27 luglio 2020

Perché è importante ciò che accade a Portland

 

Gli Stati Uniti d’America sono un posto strano. Li immaginiamo spesso come una cosa sola, monolitica. Ma naturalmente non è così. Prendiamo Portland, la città che protesta tutti i giorni dopo la morte di George Floyd avvenuta due mesi fa a 2500 km di distanza. Una città piccola, tutta natura, liberal e ciclabile come diverse altre di quell’area d’America, giovane, cool, dove è facile incontrare una micro-brewery e venire serviti da ragazzi in camicia scacchi con la barba hipster. Portland ha anche una caratteristica che salta agli occhi: è bianca come nessuna altra area metropolitana degli States, i neri sono il 6% della popolazione. Fino al 1926 la Costituzione dell’Oregon recitava: «Nessun negro libero, o mulatto, che non risieda in questo Stato al momento dell’adozione della presente Costituzione, potrà venire, risiedere, o trovarsi in questo Stato, o detenere beni immobili, o stipulare contratti in questo Stato». La gente dell’Oregon era per l’abolizione della schiavitù, ma i neri li voleva tenere lontani. E nei primi anni Venti la città divenne anche un centro importante delle attività del Ku-Klux Klan, con un numero di aderenti che solo gli Stati del Sud potevano vantare. Con gli anni le cose sono cambiate, ma i neri rimanevano confinati nell’area loro destinata dal red lining, la pratica di mappare le città in termini di sicurezza urbana e di sicurezza per la concessione dei mutui che ha determinato la decadenza di quelli che nei decenni sono divenuti ghetti. Con il crescere della città anche quelle zone sono cambiate e divenute troppo care per i residenti neri. Ma questa è una vicenda diversa da quella di cui ci occupiamo qui. Questo breve racconto della Portland delle origini serve a porre una domanda: come mai una città bianca è divenuta il centro delle proteste antipolizia e il luogo prescelto dall’amministrazione Trump per applicare la sua versione del nixoniano “Legge&Ordine”?

 

La risposta sta nella storia recente. Come le vicine San Francisco, Oakland, Seattle, la città è un centro della politica radicale di sinistra dalla fine degli anni Sessanta. George HW Bush chiamava la città “Little Beirut” per le proteste che lo accoglievano ogni volta che la visitava. Ma anche la destra radicale e razzista è piuttosto forte. Nel 1988 tre skinheads picchiarono a morte un giovane etiope e negli anni Novanta la città fu teatro di battaglie di strada tra skinheads razzisti e redskins, gli skinheads di sinistra. In città è nato il Volksfront, divenuto poi una rete internazionale, e i Proud Boys, gruppo di estrema destra dall’aria cool, promosso da uno dei tre fondatori di Vice, Gavin McInnes, hanno ben tre sezioni nello Stato.

 

Da quando Trump è stato eletto questa storia politica sotterranea è divenuta attualità. Dopo l’elezione e l’inaugurazione ci sono state manifestazioni violente anti-Trump, mentre la galassia di estrema destra più moderna ha scelto la città dell’Oregon come luogo di elezione per portare avanti una strategia di visibilità già sperimentata altrove: portare la violenza contro i cosiddetti “anti-fa” nei luoghi in cui forte è la presenza della sinistra radicale e usare i video delle “imprese” come strumento di propaganda e reclutamento on-line. E così tra proteste e confronti di piazza che in diversi casi hanno visto la polizia comunicare con gli estremisti di destra – ci sono casi documentati di affiliazione a questi gruppi da parte di membri delle forze dell’ordine – Portland è divenuta il centro della tensione politica violenta.

