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17 marzo 2017

Elezioni olandesi: una apparente sconfitta del populismo

E alla fine il trionfatore di queste elezioni olandesi, che in teoria avrebbero dovuto marcare il boom del partito populista euroscettico di destra e anti-immigrati di Geert Wilders, è un trentenne ambientalista filoeuropeo di sinistra di origini marocchino-indonesiane: non esattamente un grande spot pubblicitario per la (già traballante) affidabilità dei sondaggi pre-elettorali.

Rientrato il panico per lo spauracchio Wilders, si aprirà nelle cancellerie europee la stagione dell'analisi di questa apparente vittoria contro il populismo. Il rischio, per tutti, è ora quello di sottovalutare il disagio reale di cui il voto populista è soltanto un sintomo e trasformare acriticamente questo caso molto particolare in una "best practice" per i partiti di governo, da applicare in ogni contesto.

Per provare a comprendere meglio la situazione, invece, occorre partire proprio dai risultati. E ripercorrere il cammino attraverso il quale ci si è arrivati.

In realtà, a ricevere il maggior numero di voti non è stata la Sinistra Verde guidata da quel Jesse Klaver che ormai chiamano “il Jessiah”, per la speranza che ha saputo ridare a una sinistra che altrimenti rischiava di scomparire dal panorama politico olandese. Sicuramente è il partito che ha registrato la crescita più significativa: quadruplicando i seggi in Parlamento, potrebbe anche svolgere un ruolo nella formazione della prossima coalizione di governo.

La “macchina da guerra“ di Wilders, invece, si è fermata a percentuali addirittura inferiori a quelle raggiunte alle elezioni del 2010, quando la percezione della sua minaccia per l'Europa era ben lontana dal suscitare il panico vissuto nelle scorse settimane nelle cancellerie di Berlino, Parigi e Roma.

A quietare definitivamente il clima emergenziale tra i governi europei è stato il fatto che i migliori risultati siano stati appannaggio, ancora una volta, del premier in carica, Mark Rutte. Anche aiutato dagli scontri diplomatici con il presidente turco Erdoğan nelle ore precedenti il voto, che hanno compattato il Paese attorno al proprio governo, ha saputo conquistare 33 seggi. Un calo del 5,2% rispetto alle scorse elezioni, ma comunque ben 13 in più rispetto ai 20 del PVV di Wilders.

La sfida che ora aspetta Rutte è quella di riuscire a formare un nuovo esecutivo, per il quale dovrà accordarsi con almeno altri tre partiti al fine di ottenere una maggioranza affidabile. In prima fila ci sono i liberali del partito D66 e i conservatori dell'Alleanza Cristiano Democratica, entrambi con appena un seggio meno del PVV. Il quarto membro della coalizione dovrà essere individuato tra uno degli altri nove partiti che saranno rappresentati in Parlamento: Socialisti (14 seggi), Sinistra Verde (14), Laburisti (soltanto 9 seggi, ovvero ben 29 in meno rispetto alle scorse elezioni), Unione Cristiana (5 seggi), Animalisti (5), Pensionati 50+ (4), Partito Politico Riformato (3), DENK (3), Forum per la Democrazia (2).

Alcuni di questi ultimi sono alleati estremamente improbabili per via delle posizioni molto eterodosse che esprimono. Altri avrebbero la strada già spianata, a partire dagli sconfitti laburisti, forti del fatto di essere stati in coalizione con Rutte nell'ultima legislatura. Comunque sia, tutte queste sono ormai questioni che rientreranno a far parte del dibattito interno olandese, del quale il resto della popolazione europea tornerà presto a disinteressarsi completamente, com'era sempre stato fino al grido di allarme lanciato qualche settimana fa.

Ora che è svanito il timore per le calamità mondiali che molti analisti attribuivano a un'eventuale vittoria di Wilders, per i soggetti politici europei le tentazioni sono due: quella di derubricare l'intero accaduto come un "falso allarme" o, al contrario, di fraintendere questo esempio specifico come una "ricetta segreta" vincente nella lotta al populismo.

