3 luglio 2018

Perché in Messico ha vinto López Obrador

Quasi 88 milioni di messicani domenica 1° luglio hanno votato per rinnovare 500 membri della Camera, 128 senatori, 9 governatori ed oltre 1500 sindaci. Con il 53% dei consensi si è imposto Andrés Manuel López Obrador (detto AMLO), esponente e creatore di Morena (Movimiento Regeneración Nacional, centro-sinistra), sostenuto dalla coalizione Juntos haremos historia di cui, oltre a Morena, sono parte il PT (Partido del Trabajo, sinistra) ed PES (Partido encuentro social, formazione evangelica di centro-destra).

AMLO ha 65 anni e viene da una famiglia di commercianti del Tabasco; si è laureato in scienze politiche e, tra il 1977 ed il 1982, ha vissuto nelle comunità maya dei Chontal, in una delle regioni più arretrate del Paese. Quegli anni, in cui concedeva crediti senza garanzia per consentire agli indigeni di sostituire con case le capanne dove vivevano, sono stati una tappa fondamentale della sua vita. Si è sempre battuto contro inefficienza e corruzione e quando era sindaco di Città del Messico ha approvato importanti provvedimenti come la pensione sociale per gli anziani, il sostegno alle madri nubili, il materiale scolastico gratuito per i bambini della scuola di primo grado e l’assistenza medica ai cittadini più poveri. Nella campagna per le presidenziali ha puntato molto sul tema dell’austerità, che ha caratterizzato la sua politica sin da quando era sindaco e tagliava spese della municipalità e salari degli alti funzionari.

Seppure laico, ha stretto un’alleanza elettorale con la formazione evangelica del Partido encuentro social contraria alla legalizzazione dell’aborto: da qui i suoi buoni rapporti con il mondo cattolico ed evangelico che lo ritiene un conservatore in tema di diritti degli omosessuali e delle donne. Il suo messaggio ha raggiunto una vasta platea, rurale oltre che urbana, di nuovi elettori e di delusi dalla politica, esasperati dalla violenza e dalla corruzione imperanti nel Paese, che hanno riposto in López Obrador le speranze di riscatto del Messico.

Altro tema della campagna elettorale di AMLO è stata la lotta al potere dei narcotrafficanti: ha proposto un’amnistia per i capi del narcotraffico che, al momento, sembra riguarderà però solo gli agricoltori poveri che, per necessità, coltivano papaveri da oppio e marjuana, anziché le piante autorizzate, in quanto più redditizi. L’amnistia è condivisa da molti messicani: la società è stanca di un modello di lotta al narcotraffico attuato per mezzo delle forze armate, militarizzato, che risponde alla violenza con altra violenza e che si è rivelato inefficace anche perché è attuato soltanto attraverso lo scontro a fuoco, senza attività investigative che garantiscano la minima certezza della pena, con un tasso d’impunità degli omicidi che si attesta ad un preoccupante 98%, e senza misure capaci di aggredire anche patrimonialmente le organizzazioni criminali. L’ondata di inarrestabile violenza secondo i dati del Sistema nazionale della sicurezza pubblica (Sistema Nacional de Seguridad Pública, SNSP) ha portato ad una media di 69 morti al giorno nel 2017, la più alta degli ultimi 20 anni, mentre nel 2010, considerato tra i più violenti della storia recente del Messico, la media era di 34,7. Il conto delle vittime dal 2006 è di oltre 200.000 persone assassinate.

