8 novembre 2019

Oltre il muro, i nuovi muri

di Luca Attanasio

«Il Muro – ebbe a dire nel gennaio 1989 l’allora presidente della Germania dell’Est Erich Honecker, con scarsissima visione profetica – resisterà per altri 50, 100 anni». Pensava che quei 150 km di striscia grigia che separavano due mondi, sarebbero sopravvissuti all’idea di Comunità Europea che si stava espandendo e che, di lì a poco, avrebbe addirittura concepito l’abbattimento delle barriere e inaugurato la libera circolazione nell’area Schengen. Il muro era un archetipo prima che una costruzione fisica. Un concetto di separazione e chiusura dal resto del pianeta, di protezione da possibili attacchi o invasioni, di respingimento, di paura.

30 anni dopo, di quel muro non resta nulla. Le macerie provocate dall’irresistibile picconata globale innescata in quella magnifica notte del 9 novembre 1989, simboleggiano lo sgretolamento di un pensiero oltre che l’apertura di fenditure. Il mondo intero fu investito dalla sensazione di inizio di una nuova epoca, l’evo del ‘senza muri’, il secolo dell’incontro pacifico al di là di confini fisici e culturali.

Fa quindi una certa impressione scoprire che, nel corso di questi 30 anni, in realtà, il vizio di erigere barriere, divisioni, muri e muretti, non abbia assolutamente ceduto il passo e che quella che veniva salutata come una «nuova era di cooperazione  e apertura attraverso i confini», sembri essersi trasformata nel suo opposto.

A partire dal 1990, molti Paesi europei – così come di tante altre zone del mondo – hanno riesumato la vecchia usanza di fabbricare muri con sempre maggiori convinzione e colate di cemento. Quasi tutti, hanno una funzione antimigranti.

Secondo il rapporto Building walls. Fear and securitization in the European Union, pubblicato lo scorso anno da Transnational Institute (TNI), i muri eretti all’interno della Unione Europea, ammontano a oltre 1000 km, sei volte tanto quello di Berlino. Alcuni di questi sorgono addirittura in zone di confine in piena area Schengen. Il simbolo di questa regressione politica e ideale è senza dubbio l’Ungheria del primo ministro Viktor Orbán. È lui che, in totale spregio dei principi che regolano l’Unione, ha fatto elevare una barriera di 150 km lungo il confine con la Serbia e un’altra, lunga il doppio, sulla frontiera con la Croazia. Il premier magiaro, però, è in ottima compagnia.

A Calais, estremo limite nord-occidentale del continente, sulla sponda sud del Canale della Manica, gli inglesi, hanno preferito securizzare ulteriormente i confini invece di attrezzarsi per analizzare le richieste di ingresso di migliaia di migranti  che vogliono ricongiungersi con i propri famigliari o parenti già da tempo integratisi nel Regno Unito: sgombrata l’area passata agli atti come ‘The Jungle’ (una boscaglia dove si sono ammassati in condizioni subumane fino a 13.000 migranti), hanno proceduto, nel 2016, al finanziamento e all’erezione di un muro lungo 1 km e alto 4 metri, in territorio francese. Nel 2015 è stato alzato un muro di 3 km tra Austria e Slovenia, mentre tra Grecia e Turchia è comparsa una barriera di filo spinato lunga circa 13 km. L’elenco è solo abbozzato.

Uscendo dai confini dell’Unione, ma rimanendo sempre nell’ambito delle operazioni finanziate da Bruxelles al fine ultimo di difendere il continente, si giunge in Turchia. Qui, l’Unione Europea, nella cornice dell’accordo del 2016 che eroga a Erdoğan 6 miliardi per ‘accogliere’ i migranti in fuga dalla Siria (utilizzati di continuo, anche recentemente, come minaccia di ‘sganciamenti’ verso l’Europa in caso di opposizione alle operazioni anticurde), fornisce ad Ankara oltre 80 milioni di euro per il pattugliamento del muro di ferro e cemento di 800 km innalzato al confine con la Siria.

La tendenza, però, non riguarda solo il nostro continente. L’ascesa al potere di Trump negli Stati Uniti d’America ha portato con sé, tra i tanti esiti, quello di immaginare una società sempre più arroccata. L’esempio certamente più lampante è il controverso muro al confine col Messico. Ma la sua idea di chiusura a riccio non è certo frutto di improvvisazione. La politica di controllo maniacale e decisa militarizzazione dei confini americani ha una tradizione almeno trentennale e il budget a essa consacrato è passato da 1,2 miliardi nel 1990 a quasi 24 nel 2018.

Barriere e recinzioni, poi, sono state sparse a pioggia un po’ in tutto il mondo a partire proprio dagli anni immediatamente successivi alla caduta del muro. Ve ne sono vari in Africa – al confine tra Marocco e Spagna, all’altezza dell’enclave di Melilla in funzione antimigranti, sempre in Marocco, ma al Sud, per marcare, con mine, la frontiera con la ‘calda’ regione del Sahara Occidentale, tra Botswana e Zimbabwe ecc. ‒, in Asia, tra India e Bangladesh e tra vari altri Stati.

Di certo, però, il nostro continente resta il più attivo negli ultimissimi anni. Tutto il fronte orientale è caratterizzato dal fiorire di muri che da Ungheria e Bulgaria, passando per Macedonia, Serbia e Grecia, si estendono fino a Slovenia e Austria. Sono state ventilate costruzioni anche al Brennero e l’Italia del precedente governo ha più volte fatto riferimento alla possibilità di ricorrere a barriere al confine sloveno.

Come, però, spiega bene TNI nel rapporto The business of building walls, pubblicato l’estate scorsa,  è importante considerare che i muri non sono solo grigi e fisici. Le moderne barriere antimigranti, sono piuttosto le innumerevoli forme che la tecnologia mette a disposizione dei governi: sistemi radar, droni, camere di sorveglianza o biometria. «Alcuni dei muri più pericolosi d’Europa – sostiene l’autorevole centro di ricerca – non sono fisici né su terra. Le navi, gli aerei, i droni utilizzati per pattugliare il Mediterraneo, ad esempio, hanno alzato una barriera marittima e generato un cimitero a cielo aperto per migliaia di migranti che non hanno vie di accesso legale per esercitare il loro diritto di ricerca di asilo».

A guardare le immagini dei ragazzi increduli che sciamavano da una parte all’altra del muro, si è quindi presi da un senso di inquietudine, non solo euforia, 30 anni dopo. «Il Muro – disse nel ventennale l’allora presidente della Germania Horst Köhler – era un edificio di paura  trasformatosi in un luogo di gioia».  Il trentennale può essere l’occasione giusta, al di là delle sacrosante celebrazioni, per riflettere se la paura non stia nuovamente impossessandosi dell’Europa e del mondo.

 

Immagine: Il recinto di confine tra Rastina (Serbia) e Bácsszentgyörgy (Ungheria), costruito nel 2015 per fermare i rifugiati e i migranti in arrivo (19 marzo 2016). Crediti: BalkansCat / Shutterstock.com

 


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