È possibile che effettivamente l'intera situazione sia stata sopravvalutata? Da un lato sì. Col senno di poi, i voti ottenuti da Wilders non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai casi Brexit e Trump (entrambi capaci di conquistare almeno un elettore su due). Anche nei sondaggi più favorevoli, il PVV non aveva mai sfondato il 20% (dunque un elettore ogni cinque: una differenza sostanziale). Ma la possibilità che un malessere diffuso esplodesse nelle urne, regalando a Wilders risultati ben superiori, così come accaduto nei casi della Brexit e di Trump, obiettivamente c'era.

E a influire sul risultato, in un certo senso, potrebbe avere contribuito in modo sostanziale anche la stessa attenzione mondiale ricevuta dalla campagna elettorale. Un po' come, nella meccanica quantistica, in base al principio di indeterminazione di Heisenberg, si ritiene che l'atto stesso dell'osservare finisca per alterare ciò che si osserva. Molti olandesi, parrebbe, hanno sentito la responsabilità di cui li aveva caricati la forte pressione sociale globale e sono accorsi alle urne in numeri che non si vedevano dal 1981: fattore che ha contribuito in maniera decisiva a ridurre la percentuale di consensi per Wilders.

Tutto questo però va contro alle analisi successive al voto britannico e statunitense (o anche al referendum costituzionale italiano), letti come una presa di posizione contro ciò che era percepito come la "volontà delle élite". Ad esempio, gli scenari apocalittici che venivano dipinti dagli analisti in caso di vittoria di Wilders, non erano affatto differenti dal cosiddetto "project fear" applicato durante la campagna per la Brexit.

In quel caso il tentativo di terrorizzare gli elettori con le possibili drammatiche conseguenze di una vittoria del "sì" aveva però avuto il risultato opposto, finendo per rafforzare proprio chi voleva lasciare l'Unione: orgogliosamente contrari a farsi dettare dagli "esperti" e dal resto del mondo come dovessero votare.

Per capire perché questa stessa strategia, nel caso olandese, sia stata funzionale a far "rientrare nei ranghi" gli elettori, bisogna tornare ai fondamentali del Paese. Le condizioni economiche e sociali nei Paesi Bassi sono mediamente a livelli molto elevati (benessere diffuso, bassa disoccupazione, una società aperta nella quale pochi si sentono esclusi e ignorati dal potere). In queste condizioni, il "project fear" funziona: la gente ha paura di perdere ciò che ha. Sappiamo già, però, come non sia affatto così nei contesti in cui crescenti fette di popolazione sentono di non avere più niente da perdere.

Da questo punto di vista, sarà interessante vedere lo spaccato territoriale del voto, quando si conosceranno nel dettaglio i risultati nelle varie province e territori olandesi. Tra questi sono presenti differenze sociali marcate, che ricordano talvolta i contesti di altri Paesi e potrebbero aiutare a comprendere meglio quali siano le radici profonde di un malessere comunque presente, quantomeno in uno strato della popolazione. E capire se e quando questi fenomeni potranno ripresentarsi e come rispondere in modo efficace, in Olanda e altrove.

Il commento di Geert Wilders al termine dello scrutinio, perfettamente in linea con la sua immagine pubblica di "cattivo da fumetto", è stato appunto: "Non vi siete ancora liberati di me". E se le sue sorti personali al momento non appaiono promettenti, non si può dargli torto riguardo al liberarsi delle sue idee. Queste hanno ormai attecchito, adottate persino in parte dallo stesso premier Rutte, impegnato in ogni modo a recuperare al suo partito anche i voti più ostili agli immigrati. Insomma, se questa sarà stata una vittoria dalla quale prendere spunto, forse è presto per dirlo.

