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27 maggio 2014

Perché l'antisemita odia Bruxelles

di Diego Marani

Le sere di maggio a Bruxelles sono dolciastre. Sanno di tiglio e di birra dolce, di quella alla frutta che qui piace tanto e che spegne l'asprigno dei maatjes, le aringhe giovani appena messe sotto sale con la loro piccante cipolla. Le nuvole nere che corrono veloci nel cielo scoperchiando a tratti un sole bianco ma inestinguibile non fanno paura alla gente seduta alle terrazze dei caffè. Se piove ci si fa più sotto la veranda, tanto passa in fretta e ci pensa poi il vento ad asciugare le strade e i soprabiti chiazzati d'acqua.

 Ma la cupa atmosfera portata in città dall'attentato al museo ebraico non sembra dissolversi tanto facilmente.  Bruxelles si guarda incredula sui telegiornali di tutti i paesi, così poco avvezza agli attentati che qui nella fatale vigilia di queste elezioni europee il ministro degli esteri girava a piedi a pochi metri dai terroristi, con di blu solo la giacca e per scorta qualche curioso. L'ultima volta che qui si sparò per le strade era il 1985, l'anno fatale delle Cellule comuniste combattenti, un misterioso gruppo rivoluzionario nato quando tutti gli altri suoi confratelli erano tramontati assieme al sole dell'avvenire. Per metà fu sgominato dalla polizia e per metà svanì nel nulla, come un miraggio magrittiano. L'establishment politico è così incredulo che non osa pronunciare subito la parola antisemita davanti ai morti di Rue des Minimes. Ma non c'è altra parola per qualificare l'inspiegabile sparatoria meticolosamente preparata. Oggi i risultati delle elezioni europee sembrano gettare luce anche sull'attentato di Bruxelles. In Francia esce vittorioso dalle urne un movimento che affonda le sue radici nella vena più mefitica dell'antisemitismo francese, quello che voleva ghigliottinare Dreyfus, quello di Action Directe, uno dei movimenti che ispiravano, guarda caso, proprio le Cellules communistes combattantes. Lo scrisse Bernard-Henri Lévy nel 1982 nel suo L'idéologie française che fu l'antisemitismo francese a attizzare quello tedesco. Ma mentre oggi il secondo è per sempre annientato, il primo non è mai stato disturbato nella tana in cui dorme e dove oggi vanno a svegliarlo nuove complicità islamiste. Trova sinistre alleanze nei velenosi razzismi sorti dalle ceneri dei regimi comunisti, dove la democrazia è stata coltivata troppo poco per attecchire e si innesta spesso in nazionalismi usciti intatti da due guerre mondiali. Fanno da sponda a queste vecchie cancrene i nuovi populismi nordici e l'antico qualunquismo italiano intriso di quelle fanfaronate che da noi ci mettono un attimo a diventare  scellerate. Il Belgio innocente è preso in un gioco più grande di lui e Bruxelles, involontaria capitale di un'Europa incompiuta, oggi paga il prezzo del suo spavaldo cosmopolitismo. Perché alla fine quel che vogliono distruggere i razzisti delle urne e quelli delle mitraglie è la stessa cosa: l'europeo cosmopolita, che non si ferma davanti agli angusti confini delle patrie, che rifiuta le sudditanze delle ideologie ma vuole spartire con la ragione il valore di ogni idea. E allora quale più potente simbolo di questa libertà di pensiero se non l'ebreo? L'ebreo che l'Europa ha perso per sempre, annientato dall'Olocausto, disperso dalle guerre, murato nella memoria di un intero continente come eterna vittima. Il cielo si spegne tardi sopra Bruxelles in questa stagione e quando infine il buio arriva, anche le nuvole sembrano andare ad ancorarsi da qualche parte, che la notte non è sicuro correre così forte. Gli alberi stormiscono, mossi da un vento stanco che non riesce a spegnere le candele dimenticate di una festa. Una musica di fanfara si stempera in lontananza e la città sembra scrollarsi dalle spalle questa paura che incombe. È troppo allo scoperto per andarsi a nascondere, è troppo grande la sua surreale spregiudicatezza per credere alla cupa realtà del male.


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