08 novembre 2013

Perché chiudere Guantanamo è un problema

di Barbara Vaccani

Ad aprile del 2013 il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha ripetuto la sua volontà di chiudere il carcere militare di Guantanamo, “Penso sia fondamentale capire che Guantanamo non è necessario per tenere l’America sicura” ha affermato . Nonostante la promessa del 2009, anno di inaugurazione del primo mandato di Obama, di chiudere il carcere entro un anno, Guantanamo rimane aperto, così come la discussione sull’eventualità e la desiderabilità della sua chiusura. La California Western School of Law prova a chiarire la situazione con un’interessante infografica intitolata “Chiudere Guantanamo Bay: un rischio per la sicurezza nazionale o una saggia mossa di politica estera?”.

Il campo di detenzione di Guantanamo è un carcere militare e si trova nell’omonima base navale che gli Stati Uniti detengono sull’isola di Cuba. I primi prigionieri vennero trasferiti a Guantanamo nel gennaio del 2002, in seguito all’invasione americana dell’Afghanistan e dell’inizio della guerra al terrorismo. Attualmente nella prigione i detenuti sono 171, ma dal 2002 ad oggi sono 779 le persone che sono state prigioniere a Guantanamo e di queste circa 600 sono state trasferite in altri paesi.

Nella storia della prigione, la maggior parte dei prigionieri è stata di origine afgana. Tra gli altri paesi di provenienza dei detenuti ci sono Arabia Saudita, Yemen, Pakistan e Algeria. Dal punto di vista della causa della detenzione, i prigionieri di Guantanamo sono raggruppabili in tre categorie principali: detenuti cui è stato accordato il rilascio verso i paesi d’origine o in paesi terzi, a patto che ne venga monitorata la buona condotta, sospettati di terrorismo in attesa di processo o della formulazione dei capi d’accusa, prigionieri ritenuti troppo pericolosi per il rilascio, ma che non possono essere messi sotto processo per mancanza di prove.

La prima categoria di detenuti è formalmente la meno problematica: questi prigionieri sono semplicemente in attesa di rilascio. Gli unici limiti sono la fiducia nelle istituzioni del paese ricevente, perché non maltrattino il prigioniero o siano in grado di prevenirne la recidività. La seconda categoria di detenuti, quelli in attesa di processo, pone dei problemi dal punto di vista dei diritti accordati all’imputato.

Secondo una legge del 2006, i detenuti di Guantanamo devono essere processati da commissioni militari. A differenza delle corti civili, nei processi condotti dalle commissioni militari l’imputato non può fare appello all’habeas corpus, non può usare testimonianze di seconda mano come prove ed è sempre soggetto alla pena di morte. L’amministrazione Obama, nel 2009 e nel 2011 ha parzialmente modificato questo sistema, introducendo la possibilità, per i detenuti, di essere processati dalle corti federali (civili) degli Stati Uniti. Tuttavia, il Congresso, in opposizione alla volontà di Obama di chiudere la prigione di Guantanamo, ha approvato nel 2011 una legge che proibisce all’esercito di usare i propri fondi per trasferire i detenuti di Guantanamo sul suolo degli Stati Uniti, impedendo così la possibilità di processi nelle corti federali.

Infine, la terza categoria è quella della detenzione indefinita, una situazione di limbo, che ha come vantaggio quella di tenere sotto custodia individui ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ma che ha dei limiti dal punto di vista della legalità della custodia perché non fondata su capi d’accusa, né su condanne di autorità giudiziarie.

Accanto ai problemi sulla legalità della detenzione a Guantanamo, altri argomenti in favore della sua chiusura sono il costo del carcere e le condizioni di detenzione dei prigionieri di Guantanamo. Come riportato dall’infografica della California Western School of Law, mantenere un detenuto a Guantanamo costa più di 600.000 dollari l’anno, a fronte di una spesa di circa 35.000 dollari annui in un carcere di massima sicurezza e ci sarebbero più di cento prigioni statunitensi in grado di accogliere i prigionieri di Guantanamo.

La questione delle condizioni di detenzione a Guantanamo riguarda l’uso di strumenti di tortura durante gli interrogatori di alcuni dei detenuti. Secondo un rapporto condotto da un gruppo di ricerca indipendente rilasciato lo scorso aprile non ci sono dubbi né circa l’utilizzo di strumenti di tortura in centri di detenzione come quello di Guantanamo, né sulla conoscenza, da parte delle alte cariche dello Stato, di questi metodi. I documenti ufficiali circa le pratiche di detenzione di Guantanamo rimangono segreti e solo in un caso gli Stati Uniti hanno ammesso l’uso della tortura nei confronti di un detenuto , un cittadino saudita processato nel 2009 perché ritenuto coinvolto negli attacchi dell’undici settembre 2001. C’è poi il problema dello sciopero della fame, strumento di protesta usato dai detenuti, e dell’ alimentazione forzata , somministrata dalle autorità per prevenire la morte dei detenuti.

Contro i dubbi sulla legalità delle condizioni di detenzione e dello status di alcuni dei detenuti si scontrano le ragioni della sicurezza nazionale, che hanno finora guidato le fila di quanti si oppongono alla chiusura del carcere. L’infografica mostra come il 70% dei cittadini statunitensi sia favorevole a far rimanere Guantanamo aperto. La sua chiusura significherebbe dover trovare una collocazione ai detenuti imprigionati senza processo e senza accuse a carico, con il rischio che rilasciandoli tornino a combattere contro gli Stati Uniti nella war on terror. Trasferire i detenuti in suolo statunitense, a parte l’impatto mediatico, creerebbe un precedente, nella storia degli Stati Uniti, per poter creare campi di detenzione simili direttamente su suolo americano. Difficile, poi, giustificare il rilascio di sospetti terroristi dopo dieci anni di guerra al terrore che non sembra vedere una fine.

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali

 


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