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14 marzo 2017

Elezioni olandesi. I candidati, gli scenari e la posta in gioco

 “ Zero percento (chance) Geert, ZERO percento. Non. Succederà. Mai”  è stato il tweet con il quale il premier olandese Mark Rutte ha reagito alla rivendicazione dell'incarico di capo di governo da parte di Geert Wilders, leader del partito populista euroscettico PVV, in caso di sua vittoria alle prossime elezioni del 15 marzo.

Avendo la monarchia una funzione soltanto cerimoniale, il vero potere nei Paesi Bassi è detenuto proprio dal premier, che è normalmente il segretario del partito col maggior numero di seggi in parlamento. Ma questa volta, intendeva sottolineare Rutte, "faremo di tutto perché non sia così". In linea con le speranza di quasi tutti i governi europei.

Alla vigilia del voto, infatti, il partito di Wilders è dato ancora in cima alle preferenze, grazie a una campagna incentrata sull'ostilità verso immigrati e musulmani (tema tornato a infuocare il dibattito, dopo gli scontri nel weekend tra polizia e immigrati turchi provocati dal divieto imposto al ministro degli Esteri turco di tenere un comizio elettorale a Rotterdam). Ma le sue possibilità di giungere a guidare il governo sono rese estremamente ridotte dalla natura stessa del sistema politico olandese.

Le elezioni di mercoledì, infatti, determineranno l'assegnazione dei 150 seggi della Camera bassa, il principale organo legislativo del Paese (il Senato viene eletto separatamente, coi voti dei soli rappresentanti delle province, ma ha una funzione meramente consultiva). Ma in oltre cento anni nessun partito è mai riuscito a raggiungere da solo i settantasei seggi necessari a formare un governo. E poiché anche il PVV è assai lontano dall'obiettivo, in assenza di partner disposti a formare una coalizione, Wilders potrebbe ritrovarsi con una maggioranza relativa, ma isolato e sconfitto.

Grazie al sistema proporzionale puro, con un unico collegio elettorale nazionale, molti dei 28 partiti che si presentano alle elezioni otterranno una rappresentanza in parlamento. Di fatto, in assenza di una soglia di sbarramento fissa e considerando il numero di seggi a disposizione, è generalmente sufficiente prendere una percentuale di voti superiore allo 0,67% per eleggere almeno un rappresentante.

Ma mentre in passato i tre principali partiti erano comunque in grado di ottenere complessivamente l'80% dei voti, oggi la loro quota si aggira appena attorno al 40%. Ed è proprio questa frammentazione che potrebbe consentire al PVV di Wilders di diventare il primo partito del Paese, pur con una percentuale non superiore al 20%.

In base agli ultimi sondaggi, il PVV si trova al momento circa alla pari con il VVD di Mark Rutte. Entrambi dovrebbero ottenere circa 24 seggi, ma occorre ricordare che il VVD aveva vinto le precedenti elezioni ottenendo ben 41 deputati.

Il partito laburista, attualmente seconda forza nel parlamento e nel governo di coalizione, potrebbe precipitare addirittura al settimo posto, con una decina di seggi, scavalcato non solo dal partito di Wilders, ma anche dall'Appello Cristiano Democratico (circa 20 seggi), Sinistra Verde (17-18), il liberali del D66 (14-17) e Partito Socialista (10-12).

Proprio la Sinistra Verde (GroenLinks) è la grande sorpresa di questi ultimi giorni di campagna elettorale. Nel giro di poche settimane, il partito guidato dal trentenne di origine olandese-indonesiana-marocchina Jesse Klaver, ha quadruplicato le preferenze nei sondaggi, grazie a un mix denunciato dagli altri partiti come populista, ma di radice opposta a quello di Wilders.

In opposizione al clima politico del momento, Klaver è esplicitamente pro-UE e pro-rifiugiati. E la sua promessa di “speranza e cambiamento” riguarda anche la fine della ricerca esasperata di crescita economica e dell'affidamento al mercato contro il settore pubblico, sostituiti da una priorità per “l'empatia”, “maggiore equità economica” e protezione dell'ambiente, con particolare attenzione al “cambiamento climatico”.

