23 ottobre 2018

Nulla di nuovo sotto il sole del Camerun

Dopo un lungo e travagliato percorso, le undicesime elezioni presidenziali della storia democratica del Camerun, svoltesi lo scorso 7 ottobre, hanno partorito il risultato che tutti si aspettavano: l’inossidabile potere dell’ottantacinquenne presidente Paul Biya, l’ex seminarista che a un certo punto della sua vita ha sentito la vocazione per la politica, con un responso quasi bulgaro (71%) viene rinnovato per altri 7 anni. La bassa affluenza (poco più del 53%) è forse il segnale più esplicito della sfiducia che gli elettori rivolgono a un sistema essenzialmente monopartitico che governa il Paese da tempo immemore. Se si considerano anche i 7 anni in cui è stato primo ministro prima di divenire presidente (1975-82), infatti, la leadership di Biya va avanti da 43 anni: più lunga, quindi, di molti suoi colleghi africani in odore di dittatura. La Costituzione, che avrebbe garantito l’uscita di scena del presidente nel 2011, è stata emendata in Parlamento a colpi di maggioranza nel 2008 assicurandogli sostanzialmente una presidenza a vita.

Per molti camerunesi questa tornata elettorale rappresentava l’ennesima farsa, una sorta di ripetizione stanca di un rito doveroso agli occhi degli osservatori internazionali ma utile solo a riconfermare il potere di uno dei presidenti più longevi dell’Africa, un continente, peraltro, sostanzialmente refrattario al principio dell’alternanza. A movimentare il postvoto hanno pensato alcuni esponenti delle opposizioni resisi protagonisti di una serie di scelte a metà tra il bizzarro e il disperato. A urne chiuse da poco, Maurice Kamto, leader del Movimento per la rinascita del Camerun (CRM) e principale candidato dell’opposizione, ha sorpreso tutti gli osservatori proclamandosi sicuro vincitore: «Ho ricevuto l’incarico di tirare un calcio di rigore – ha dichiarato tra lo stupore dei giornalisti –, l’ho tirato e ho segnato. Intendo difendere fino alla fine il mandato affidatomi dal popolo». 

Subito smentito dalle autorità competenti, anche a causa dell’impossibilità di una simile evenienza dato che lo spoglio era appena all’inizio, ha scelto di presentare alla commissione elettorale una richiesta di annullamento per frode. Di ricorsi, oltre al suo, ne sono stati avanzati ben 17, incluso quello di Joshua Osih del Fronte sociale democratico (SDF), che, tra le altre cose, contestava lo «Stato di apartheid vigente nelle regioni anglofone». Nessuno, però, ha avuto successo e nella giornata del 21 ottobre scorso, la commissione elettorale, dopo 15 giorni di attesa, ha finalmente dato il via libera alla pubblicazione dei risultati. 

Ma, al di là delle dichiarazioni trionfalistiche e dell’ostentazione del potere, Biya, da ottantacinquenne, dovrà affrontare il settennio probabilmente più difficile della sua carriera politica. Gli incidenti e le fughe di massa di decine di migliaia di cittadini terrorizzati dalle violenze che hanno preceduto le elezioni e che sono proseguiti nel corso della lunga attesa fino al giorno della proclamazione della vittoria, l’enorme dispiegamento di militari e forze dell’ordine, lo stato di assedio di alcune zone o addirittura il coprifuoco, prima parziale poi totale, imposto in tutte le zone anglofone ne sono la prima, allarmante testimonianza.

Il Camerun, noto come l’‘Africa in miniatura’ per l’eterogeneità della sua società e i suoi circa 200 differenti gruppi linguistici, ha goduto di una pace relativa per decenni e registra parametri di crescita e sviluppo tra i più elevati del continente oltre che un altissimo tasso di alfabetizzazione. Ma negli ultimi tempi si sono moltiplicati focolai di tensione e il malessere dei suoi circa 25 milioni di abitanti, specie in alcune aree, è salito vertiginosamente.

Due sono le spine principali nel fianco del longevo Biya. Da una parte, la penetrazione nell’area settentrionale del gruppo jiahidsta africano Boko Haram, la nota falange islamica nata in Nigeria e apparsa per la prima volta in Camerun nel luglio del 2015. Da allora ha causato migliaia di morti e costretto circa 250.000 persone alla fuga. E anche se prima delle elezioni Paul Biya ha dichiarato chiusa la parentesi jihadista grazie alle strategie di successo dell’esercito, sono in molti a credere che più che di un aggiornamento si sia trattato solo di propaganda elettorale.

Dall’altra, la delicata questione delle regioni anglofone che chiedono l’indipendenza e che, nell’ultimo anno, sono giunte a proclamarla. Il Camerun, tedesco fino al 1918, finita la Grande guerra venne spartito tra i vincitori del conflitto e diviso in due parti: la zona sud-occidentale, confinante con la Nigeria (il 20% circa del territorio) finì sotto il controllo del Regno Unito, mentre il restante 80%, comprendente la capitale Yaoundé, divenne francese. Quando, nel 1960, la Francia uscì di scena, la zona francofona si proclamò indipendente. La parte anglofona decise di indire un referendum che sancì la volontà del popolo di formare, assieme a Yaoundé, l’unica ‘Repubblica Federale del Camerun’. La svolta relativamente autonomista, però, trovò i successivi governi sempre più freddi e quando Paul Biya, nel 1984, decise di chiudere per sempre con il sistema in vigore e togliere dal nome del suo Paese l’aggettivo ‘Federale’, fu chiara a tutti la volontà di chiusura alle istanze della minoranza anglofona e di imposizione del modello ‘francofono’ (scuole, sistema legislativo, lingua, tribunali etc.) a tutto il Paese.  Da allora il rapporto tra i circa 8 milioni di abitanti anglofoni e i restanti 17 non è mai stato idilliaco e tra incidenti gravissimi, scontri tra esercito e bande armate indipendentiste, si è giunti al 1° ottobre 2017, data in cui gli irredentisti hanno dichiarato la nascita della Repubblica di Ambazonia (da Ambas Bay, la baia alla foce del fiume Mungo che in epoca coloniale marcava il confine naturale tra la Repubblica del Camerun e il Camerun sud-occidentale inglese). In un anno di scontri tra i separatisti e i governativi, sono morte 600 persone (200 militari e almeno 400 civili). Il terrore latente ha costretto circa 50.000 persone a lasciare il Camerun verso la Nigeria. Di queste, l’80% è composto da donne e bambini. Nel periodo pre e postelettorale, il clima di tensione si è trasformato in stato di assedio, con un coprifuoco imposto per tutte le ore del giorno e della notte (l’affluenza in quella zona è stata risibile).

È in questo contesto che il vecchio presidente-padrone del Camerun, accusato dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) di aver trascorso all’estero almeno 4 anni e mezzo dei suoi 36 al potere, e da molti oppositori di disinteresse verso le sorti del Paese, si avvia ad iniziare il suo settimo mandato che, se avrà vita, concluderà a 92 anni. «Provate a sfidare Biya – ha dichiarato a risultati pubblicati Titus Edzoa, un ex collaboratore del presidente poi sbattuto in carcere per 15 anni per aver osato candidarsi contro di lui in una tornata elettorale – e finirete nel tritacarne».


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