05 marzo 2014

Nessun accordo con gli Stati Uniti per l’Afghanistan

di Barbara Maria vaccani

Il presidente afgano Hamid Karzai ha reso chiaro che non firmerà nessun accordo con gli Stati Uniti fino alla fine del suo mandato. Le affermazioni hanno messo fine alle contrattazioni e tensioni fra Afghanistan e Stati Uniti cominciate qualche mese fa a causa del continuo posticipo, da parte del governo afgano, della firma del Bilateral Security Agreement, l’accordo che permetterebbe di estendere la presenza militare statunitense dopo il 2014, termine dell’attuale missione presente nel paese.

Lo scorso 25 febbraio, in una telefonata tra il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e Hamid Karzai, Obama ha comunicato a Karzai che il Pentagono sta organizzando il ritiro delle proprie truppe in modo da lasciare il paese entro la fine dell’anno, come previsto dagli accordi finora esistenti. I ministri della Difesa della Nato hanno confermato le intenzioni degli Stati Uniti, subordinando un’estensione della presenza in Afghanistan alla continuazione della missione americana e, di conseguenza, alla firma del Bilateral Security Agreement. Da entrambe le parti, rimane, in ogni caso, la disponibilità a lasciare una piccola parte di truppe in Afghanistan, con il compito di addestrare e formare le forze di sicurezza nazionali afgane, che hanno già da ora assunto il controllo della difesa del paese.

In una lunga intervista al Washington Post, la prima con un giornale occidentale dagli ultimi due anni, Hamid Karzai ha spiegato come mai non intende firmare l’accordo con gli Stati Uniti, ma preferisce lasciare il compito al suo successore, che sarà eletto nelle elezioni presidenziali previste per il prossimo aprile. Le critiche e lo scetticismo di Karzai nei confronti degli Stati Uniti derivano soprattutto dalle vittime che il conflitto ha causato. Nonostante gli Stati Uniti siano presenti nel paese dal 2001, con l’intenzione di sconfiggere i taliban e di fondare un nuovo Stato afgano stabile e democratico, secondo il presidente afgano “gli afgani sono morti in una guerra che non è la nostra”. La delusione e la frustrazione di Karzai nei confronti della guerra combattuta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati in Afghanistan derivano dalla percezione che la guerra sia stata combattuta “per la sicurezza degli Stati Uniti e per gli interessi dell’Occidente”. Al Qaida, secondo la prospettiva di Karzai, sarebbe “più un mito che una realtà”, un’errata priorità che ha portato all’arresto di cittadini afgani presunti militanti e che ha impedito agli Stati Uniti di concentrarsi sui rifugi dei taliban in Pakistan.

Il numero di vittime civili causate dal conflitto, e la scelta degli Stati Uniti di concentrare le operazioni nei villaggi afgani, piuttosto che estendere gli sforzi anche al Pakistan, dove i taliban trovano rifugio, avrebbe dissipato la causa comune alla base dell’alleanza tra Afghanistan e Stati Uniti, che si sarebbero così trovati fianco a fianco in una guerra non più condivisa nei metodi e nelle priorità. Le vittime civili sono sempre state un nodo delicato, per il governo di Karzai, stretto tra le operazioni militari portate avanti dalle forze straniere e la rabbia della popolazione che chiedeva la fine dei raid aerei sui villaggi o delle operazioni potenzialmente pericolose per i civili.

Secondo Karzai la scelta di dare la priorità alle richieste dell’opinione pubblica afgana, piuttosto che a quelle degli alleati stranieri, sarebbe l’unico modo per portare gli Stati Uniti a rivedere il proprio approccio alla guerra in Afghanistan e ripristinare l’intesa e la comunanza di interessi fra i due paesi. La tattica politica di Karzai, che lo ha spinto a dimostrarsi più ostile nei confronti delle richieste da parte degli Stati Uniti, avrebbe avuto il successo di una parziale revisione della strategia americana, in modo da ridurre il rischio di vittime civili nelle operazioni, e del passaggio di consegne per il controllo del carcere di Bagram dai soldati statunitensi a quelli afgani, ed al conseguente rilascio di detenuti considerati innocenti dal governo di Karzai. Inoltre, secondo il presidente afgano, per garantire la pace in Afghanistan, lo sforzo militare non sarebbe sufficiente, e la continua presenza delle truppe straniere per le operazioni di lotta al terrorismo e di addestramento dell’esercito afgano dovrebbe essere accompagnata da trattative di pace tra governo afgano e taliban, trattative che non sono finora mai state portate avanti, nonostante numerosi tentativi, sia da parte del governo afgano, sia da parte degli Stati Uniti.

La tattica di Karzai delinea la priorità alle esigenze di politica interna e la volontà di non voler concludere il proprio mandato presidenziale con l’accusa di aver esaudito solo le richieste della presenza straniera senza considerare le necessità del paese. Karzai ha ribadito che il Bilateral Security Agreement verrà firmato dal suo successore, vista la dichiarata disponibilità, da parte di tutti i candidati presidenziali, di affrontare l’argomento. Il rischio è che i tempi si dilatino troppo e che si arrivi al compimento dell’opzione zero, cioè al ritiro di tutte le forze militari straniere presenti nel paese. Il problema, in uno scenario del genere, sarebbe quello della capacità delle forze di sicurezza afgane, di tenere testa alla guerriglia dei taliban e di evitare che la struttura statale afgana, ancora fragile, collassi davanti ad una recrudescenza dell’ostilità dei gruppi militanti che combattono il governo di Kabul.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


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