Secondo alcuni, nel gioco di alleanze che si scatenerà al termine del voto, Klaver potrebbe addirittura finire tra i papabili all'incarico di premier. Ma da questo punto di vista, la partita è ancora completamente aperta. E in questo scenario anche i cinque o sei piccoli partiti che si fermeranno tra i 3 e i 5 seggi potrebbero svolgere un ruolo di primo piano, in quanto fondamentali per raggiungere la quota necessaria a governare.

Come indicato dal tweet del premier Rutte, il VVD e gli altri principali partiti hanno già esplicitamente escluso alleanze con il PVV, chiudendo teoricamente ogni possibilità di premiership a Wilders. Ma il leader del PVV, che da alcuni giorni ha annullato tutte le apparizioni pubbliche per rischi alla sua sicurezza, si è detto sicuro che i risultati finali convinceranno molti a rimangiarsi questa promessa, venendo a patti con lui.

Anche senza giungere alle rivolte popolari prospettate da Wilders nel caso gli venisse negato l'incarico, il rischio, infatti, è che l'anomalia del tenere fuori dalla coalizione di governo il principale partito del Paese, rischi di rappresentare un punto debole per il nuovo governo e un punto di forza per il leader del PVV, che potrebbe giocare ancora di più sul ruolo di outsider in lotta contro il sistema.

In altri tempi si sarebbe pensato a piccole beghe tra piccoli partiti di un piccolo Paese, ma il metro di quanto siano invece considerate cruciali le imminenti elezioni di mercoledì 15 marzo, anche ben al di là dei confini dei Paesi Bassi, è dato dall'inquietante ragione per cui, in un Paese sempre all'avanguardia per tecnologia e sperimentazioni, gli elettori alle urne si troveranno ancora davanti le vecchie schede cartacee, che saranno poi contate a una a una dagli scrutatori.

Proposte per il passaggio al voto elettronico erano state bocciate anche in passato, ma mai prima di oggi un ministro aveva esplicitamente dichiarato che il motivo è che i software non sarebbero in grado di affrontare le concrete minacce di ingerenza da parte di Stati stranieri interessati a falsare i risultati del voto.

Come nel caso delle elezioni statunitensi, anche qui è la Russia a trovarsi in cima alla lista dei sospetti del governo olandese, che teme la volontà di Putin di destabilizzare l'UE, attraverso un effetto domino con le successive elezioni in Francia e Germania.

Per questo, per la prima volta nella storia, tutta l'Europa starà con il fiato in sospeso fino ai primi exit poll, che la tv pubblica NOS diffonderà alla chiusura dei seggi, nella serata di mercoledì. Ma in un'elezione così combattuta, la loro affidabilità sarà estremamente ridotta. Tanto più che anche quando saranno comunicati i risultati definitivi, per le caratteristiche del sistema olandese, sarà ancora difficile stabilire chi saranno vincitori e vinti e chi andrà a formare il governo.

In passato sono trascorsi anche mesi prima che si raggiungesse un accordo per comporre una coalizione tra i diversi partiti. Ma questa volta la minaccia di Wilders potrebbe paradossalmente fungere da catalizzatore, agevolando il superamento delle divergenze tra tutti quelli interessati a tenerlo fuori dalle stanze del potere.

Prima di allora, però, la parola spetta agli elettori. E come la Brexit e l'elezione di Trump ci hanno insegnato, dobbiamo essere pronti a qualunque risultato. Come ricordava Wilders nel proprio tweet di risposta a quello di Mark Rutte: “Sono gli elettori che decidono per questo Paese, Mark. Al 100%. E nessuno. In Olanda. Vi. Crede. Ancora”.

