12 febbraio 2020

New Hampshire, vince Sanders. Secondo, vicinissimo, Buttigieg

Ci risiamo: Bernie Sanders e Pete Buttigieg arrivano primo e secondo con un distacco di meno di due punti. Le primarie del New Hampshire non sembrano aver chiarito il quadro della corsa per la nomination democratica. Sanders e il suo messaggio radicale continuano a pagare, come avevano già fatto in Iowa. Ma non basta: il senatore del Vermont, che nel 2016 ottenne il 60% dei voti contro Clinton, non ottiene il risultato che sperava.

 

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Una corsa a due, quella di quattro anni fa, certo, ma il voto ci dice che la rivoluzione di Bernie non è egemone tra le fila degli elettori democratici e che quel successo è anche e proprio frutto della sfida lanciata contro la ex first lady. Rimanere sotto al 30% non è un trionfo. Tanto più che la partecipazione al voto è stata alta, più alta che nel 2016 e vicina (se non sopra) a quella del record del 2008. La maggiore partecipazione non si è tradotta in un trionfo per il candidato che più contava su nuovi elettori per vincere. Le primarie del New Hampshire sono semiaperte, possono votare anche gli indipendenti. Che non hanno scelto Sanders. Nel discorso in cui si dichiarava vincitore, il senatore del Vermont ha ribadito le sue parole d’ordine e rinnovato l’appello alla mobilitazione: «Non si tratta solo di battere Trump; si tratta di trasformare questo Paese».

La fortuna di Sanders sta nella frammentazione del campo avversario: i voti dei moderati continuano a dividersi. Stavolta i due che hanno raccolto più voti sono Pete Buttigieg e la sorpresa della serata, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, la più moderata tra i candidati, che ha con ogni evidenza raccolto il testimone di Joe Biden dopo due performance molto positive nei dibattiti televisivi che hanno preceduto le primarie del New Hampshire.

La vittoria di Sanders è omogenea sul territorio, i due Stati dove si è votato (entrambi bianchi al 90%) non sono uno specchio della società USA. Sanders inoltre viene eletto nel vicino Vermont ed è quindi di casa. La partecipazione dei giovani è aumentata ed è probabilmente quella che gli ha regalato la vittoria, ma non basta a dargli un vantaggio tale da costringere l’establishment del Partito democratico a rendergli la vita meno difficile.

L’ex vice di Obama è la figura che esce più ammaccata dal voto del piccolo Stato del New England. Durante la giornata di ieri Biden aveva addirittura cancellato il party di attesa dei risultati per volare in South Carolina, Stato del Sud che voterà il 29 febbraio, dove spera di tornare competitivo grazie al sostegno del voto degli afroamericani.

Chi può dirsi soddisfatto è Pete Buttigieg, che si piazza secondo, conferma i sondaggi ed è la figura con il cui programma gli elettori hanno detto di essere più d’accordo. Il divario tra i consensi ottenuti da Buttigieg e il successo del suo programma si spiegano con la ragione che ha guidato le scelte degli elettori: votare il candidato che ha più chance di sconfiggere Donald Trump nelle elezioni generali. Ed evidentemente l’ex sindaco di South Bend non è ancora una figura considerata competitiva. Dovrà lavorare in quella direzione. L’altro scoglio, per Buttigieg, come per Klobuchar, è il voto delle minoranze. Afroamericani e ispanici non si scaldano per questi due candidati dell’America profonda, bianca e poco urbana. Buttigieg ha chiuso la serata al suo quartier generale con un discorso a suo modo obamiano: riforme senza conflitto, pacificazione del Paese. E anche due o tre riferimenti alle minoranze, come il messaggio ai Dreamers, il milione regolarizzato da Obama, scandito in spagnolo e una frase sui modi della polizia nei confronti degli afroamericani – un punto debole visti i trascorsi non buoni come sindaco.

Guardando ai sondaggi che precedevano questo voto la grande attesa riguardava chi si sarebbe classificato terzo dietro a Sanders e Buttigieg. Le rilevazioni parlavano di Warren, Klobuchar o Biden, tutti piuttosto vicini tra loro. Non è andata così, Klobuchar ha staccato gli altri due e di più di 10 punti. Coloro che hanno deciso cosa votare l’ultimo giorno l’hanno scelta nella grande maggioranza dei casi. La senatrice del Minnesota è stata la preferita di anziani e laureati.

L’altra grande sconfitta è Elizabeth Warren, che non riesce ad arrivare al 10%. La senatrice ha parlato molto presto, quando i risultati non erano ancora definitivi, ma appariva chiaro che per lei la serata sarebbe stata deludente. Parlare presto significa avere spazio mediatico in una serata nella quale non se ne avrà. La senatrice del Massachusetts ha ribadito: «La nostra migliore chance di battere Trump è un candidato capace di unire il partito», ribadendo che la sua campagna andrà avanti. Non è una sorpresa. Il messaggio di Warren, uscita malissimo da questa tornata, è più o meno: «Sono la persona migliore per raccogliere i voti di Sanders e di coloro che sono spaventati dal senatore socialista». È un messaggio razionale, ma la democrazia americana non è quella dei partiti organizzati, che possono scegliere una strategia elettorale. Sono gli elettori che partecipano alle primarie a determinare l’offerta finale e il New Hampshire ha bocciato quella di Warren. I comizi e la campagna della senatrice non funzionano come dovrebbero e senza un’idea su come andare avanti è difficile che la sua idea di divenire il candidato unitario possa pagare.

Il pessimo risultato di Warren non si riflette in un travaso di consensi progressisti verso Sanders. Il 63% tra coloro che hanno partecipato alle primarie si è autodefinito liberal o molto liberal (il termine che indica la sinistra democratica), ma la somma del voto dei due candidati più radicali non raggiunge il 40%.

 

Cosa ci lascia il New Hampshire che, ricordiamolo, elegge 24 delegati su 3.979? Un quadro frammentato, un frontrunner che non è gradito a una parte consistente dell’elettorato (di più su questo nella nostra newsletter) e diverse domande. Le prime risposte arriveranno dai caucus in Nevada e dalle primarie in South Carolina, dove il voto di ispanici e afroamericani pesa – a questo proposito, nella notte il potente sindacato dei cuochi dei casinò di Las Vegas ha diffuso un duro comunicato contro Sanders. L’altra domanda, per chi cerca un candidato moderato, è quale sarà il ruolo di Bloomberg. L’ex sindaco di New York è molto cresciuto nei sondaggi, ma resta inviso ai sandersiani, che non lo voterebbero mai, e ha un enorme problema con gli afroamericani – di ieri un audio nel quale difende con forza la scelta di perseguire la politica di “ferma e perquisisci” adottata dalla polizia di New York che ha fortemente colpito i neri della città.

Di certo nessuno tra i candidati delle primarie sembra ispirare, catturare gli elettori. Chi continua a sorridere, di fronte a un quadro tanto incerto, è l’attuale inquilino della Casa Bianca. Che ha passato la serata elettorale e twittare i suoi commenti sui risultati.

 

Immagine: Bernie Sanders parla ai suoi sostenitori al Grand Park nel centro di Los Angeles, Stati Uniti (23 marzo 2019). Crediti: YASAMIN JAFARI TEHRANI / Shutterstock.com

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