani siano scesi in strada a Kathmandu per manifestare contro un governo che ha gestito male l’epidemia e rischia di peggiorare ulteriormente la situazione nei prossimi, fondamentali, mesi.

 

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Immagine: Una passante indossa la mascherina durante la pandemia di Coronavirus e il lockdown, Kathmandu, Nepal (10 maggio 2020). Crediti: gorkhe1980 / Shutterstock.com

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