 

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06 marzo 2017

Elezioni olandesi: come l'odio ha sedotto un paese

Quando gli storici del futuro studieranno le elezioni olandesi del 2017 e le loro conseguenze sui fragili equilibri europei, un momento chiave si staglierà su tutti gli altri: il giorno in cui il premier in carica, Mark Rutte, attaccò gli immigrati che non si comportavano “in modo normale”, intimando loro di lasciare il paese. L'annuncio a pagamento del Partito per la Libertà e la Democrazia (VVD) contenente le dichiarazioni di Rutte, pubblicato sui principali quotidiani olandesi lo scorso 23 gennaio, marca infatti il momento in cui un'idea nata nelle frange estreme del populismo nazionalista si consolida definitivamente e trasversalmente, divenendo mainstream. Chiaramente, la volontà di Rutte era soltanto quella di riconquistare elettori sedotti dalla retorica antimusulmana di Gert Wilders, leader del partito populista ed euroscettico PVV. Ciò che, però, ha ottenuto è stato di sdoganarne di fatto i temi, fornendo loro una legittimità che fino ad allora soltanto una parte minoritaria del paese gli riconosceva. Ma il percorso per arrivare a questo momento è stato più lungo e travagliato. E lo stesso Wilders ne è soltanto un protagonista recente. Per capire dove sia originata questa rabbia nei confronti degli immigrati, bisogna tornare a più di quindici anni fa, quando sull'onda emotiva dell'attentato alle torri gemelle, l'eccentrico e carismatico sociologo Pim Fortuyn attacca per primo il modello multiculturale olandese. L'essenza della piattaforma politica con cui Fortuyn si candida alle elezioni del 2002 è molto semplice: gli immigrati di religione islamica sono una minaccia ai valori progressisti olandesi. La rivoluzione di Fortuyn consiste nel proporre un nuovo nazionalismo che, se attacca gli stranieri come nella tradizione dell'estrema destra, lo fa non per difendere i valori tradizionali di Dio, Patria e Famiglia, ma all'opposto quelli della modernità, assurta a nuovo canone identitario: libertà individuale, conquiste civili, parità per le donne e diritti per la comunità LGBTQ. Lo stesso Fortuyn, gay dichiarato e proveniente dalla partito laburista, non accetta per il proprio movimento l'etichetta di “estrema destra”. Nei suoi discorsi, invece, attacca gli immigrati e i musulmani come simbolo stesso del conservatorismo retrogrado cui si oppone. La sua campagna elettorale dura pochi mesi: nel maggio del 2002 Fortuyn viene assassinato. Non da un immigrato musulmano, ma da un cittadino olandese. Un ambientalista che lo ritiene un pericolo per gli stessi valori di tolleranza che Fortuyn intendeva rappresentare. È però proprio la sua morte a dare forza alla sue idee, che iniziano a diffondersi nella società olandese. Per poi esplodere definitivamente due anni dopo, quando il controverso (e più convenzionalmente di estrema destra, a partire dall'esplicito antisemitismo) regista Theo van Gogh viene ucciso da un musulmano radicale, offeso da un suo film che attaccava l'Islam. È a questo punto che a raccogliere il testimone giunge Geert Wilders. Il quale, nonostante nei successivi dieci anni non si verifichi nei Paesi Bassi alcun attacco terroristico da parte di immigrati musulmani (ma anzi aumentino i casi di violenze nei loro confronti), riesce a capitalizzare l'ormai crescente timore nei confronti dell'Islam. Anche Wilders, figlio di madre indonesiana e sposato con una ungherese, respinge ufficialmente ogni accusa di razzismo. Ma fino alle dichiarazioni involontariamente apologetiche del premier Rutte, le sue posizioni erano giudicate estremiste e inaccettabili per gli standard olandesi, con tanto di condanne in tribunale per incitamento all'odio razziale. Nel breve termine, la tattica di Rutte potrebbe rivelarsi efficace: gli ultimi sondaggi danno il VVD sostanzialmente appaiato al PVV di Wilders, per la prima volta dopo molti mesi di fuga solitaria. Ma sono in molti a nutrire il dubbio che, al di là degli immediati risultati elettorali, la sua decisione potrebbe avere conseguenze a lungo termine ben più deleterie sulla salute della società olandese, rischiando di avvelenarne ulteriormente il clima e indebolirne le difese immunitarie di tolleranza: il valore che tutti dichiarano essere il più importante per l'identità nazionale, ma che al tempo stesso nessuno sembra più interessato a praticare.

