11 dicembre 2013

Perplessità e timori sauditi sul nucleare iraniano

di Vincenzo Leone

L'accordo sul nucleare iraniano rischia di provocare una corsa agli armamenti con effetto domino su tutto il Medio Oriente. Ne è convinto John Hannah - dal 2001 al 2009 consigliere dell'ex vice presidente Dick Cheney - che in un articolo pubblicato su Foreign Policy ha proposto un'analisi degli effetti dell'accordo G5+1 siglato a Ginevra il 23 novembre scorso

Hannah si pone una questione molto chiara: l'Arabia Saudita non si fida delle intenzioni dell'Iran di uno sviluppo del nucleare per ragioni pacifiche e sarebbe pronta a dotarsi della bomba atomica ed eventualmente rispolverare un classico da Guerra Fredda: la deterrenza , la pace armata che si fonda sulla predisposizioni di misure tali da scoraggiare l'avversario a schiacciare per primo il bottone. 

Secondo Hannah l'Arabia Saudita non si fida dell'Iran sostanzialmente per due motivi. Il primo è quello della possibilità da qui a sei mesi di rinegoziare i termini dell'accordo, con la possibilità di lasciare all'Iran la capacità permanente di arricchimento dell'uranio, la componente chiave di qualsiasi programma di sviluppo nucleare. In secondo luogo, i sauditi temono che le restrizioni imposte sul programma nucleare iraniano non saranno permanenti, e che una volta alleggerite ulteriormente le sanzioni all'Iran vengano riconosciuti i diritti imposti nell'ambito del Trattato di Non Proliferazione Nucleare del 1968. 

In Arabia Saudita risultano oscure le ragioni di un'apertura tale ad un paese, l'Iran, che nelle parole di Hannah “mira a distruggere Israele, buttare fuori l'America dal Medio Oriente e abbattere la dinastia saudita”. I timori sauditi vanno ben oltre i quattro punti previsti dall'accordo sul nucleare, in gioco c'è molto di più: Teheran mira a rovesciare l'attuale scacchiere geopolitico del Medio Oriente e punta all'egemonia dell'area. La destabilizzazione e l'indebolimento dell'Arabia Saudita - la più grande economia del mondo arabo - sono assolutamente centrali per questo progetto, e agli occhi dei sauditi sono stati manifestati in uno sforzo sistematico dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell'Iran - l'IRGC voluto dall'ayatollah Khomeini nel 1979 - di estendere la sua influenza seminando il terrore attraverso le insurrezioni in Bahrain , Iraq, Libano , Yemen così come il massiccio intervento dell'IRGC in Siria a fianco di Bashar al-Assad.

Ma c'è di più, i sauditi non si sentono più protetti a sufficienza da questa minaccia perché cominciano seriamente a diffidare degli Stati Uniti. I due paesi da quando è stato fondato il Regno di Arabia Saudita (1932) sono sempre stati legati da una forte alleanza vincolata reciprocamente dal binomio sicurezza e petrolio. Basti pensare che nel 1990 alla vigilia della prima Guerra del Golfo 400.000 soldati americani arrivarono in Arabia Saudita pronti a fronteggiare la presunta minaccia di invasione dal Kuwait da parte dell'esercito di Saddam Hussein.

Oggi le cose sono diverse e le relazioni politiche tra i due paesi sono state definite dalla Reuters “al punto più basso degli ultimi anni”. Al re Abdullah è andata di traverso la dichiarazione dell'ottobre scorso con cui Susan Rice, consigliere per la Sicurezza Nazionale, ha ridimensionato l'impegno americano in Medio Oriente sostenendo come “ci sia un mondo intero” che merita attenzione. 

Qualunque sia la ragione di questa ritirata, secondo John Hannah “a Riyadh c'è una crescente convinzione che Stati Uniti arrivino con il fiato corto in soccorso dei loro alleati in Medio Oriente”, mentre per il New Yorker i due Paesi hanno “stessi obiettivi nel Golfo ma divergenze su come raggiungerli”. La questione poi è diventata personale in occasione del mancato intervento degli Stati Uniti in Siria. 

Nei giorni immediatamente successivi all' attacco con armi chimiche del 21 agosto scorso, ci fu un filo diretto tra le più alte cariche saudite e il segretario di Stato John Kerry, che li rassicurò di una risposta militare certa per punire Assad. Indiscrezione che in Arabia Saudita fu accolta con grande entusiasmo, con il re Abdullah pronto a partecipare attivamente nel conflitto. 

Si disse anche che abbia ordinato ai suoi fedelissimi di prepararsi per l'equivalente saudita del DEFCON 2 , ultimo livello di allerta prima della guerra. In Siria Obama scelse poi la soluzione politica , rimettendosi al volere del Congresso, ma stavolta non ci fu nessun filo diretto. A dare la notizia ai sauditi fu la CNN. E dal canale satellitare All news i sauditi appresero anche la notizia dell' intesa Russia-Usa sulle armi chimiche di Assad. 

Decisione non digerita dai sauditi al punto che nell'ottobre scorso venne presa l'inedita decisione di rifiutare un seggio al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, proprio in segno di protesta per il mancato intervento in Siria. E il 4 novembre scorso il segretario di Stato Kerry si è recato in Arabia Saudita proprio per ricucire lo strapp o in merito alla questione siriana, ma il governo di Riyadh ha appreso ancora una volta dalla CNN dei lavori che avrebbero portato all'accordo dei G5 +1. 

A condire il tutto, la notizia del 26 novembre scorso che gli Stati Uniti avrebbero aperto un canale diplomatico segreto con l'Iran ha messo ulteriormente in imbarazzo i sauditi. E le posizioni rimangono distanti anche in altre questioni come Egitto, Iraq e dipendenza energetica, così come riportato dal Washington Post . Se così stanno le cose l'Arabia Saudita potrebbe decidere di puntare sull'autodifesa e - citando ancora una volta le parole di Hannah - “nessuno dovrebbe dubitare del fatto che i sauditi faranno quello che credono necessario per assicurare la propria sopravvivenza”. E non è utopia pensare che, messi alle strette, i sauditi sviluppino - come si sospetta stiano già facendo in Pakistan - ambizioni nucleari . Due anni fa un alto funzionario saudita è stato chiarissimo : Se l'Iran ottiene la bomba, noi otterremo la bomba. 

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0