29 aprile 2020

Petrolio e Coronavirus

 

Nel 1973, In Italia, c’era l’austerity. Non quella dei parametri di bilancio che abbiamo imparato a conoscere negli anni Duemila, ma quella delle domeniche in bicicletta a causa del caro benzina. Durante lo scorso decennio non siamo mai arrivati a qualcosa di simile, ma la crescente domanda di petrolio e una catena di crisi mediorientali hanno determinato un’impennata del prezzo del barile. Il 2020 non è il 1973, ma lo stesso verrà ricordato come un anno cruciale nella breve storia della principale fonte di energia del pianeta.

 

Le cause del crollo del prezzo del greggio sono molteplici e si intrecciano fra loro, alcune risalgono a qualche anno fa, altre sono recentissime. La crisi del 2008 fece diminuire la domanda e con essa il prezzo: l’accordo di Obama con l’Iran rimise in gioco il quinto produttore globale e determinò un ulteriore ridimensionamento. Nel frattempo cresceva la quantità estratta negli Stati Uniti, che assistevano al boom del petrolio di scisto (shale oil), il greggio estratto con la tecnica del frazionamento (fracking). Nei mesi scorsi, invece, la trattativa tra Russia e Arabia Saudita per ridurre la quantità di greggio estratto a fronte di una offerta eccessiva si è arenata, e dunque l’offerta è rimasta eccessiva, facendo calare il prezzo. Poi è arrivato il Coronavirus e la domanda globale è calata di un terzo. L’epidemia e le pressioni americane hanno fatto scendere Mosca e Riyad a più miti consigli, ma la quantità estratta e messa sul mercato in questi mesi era già fin troppo abbondante. E così nella terza settimana di aprile, il greggio WTI (West Texas Intermediate, uno dei due tipi di petrolio, estratto appunto in Texas, che funzionano da riferimento per il prezzo, l’altro è il Brent del Mare del Nord) è sceso per qualche ora, nel mercato dei futures, a -40 dollari al barile.

 

La domanda ridotta ha determinato un aumento prodigioso dello stoccaggio, specie negli USA, dove i depositi dell’Oklahoma sono quasi pieni. L’aumento delle scorte e il bisogno di spazio per mettere il liquido ha determinato che una parte rimanga sulle petroliere, in attesa che si svuoti un deposito (la guardia costiera della California è preoccupata per la quantità di navi cariche di petrolio davanti alle coste). E a sua volta l’affitto di una nave deposito è aumentato, producendo un costo aggiuntivo all’industria mentre le entrate crollavano.

 

A inizio 2020 il presidente Trump annunciava agli americani che gli Stati Uniti erano indipendenti dal punto di vista energetico. Un boom dovuto al fracking, con costi, vantaggi e svantaggi diversi rispetto all’estrazione tradizionale. Con il 15% del totale, dal 2019 gli Stati Uniti sono il primo produttore di petrolio mondiale, con circa il 69% della produzione totale di greggio proveniente da cinque Stati: Texas (41%), North Dakota (11%), New Mexico (8%), Oklahoma (5%) e Colorado (4%).

 

Il problema è che alcuni di questi Stati, anche quelli non colpiti fino a oggi dall’epidemia in maniera sostanziale, vivono anche e molto di petrolio: le economie locali così come i bilanci pubblici. Il New Mexico raccoglie dai proventi del petrolio un terzo del bilancio, il North Dakota il 60%, l’Alaska il 35% e il Texas, che pure tassa tutto molto poco, prevedeva di incassare 5,4 miliardi nell’anno fiscale 2020 (naturalmente le previsioni di bilancio si fanno immaginando un prezzo medio annuo del barile). Il Texas ha costruito il bilancio su un’ipotesi di 58 dollari e l’Alaska di 66: diciamo che oggi siamo attorno alla metà di quelle cifre. Ma non ci sono solo i bilanci pubblici: la Texas University e Texas A&M University, che tramite un fondo sull’affitto della terra pubblica ricevono circa un miliardo l’anno, prevedono di perdere 300 milioni nel 2020.

 

Negli USA circa 10 milioni di persone vivono dell’industria petrolifera e del suo indotto – impiantistica, trasporto eccetera. Si lavora come bestie, si guadagna bene e si è per certi versi l’ultimo avamposto dell’America degli anni Cinquanta e Sessanta: working class con le unghie sempre sporche, ma relativamente benestante. Il rischio è che non sia più così. Già, perché una parte importante degli Oil fields dipendono appunto dallo shale oil, il cui prezzo di estrazione è molto più alto di quello convenzionale. Per coprire le spese di estrazione si parte almeno dai 25 dollari, ma si arriva anche molto più in alto. Questo significa grandi profitti quando il petrolio è attorno ai 100 dollari al barile e sopravvivenza tra i 40 e i 50. A 30 si fallisce: anche perché chi estrae petrolio per rivenderlo ai colossi sono spesso compagnie piccole, che naturalmente sono anche quelle più nei guai e senza paracadute finanziario. Il boom dello shale oil è stato finanziato anche da fondi a caccia di investimenti dopo la crisi del 2008, e molte delle compagnie sulle quali i fondi hanno scommesso hanno però perso soldi e hanno miliardi di debiti da ripagare. Non sono i tempi di epopee come quelle raccontate da Giant (Il Gigante, 1956) e There will be blood (Il petroliere, 2007), anche se in North Dakota, dove i giacimenti sono relativamente nuovi, ci avevano creduto.

Nei grattacieli di Dallas, così come alla Casa Bianca, ci si chiede cosa fare. Qualche giorno fa la Railroad Commission of Texas, che nel nome parla di ferrovie e strade ma è in realtà l’agenzia che regola l’estrazione del petrolio, ha deciso di non imporre per decreto il taglio della produzione. Probabilmente un errore. Altrove le compagnie hanno bloccato la ricerca o tagliato le quantità estratte (chiudere un pozzo ha costi ed è rischioso): anche nella migliore delle ipotesi la domanda non tornerà ai livelli precedenti per mesi. La (rischiosa, dal punto di vista sanitario) riapertura delle attività dello Stato decisa dal governatore Abbott non servirà granché in questo senso. La Casa Bianca è molto preoccupata e si dice disposta a fare qualsiasi cosa per sostenere un settore cruciale in una fase che non sarà infinita ma sarà comunque un colpo. Trump ha promesso di comprare petrolio per stoccarlo, ma i depositi sono pieni. Che altro? Aiutare il comparto come ha aiutato gli altri, certo. Anche se la cosa è più difficile dal punto di vista politico: Big Oil non è esattamente l’industria più amata. E i petrolieri, così come i loro alleati repubblicani, sono quelli che storicamente si oppongono alle tasse e all’intervento regolatore dello Stato in economia. I democratici probabilmente chiederanno regole (tanto più che gli Stati del petrolio sono soprattutto repubblicani).

Gli anni in cui la candidata vicepresidente repubblicana Sarah Palin infiammava le platee del suo partito al grido di “Drill baby drill” sembrano di un’era fa. Ne sono passati solamente dodici. Le settimane passate da quando Trump dichiarava trionfalmente l’indipendenza energetica sono altrettante.

 

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Immagine: Estrazione di petrolio in Texas, Stati Uniti (13 agosto 2008). Crediti: Paul Lowry [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso www.flickr.com

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