 

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20 febbraio 2017

Elezioni olandesi: nuvole sui Paesi Bassi

Se quasi nessuno sa chi ci sia attualmente al governo in Olanda, come mai all'improvviso tutti sembrano così interessati alle elezioni politiche che si terranno tra meno di un mese nella terra dei tulipani?

La risposta, semplice, ha un nome ed è Geert Wilders: il leader del partito populista di destra, attualmente in testa nei sondaggi, che minaccia di far proseguire il ciclo di shock elettorali globali iniziati con Brexit e Trump, inserendo un altro grimaldello nella fragile impalcatura europea e preparando la strada al Fronte Nazionale nelle successive elezioni francesi.

Una risposta più complessa, e probabilmente più utile, può essere ricercata attraverso alcune chiavi di lettura del contesto geopolitico di un paese che, pur avendo dato i natali a Van Gogh, Van Wood, Van Halen e Van Basten, resta largamente sconosciuto.

Per la maggior parte degli italiani, l'Olanda è infatti soltanto un piccolo paese da cartolina, che si immagina fuori dal tempo e dalla realtà. All'opposto, chi c'è stato di persona porta generalmente con sé un'esperienza comunque limitata a pochi giorni di turismo nei quartieri più giovani e alternativi di Amsterdam. La somma di questi due fenomeni è che davvero pochi, in Italia, siano in grado di tracciare un'immagine realistica dei Paesi Bassi. Qualcosa che vada oltre il doppio cliché: da una parte zoccoli, fiori e mulini a vento, dall'altra droghe libere, calcio totale e prostitute alle finestre.

Così diamo per scontate le piste ciclabili, ma scordando che i politici visionari che le imposero insieme alle zone pedonali (e soltanto a partire dagli anni '70) lo fecero tra proteste e attentati, insistendo nel disperato tentativo di fermare le stragi di bambini che ogni giorno si ripetevano su strade dominate dalle auto. O ci immaginiamo tutele da socialdemocrazia scandinava, quando, ad esempio, in Olanda neppure la gestione della sanità è pubblica. Questa è, invece, affidata ai privati, con assicurazioni obbligatorie a pagamento: un modello molto più simile agli USA che agli altri paesi europei.

Insomma un luogo vero, con problemi veri. Talvolta capace di trovare vere soluzioni, con pragmatismo. E le significative diversità e complessità sociali che si concentrano nei pochi chilometri quadrati (circa un settimo dell'Italia) di terre reclamate all'oceano che compongono i Paesi Bassi si riflettono in modo profondo sulla loro struttura politica e di governo.

Attualmente i 150 seggi alla Camera dei Rappresentanti sono suddivisi tra ben undici partiti. Il principale, grazie al 26,6% ottenuto alle elezioni del 2012, è il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD, di centro-destra), il cui segretario Mark Rutte è anche premier del governo di coalizione formato con la seconda forza del parlamento: il Partito Laburista (PvdA, di centro-sinistra).

La seconda fascia di partiti è composta da quattro formazioni attorno al 10%: i conservatori dell'Appello Cristiano Democratico (CDA), per molti anni principale partito del paese ma precipitato nei consensi negli ultimi dieci anni; il Partito Democratico 66 (D66) di ispirazione liberale e progressista, il Partito per la Libertà (PVV) ideato da Geert Wilders anticipando le spinte populiste e nazionaliste che oggi vediamo all'opera in tutta Europa e il Partito Socialista (SP), che sotto l'attuale leadership è tornato ad avere successo grazie a un profilo quasi altrettanto populista di quello di Wilders, ma ripulito dagli elementi razzisti.