 

Torniamo all’oggi. La scelta del presidente di inviare agenti federali a ristabilire l’ordine non ha fatto che acuire la tensione. Sia perché si tratta di una scelta radicale dal punto di vista dei rapporti tra autorità locali e poteri federali, sia perché in città il clima è quel che avete letto fino a qui. Gli agenti federali mandati a far tornare l’ordine hanno così generato una crescita del conflitto di piazza che, da manifestazioni – talvolta violente – dalla partecipazione limitata ai militanti politici di sinistra è divenuto di massa. Di fronte all’uso di gas lacrimogeno e proiettili di gomma e ai fermi fatti portando via manifestanti con dei furgoni privi di insegne, sono scese in strada centinaia di madri a fare da scudo cantando “abbiamo le mani in alto, non sparate” come fosse una ninna-nanna. Poi è stata la volta dei veterani di guerra. Ma il tutto, come da settimane a questa parte, rimane circoscritto ad aree attorno agli edifici pubblici della città, non stiamo parlando di un centro abitato a ferro e fuoco. Nel frattempo però le manifestazioni antifederali sono cominciate anche altrove e Seattle è divenuta terreno di battaglia con 45 arresti. Ad Austin, Texas, è stata uccisa una persona, mentre in molte altre città si sono tenute manifestazioni più o meno violente.

 

La scelta di Trump di usare i poteri federali è stata duramente criticata dalla governatrice dell’Oregon Kate Brown che ha detto che si tratta di «benzina sul fuoco» e che «Non possiamo permettere che la polizia segreta rapisca le persone in veicoli non contrassegnati. Questa è una democrazia e non una dittatura». Diversi altri sindaci (Portland, Chicago, Atlanta, Seattle, Washington D.C. e Kansas City) e governatori hanno protestato. La ragione è semplice: il presidente ha annunciato che dopo l’operazione Diligent Valor, è partita anche l’Operazione Legend (dal nome di un bambino ucciso in strada a Kansas City) che invierà agenti anche in diverse altre città per riportare la legge e l’ordine. L’elenco delle città fatto da Trump include tutte e solo città governate dai democratici.

 

L’uso dei poteri federali non richiesto dalle autorità locali è un tema delicato e controverso dal punto di vista dell’equilibrio dei poteri. E questo è già un tema enorme. Lo è di più se pensiamo che la cultura politica repubblicana è quella che tende a difendere gli Stati dallo strapotere di Washington. Sono i repubblicani, e in particolar modo certe componenti conservatrici o libertarie, a opporsi all’idea della pervasività dello Stato. Utilizzare troppo i poteri federali può essere dunque un autogol – non a caso il senatore repubblicano-libertario Rand Paul ha criticato duramente le operazioni.

 

Infine viene il tema politico in senso stretto. Inviando le truppe nelle città dove c’è più tensione, ma dove la tensione non era mai arrivata a rendere invivibile il clima, Trump punta a far aumentare la tensione, non a raffreddare gli animi. La sua è una scelta elettorale. In difficoltà nei sondaggi, il presidente punta ad aprire un numero vasto di fronti (quello con la Cina tra questi) per mobilitare la sua base ed eventualmente spaventare un elettorato moderato che vive lontano dalle città coinvolte nelle violenze. Diversi spot della campagna Trump mostrano le immagini di Portland e chiedono allo spettatore “Questa è l’America se Biden diverrà presidente”. Nei giorni scorsi Trump si è anche rivolto più volte alle “casalinghe della suburbia”, un segmento di elettorato potenzialmente moderato che secondo i sondaggi – e già nel 2018 – è in fuga dal Partito repubblicano. Agitare il pericolo di un Paese in preda al caos sembra essere la scelta di questa fase di campagna elettorale nella quale il bollettino quotidiano dei morti e dei nuovi contagi da Coronavirus è uno spot non richiesto per Joe Biden. Per questo i democratici si affrettano a calmare gli animi – con il sindaco di Portland Ted Wheeler che è sceso in strada ad ascoltare – e persino le organizzazioni per i diritti dei neri come la NAACP che protestano perché le manifestazioni in città hanno perso di vista l’obiettivo originario. Che poi è la speranza del presidente: più quel che è successo dopo la morte di George Floyd diverrà una protesta antisistema e più lui potrà agitare il pericolo anarchia.

 

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Immagine: Migliaia di persone marciano per protestare contro l’omicidio di George Floyd. Black Lives Matter, Portland, Oregon, Stati Uniti (4 giugno 2020). Crediti: NumenaStudios / Shutterstock.com

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