La violenza travolge, ormai, anche la politica. Dall’inizio della campagna elettorale per le presidenziali (settembre 2017) sono state assassinate oltre 130 persone in tutto il Paese, tra candidati e soggetti collegati al processo elettorale, tanto che, nel giugno scorso, l’Unione Europea è intervenuta esprimendo preoccupazione per «il livello di violenza e intimidazione» che vive il Messico in vista del voto. Anche l’ONU si è espressa sull’argomento con il direttore del Centro di informazione per il Messico, Cuba e la Repubblica Dominicana, Giancarlo Summa, che, qualche giorno fa, ha dichiarato: «Siamo consapevoli delle sfide che il Messico affronta in queste elezioni. Per nominarne qualcuna: la violenza politica elettorale che ha raggiunto livelli mai riscontrati nelle elezioni precedenti». La violenza si manifesta anche nei confronti dei giornalisti per mano di cartelli criminali che li vedono come un intralcio alle loro lucrose attività illecite. Il 15 maggio 2017 è stato ucciso Javier Valdez Cardenas ed esattamente un anno dopo lo stesso destino è toccato a Juan Carlos Huerta: due giornalisti simbolo della libertà di stampa nel Paese. Nell’ultimo rapporto di Reporters without borders sull’indice di libertà dei media il Messico è al 147° posto, con circa 80 giornalisti uccisi dal 2010.

Non deve sorprendere che, alla vigilia di queste elezioni presidenziali, i sentimenti più diffusi fossero sfiducia e rabbia ma anche desiderio di rivalsa nei confronti dei due partiti che hanno governato il Paese negli ultimi 18 anni: il PAN (Partido Acción Nacional), ed il PRI (Partido Revolucionario Institucional). Quest’ultimo, dopo oltre 70 anni di dominio della politica messicana (dalla sua costituzione nel 1929 sino al 2000), è ormai percepito come il simbolo di un potere corrotto e distante dalla gente. Ecco perché il candidato del PRI, José Antonio Meade, sebbene individuato come uomo esterno al partito, non è riuscito ad affermarsi ricevendo appena il 18% dei consensi, sostenuto dalla coalizione Todos por Mexico di cui, oltre al PRI, erano parte il PVEM (Partido Verde Ecologista de México, centro-destra) e NA (Nueva Alianza, centro). Il PAN, partito moderato e conservatore, ha pagato la vicinanza al PRI pur avendo preso le distanze dal governo in carica: il candidato Ricardo Anaya Cortés, ex presidente della Camera, infatti, ha ottenuto il 23% dei voti pur essendo accreditato di un buon 30%, sostenuto dalla coalizione Por México al Frente di cui, oltre al PAN, erano parte il PRD (Partido de la Revolución Democrática, centro-sinistra) ed il MC (Movimiento Ciudadano, centro-sinistra).  

Secondo la maggioranza degli analisti López Obrador ha avuto successo perché ha saputo fare da sponda alla frustrazione ed alla disaffezione della maggior parte della popolazione messicana contro il PRI, oltre a non aver posto l’accento sugli aspetti più radicali delle sue politiche, spostando il dibattito su argomenti a lui congeniali che toccavano il sentiment popolare: le perplessità sulla rinegoziazione del NAFTA e le politiche anticorruzione e contro il narcotraffico. Su questi temi è riuscito a mobilitare anche i cittadini che prima la politica non mobilitava: contadini, imprenditori, studenti universitari e professionisti. La sua leadership ha fatto presa anche tra gli 11 milioni di Millennials che hanno votato per la prima volta, dei quali 5 milioni di età compresa tra i 18 ed i 21 anni, che di lui hanno un’immagine positiva e rassicurante. Le proposte di Obrador non sono apparse radicali: ha promesso di tutelare gli investitori e di non nazionalizzare le grandi aziende; di stimolare la crescita economica; di frenare l’emigrazione anche attraverso un nuovo patto con Donald Trump. Vuole migliorare le condizioni di lavoro ed elevare gli standard di vita anche tramite la creazione di una ‘zona speciale’ lungo la fascia di confine con gli USA, dove le tasse sono ridotte ed i salari minimi più alti, per incoraggiare la popolazione a rimanere in Messico.

