27 ottobre 2016

Perché è decisiva l’offensiva di Mosul

"L’ora della vittoria è arrivata. Annuncio oggi l’inizio delle operazioni per la riconquista di Mosul e la vostra liberazione dall’oppressione di Daesh. Con l’aiuto di Allah, ci vedremo in città per festeggiare e tornare a vivere, con le nostre diversità, tutti insieme". Con queste parole pronunciate in video, il primo ministro iracheno Haider al-Abadi ha annunciato l’avvio delle operazioni per riprendere il controllo della città sunnita di Mosul, dal giugno 2014 nelle mani del sedicente Stato islamico. La battaglia è fondamentale dal punto di vista strategico: Mosul è infatti la seconda città dell’Iraq, è collocata in un’area ricca di giacimenti di petrolio ed è abbastanza vicina ai confini con la Siria e la Turchia, condizione che garantisce all’IS canali per i rifornimenti e indiscutibili vantaggi in termini di mobilità dei miliziani jihadisti. La riconquista del centro è però importante anche per il suo significato simbolico, perché è proprio qui che il leader Abu Bakr al-Baghdadi – con il celebre discorso della moschea di al-Nouri – ha ufficialmente sancito la nascita del califfato e posto le basi per una espansione a macchia d’olio della sua organizzazione. ‘Questa avanzata benedetta non terminerà finché non avremo piantato l’ultimo chiodo sulla bara della cospirazione di Sykes-Picot’, dichiarò allora solennemente l’autoproclamato califfo, riferendosi a quell’accordo segreto – di cui quest’anno ricorre il centenario – in forza del quale Francia e Gran Bretagna definivano le rispettive ‘sfere d’influenza’ in Medio Oriente, cominciando a ‘disegnare’ il futuro assetto di quei territori. Con la proclamazione della fine della logica di Sykes-Picot, al-Baghdadi ragionava dunque a tutti gli effetti su base geopolitica.  Accanto all’esercito regolare di Baghdad, partecipano all’operazione per la liberazione di Mosul anche i peshmerga curdi e i combattenti di diverse milizie; decisivo è inoltre il supporto della coalizione internazionale a guida statunitense. Sotto il profilo strettamente militare, non sembrano esserci particolari dubbi sugli esiti della battaglia: le forze in campo dicono che i miliziani dell’autoproclamato Stato islamico sono destinati, prima o poi, a soccombere. Il problema risiede però in quel ‘prima o poi’, ed è il ‘poi’ a rappresentare l’eventualità al tempo stesso più concreta e preoccupante. Quando sono infatti in campo forze eterogenee, anche la migliore delle strategie militari può non essere sufficiente, e la tenuta garantita dalla comune volontà di sconfiggere il nemico può essere messa a dura prova dal passare del tempo. L’esercito iracheno ha avviato le sue operazioni da sud, mentre i peshmerga sono intervenuti da est, entrambi sostenuti dai raid aerei americani e dal supporto delle forze speciali. Anche se già nei primi giorni si sono registrati rallentamenti nell’iniziativa, l’avanzata ha consentito di riconquistare alcuni territori circostanti l’area di Mosul, e alcuni centri cristiani come Bartella sono stati liberati dal giogo di Daesh. I peshmerga hanno poi assunto il controllo di Bashiqa, ma la convinzione è che lo scontro durerà a lungo, e porterà con sé molte vittime. Nei due anni trascorsi a Mosul, prevedendo un’offensiva che sarebbe comunque arrivata, i terroristi hanno avuto infatti il tempo di elaborare una  strategia difensiva e cercare di rallentare il nemico. Gli ordigni sono disseminati lungo le strade per arrivare in città, i miliziani stanno bruciando pozzi di petrolio e hanno fatto saltare in aria un impianto chimico per il trattamento dello zolfo, così da innalzare fumi e produrre nubi tossiche che blocchino le forze loro ostili; inoltre gli attentatori suicidi sono sempre in agguato, e gli uomini del califfo non si fanno scrupoli a utilizzare scudi umani durante la battaglia. L’IS ha poi lanciato attacchi contro Kirkuk e Rutba, in aree non interessate dai combattimenti: in questo modo, i miliziani hanno cercato di allentare la pressione nemica su Mosul, costringendo le forze di sicurezza irachene a intervenire anche su altri fronti. Il sedicente Stato islamico è da tempo in difficoltà, tanto sul fronte siriano quanto in Iraq, come testimoniano le cadute di centri come Ramadi, Falluja, Manbij o dell’altamente simbolica Dabiq; tuttavia è indubbio che combatterà strenuamente a Mosul per evitare quanto meno una sconfitta rapida. Questo – ha osservato in una sua analisi il ricercatore Hassan Hassan – potrebbe infatti portare a una ‘degradazione’ della strategia delle forze anti-IS e sfibrarle, poiché – come si è detto – a combattere contro i terroristi sono soggetti molto diversi che coltivano interessi geopolitici differenti. Inoltre, anche dopo la assai probabile cacciata dei jihadisti da Mosul, non è scontato che la parabola dell’IS sia chiusa: da una parte, non si possono escludere in alcun modo azioni di rappresaglia in territori lontani dal teatro di guerra, e per questo le forze di intelligence europee monitorano la situazione temendo possibili attentati sul territorio del Continente. A livello organizzativo poi – ha rilevato sempre Hassan in un’altra analisi per il NY Times –  c’è l’opzione dell’inhiyaz, ossia della parziale ‘ritirata’ nel deserto dove continuare ad addestrare le proprie reclute, cogliendo di volta in volta l’occasione per sferrare attacchi e alla fine riproporsi su una scena politica estremamente sfilacciata. Per questo motivo gli analisti sono concordi nel sottolineare che la strategia di transizione sarà fondamentale per il futuro di Mosul, del Siraq e per il successo nella lotta contro l’IS. E ad oggi, un vero e proprio piano non pare esservi. Tra Turchia e Iraq si sono ad esempio già registrate tensioni: soprattutto in una prospettiva futura, Ankara è intenzionata a giocare al meglio le sue carte per avere un ruolo importante nelle operazioni, così da poter dispiegare pienamente la propria politica strategica. In primis – ha osservato per la BBC Jonathan Marcus – Ankara punta a evitare qualsiasi rafforzamento dei separatisti curdi del PKK, bloccando una loro espansione anche nel Nord dell’Iraq; in secondo luogo, proponendosi come ‘protettrice’ dei sunniti e delle minoranze nell’area, Ankara cercherebbe di rafforzare la propria posizione sulla scena mediorientale contenendo l’influenza dell’Iran sciita, che è invece in ottimi rapporti con il governo centrale di Baghdad. Ecco perché, dopo la battaglia di Mosul, la partita sarà ancora aperta, ed ecco perché saranno necessarie scelte politiche ragionate. In caso contrario, tra ambizioni confliggenti degli attori politici regionali e rischi di un rinnovato settarismo sciita contro i sunniti, permarrà l’instabilità. Ed è in quella instabilità che, spesso con successo, riescono a incunearsi i terroristi.  


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