Infine cinque partiti minori: altri due di matrice cristiana (tra cui il Partito Politico Riformato, che ritiene che le donne non dovrebbero avere un ruolo nella politica ed è accusato da alcuni di aspirare a una teocrazia), la Sinistra Verde, un Partito Animalista e un partito dei pensionati (50+) che i sondaggi segnalano in grande crescita.

Tutto questo però sta per essere rivoluzionato dalla tornata elettorale che si terrà il prossimo 15 marzo. In particolare, gli esperti prevedono un forte indebolimento del VVD e un tracollo per i Laburisti, annullati agli occhi degli elettori dall'esperienza di governo di grande coalizione. Entrambi dovrebbero essere scavalcati proprio dall'exploit del PVV di Wilders, che per tradizione dovrebbe quindi essere incaricato di formare il nuovo governo in quanto segretario del principale partito.

La prospettiva terrorizza non soltanto l'UE, ma la maggior parte dei partiti olandesi, che si stanno organizzando per arginare la sua crescita e impedirgli di riuscire a formare una coalizione post-elettorale che gli consenta di ottenere quella maggioranza che nessun partito da solo potrà raggiungere. E in questo scenario giocheranno una funzione cruciale anche i partiti più piccoli.

Ma come si è arrivati a questa situazione?

A differenza che in casi analoghi in altri paesi, appare subito evidente come il timore e la rabbia che muovono gli elettori olandesi non siano certamente una conseguenza immediata della situazione economica. Anzi, nonostante le sue piccole dimensioni, i Paesi Bassi sono la quinta economia europea e il terzo paese per ricchezza pro capite. L'export è in crescita, la bilancia commerciale è nettamente in attivo, la disoccupazione dovrebbe calare ulteriormente nel corso dell'anno, fino a raggiungere il tasso record di 5,3%. Successi che sono frutto sia di scelte interne che di una congiuntura internazionale che ha favorito la natura mercantile del tessuto economico olandese, ad esempio come piazza per servizi finanziari e logistici.

Infatti, se da un lato la globalizzazione ha detronizzato il porto di Rotterdam (fino a una quindicina di anni fa il più trafficato al mondo e da allora sorpassato da vari scali asiatici) l'Olanda ha in gran parte beneficiato dalle attuali condizioni del libero mercato globale. Contesto nel quale continua a muoversi in maniera autonoma, per tutelare i propri interessi geopolitici anche rispetto agli altri paesi UE: ad esempio attraendo massicciamente capitali e aziende dall'estero, come le italiane FIAT e Ferrari, con un regime fiscale che si può eufemisticamente definire favorevole (e che l'organizzazione umanitaria Oxfam denuncia invece come pari a quello di Isole Cayman e Bermuda).

Non è, dunque, di questo che parlano allarmate le prime pagine dei giornali olandesi. Il tema attorno a cui ruota l'intera campagna è uno soltanto: gli immigrati di religione islamica.

A quindici anni dall'omicidio di Pim Fortuyn, che per primo portò il tema nell'agenda politica dei Paesi Bassi, il presunto fallimento del modello multiculturale olandese è ormai percepito da una crescente fetta di popolazione come un dato di fatto. Un nuovo problema a cui, con testardo pragmatismo olandese, occorre trovare una soluzione.

Come questo sia successo e perché molti olandesi pensino che questa soluzione possa essere posta in essere da Geert Wilders è ciò che tutti si stanno chiedendo. Di certo, gli altri partiti appaiono al momento incapaci di fornire soluzioni alternative. Lo stesso primo ministro in carica si ritrova allora a inseguire l'elettorato riproponendo le stesse tesi rese popolari dal PVV, soltanto riformulate in maniera meno aggressiva.

I suoi consiglieri non hanno, evidentemente, studiato con sufficiente attenzione gli insegnamenti della Brexit: una volta sdoganata l'intolleranza, tra l'originale e la sua versione annacquata, gli elettori scelgono l'originale. Qualunque ne sia il costo.

 

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