Il Messico è un Paese grande e contraddittorio: è lo Stato più popoloso al mondo tra quelli di lingua castigliana (120 milioni di abitanti); il terzo in America per PIL, dopo USA e Brasile ed il 15° nel mondo; l’11° tra i Paesi del G20 per capacità di attrarre investimenti. La sua economia, però, dipende all’80% dagli scambi con gli Stati Uniti, che sono passati da 18  miliardi di dollari nel 1992 a 506 miliardi nel 2017. L’emigrazione di massa (ogni mese, circa 40.000 persone cercano di attraversare la frontiera con gli USA) si scontra con le nuove iniziative anti-immigrati dell’amministrazione Trump ed un’economia stabile che produce un PIL del 2,1% annuo (2017) fa da contraltare a disparità economiche e sociali profondissime come l’elevata percentuale di popolazione che vive sotto la soglia di povertà in distretti sottosviluppati dove diventa manovalanza dei cartelli e preda della violenza delle forze paramilitari. Contro tutto questo hanno votato i messicani eleggendo Andrés Manuel Lopez Obrador. Più vicino a Chávez e a Morales che a Mujica o a Lula, dalla retorica antipolitica e giustizialista, López Obrador sa che il modello bolivariano del Venezuela non è proponibile in un Paese in cui lo Stato ha perso il controllo del territorio e le forze dell’ordine sono al servizio dei cartelli della droga.

Saranno dunque i temi legati all’economia i più impegnativi da affrontare per il nuovo Presidente. Donald Trump ha fatto del Messico un tema centrale della propria campagna presidenziale, definendo il NAFTA il peggior accordo della storia degli Stati Uniti. Uscito dal TPP (Trans-Pacific Partnership) vuole rinegoziare l’accordo commerciale con il Messico perché ne contesta alcuni effetti: in primis il deficit commerciale degli Stati Uniti, che vuole far scendere; vuole inoltre che il Messico aumenti i salari dei lavoratori avvicinandoli a quelli statunitensi.

Secondo alcuni osservatori Trump potrebbe decidere di uscire dal NAFTA già dal novembre prossimo, ma per il Messico potrebbero non esserci grossi danni se Obrador riuscirà ad attuare un “piano B”: il Paese continuerebbe ad intrattenere scambi commerciali con gli Stati Uniti come “nazione più favorita” nell’ambito dell’OMC, con dazi modesti (2,5%) che non scoraggerebbero gli scambi perché, con un deprezzamento del peso, i beni messicani resterebbero più convenienti per chi acquista in dollari USA. Il governo, oltre ai 12 accordi di libero scambio già conclusi con 46 Paesi, sta negoziando altri accordi commerciali nel mondo, per aprire nuovi mercati e ridurre la dipendenza commerciale dagli Stati Uniti: l’aggiornamento dell’accordo del 2000 con l’UE (che sarà approvato entro il 2018); il potenziamento degli scambi interni all’Alleanza del Pacifico di cui fa parte (con Colombia, Cile e Perù); dal marzo 2018, l’adesione al CPTPP (Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership), che ha sostituito il TPP dopo l’uscita degli USA dal progetto, per favorire il libero scambio con alcuni Paesi dell’area del Pacifico (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam). Ci si attende che Washington moderi le proposte più radicali e che i negoziati si concludano con una revisione dell’accordo nel corso del 2018. C’è, poi, un’ulteriore potenziale liquidità che deriva da una linea di credito dell’FMI per 88 miliardi di dollari, prorogata fino al novembre 2019, cui il Messico può attingere in caso di condizioni di credito globali avverse. Un radicale peggioramento dell’economia sarà piuttosto improbabile.

Il Messico resta un grande Paese e nei prossimi anni sarà un laboratorio politico interessante da seguire. Ad Obrador il compito non facile di affrontare radicalmente problemi quali la scarsa sicurezza nazionale collegata alla violenza dei cartelli della droga ed al dilagare della corruzione che scoraggiano gli investimenti ed ostacolano le prestazioni economiche del Paese. Occorre fare di più per il Messico, per riportarlo ad una crescita che, nel medio termine, possa attestarsi al 4-5% annui: applicare le proprie leggi, garantire e sorvegliare sull’indipendenza del sistema giudiziario, rivedere organizzazione e regole delle proprie forze di polizia, proseguire sulla via delle riforme. Intanto il presidente neoeletto ha dichiarato che: «Ascolteremo tutti, serviremo tutti, rispetteremo tutti, ma daremo la precedenza ai più umili e dimenticati, in particolare alle popolazioni native». Sembra un inizio incoraggiante per un Paese dove il 20% della popolazione è costituito da amerindi.

 

Crediti immagine: da ProtoplasmaKid [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons


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