22 giugno 2020

Prima e dopo Tulsa, come e cosa comunica Trump?

 

Tra le sorprese della campagna Trump del 2016 vi furono la macchina digitale e i toni e l’individuazione costante di nemici da insultare e ridicolizzare davanti al proprio pubblico. Come sta andando nel 2020? Non nel migliore dei modi, se giudichiamo dal comizio di Tulsa. Torniamo a 4 anni fa per capire cosa intendiamo, sapendo però che i posti vuoti nel palazzetto della città dell’Oklahoma sono anche il frutto della paura del Coronavirus e del momento caotico che stanno attraversando gli Stati Uniti.

Nel 2016, nel quartier generale digitale di San Antonio, Texas, si accumulavano dati relativi ai comportamenti on-line delle persone in maniera nuova e originale, non partendo dalle sole preferenze etico-politiche ma dai comportamenti on-line in quanto consumatori e individui. Non solo quali idee (pro o contro matrimonio gay, immigrazione, tasse eccetera), ma anche quali film, quali acquisti, quali like a pagine che non si occupano di politica. L’idea era quella di capire quali sentimenti animassero segmenti di elettorato importanti ma non motivati o elettori discontinui (persone che non sempre si recano alle urne e che cambiano orientamento). Nelle idee del capo delle operazioni digitali della campagna Brad Parscale, che oggi è il campaign manager e all’epoca non aveva esperienza in politica, quegli elettori erano l’arma in più per Trump.

Il messaggio veicolato era anche figlio di quella raccolta di dati. Si testavano pubblicità Facebook su singoli segmenti di elettorato – ad esempio verificando quante donazioni venivano dal link che li accompagnava ‒ e a seconda della loro efficacia si riprendevano o meno quei messaggi.

Tra le novità della macchina messa in piedi da Parscale lo strumento per registrare i dati delle persone che rispondevano in qualche forma agli annunci della campagna, dalle donazioni alle prenotazioni dei biglietti dei comizi, agli acquisti di merchandising. Si chiedeva a tutti di confermare attraverso il telefono costruendo così una banca dati con milioni di profili e numeri di telefono dei sostenitori.

 

Torniamo a Tulsa, 20 giugno 2020, al primo comizio ufficiale della campagna Trump. Per giorni Brad Parscale ha rilanciato i numeri delle prenotazioni on-line per la manifestazione: un milione. Per dare soddisfazione alle migliaia che sarebbero rimasti fuori dal palazzetto si era costruito un palco dal quale il presidente avrebbe parlato. Quel palco è stato smontato prima del comizio e anche dentro al palazzetto da 19.000 posti gli spazi vuoti erano molti. Cosa è successo? Lo racconta tra gli altri il New York Times: «Dopo che il @TeamTrump ha twittato chiedendo ai sostenitori di registrarsi usando i telefoni, gli account dei fan di pop coreano hanno iniziato a condividere le informazioni, incoraggiandoli a registrarsi per il comizio ‒ e quindi a non presentarsi. La tendenza si è diffusa rapidamente su TikTok». I teenager, insomma, hanno beffato la supercorazzata di Parscale, lanciata in pompa magna settimane fa. Resta poi che al comizio non c’era molta gente e questo è un problema distinto. Il Coronavirus preoccupa anche gli elettori del presidente.

 

Ma cosa e come comunica Trump nel 2020? L’idea, a giudicare dai contenuti del comizio di Tulsa e delle mail che la sua campagna invia ai sostenitori, è quella di continuare ad alimentare la propria base e, parallelamente, scoraggiare il voto democratico. Le prime frasi dopo i saluti sono dedicate ai giudici conservatori da lui nominati “mai così tanti”. Sembra un argomento minore, ma non lo è per la base evangelica, la più grande numericamente per i repubblicani, la ragione per cui a fare il vicepresidente è stato scelto Pence. Il messaggio è: “Vi sto dando quel che volete”. I giudici conservatori sono quelli che possono favorire leggi locali restrittive sull’aborto, sul matrimonio e via dicendo, i temi che muovono l’elettorato evangelico. Trump ha poi parlato della spesa militare e delle armi Made in USA per poi passare agli attacchi contro “sleepy” Joe Biden, i fake news media e le esagerazioni sul Coronavirus. E poi gli immigrati, come la rappresentante di origine somala Omar, «che è venuta nel nostro Paese e vuole decidere cosa dovremmo fare». L’idea insomma è di nuovo quella di una campagna aggressiva e conflittuale, che individua nemici. Tra questi il più pericoloso è la «sinistra radicale», incarnata nella sua narrazione dalla maggioranza del Partito democratico che manderebbe avanti Biden ma avrebbe in mente di prendersi il Paese e «togliervi le libertà». Per fortuna, rassicura il presidente, «la maggioranza silenziosa non è mai stata così forte».

 

Il messaggio è un ripiego: il team Trump aveva in mente di mostrare i dati economici come dimostrazione della bontà di questa presidenza. Poi sono arrivati il Coronavirus, la conseguente crisi economica e infine si è aggiunto il movimento di protesta contro il comportamento della polizia. La strategia, oggi sembra quella dell’attacco a Biden come strumento per demoralizzare, scoraggiare la partecipazione di quelle parti non convinte dell’elettorato democratico – ad esempio giovani sandersiani o afroamericani. Nel 2016 con Clinton questa tattica ebbe una sua innegabile efficacia. E poi convincere/corteggiare la propria base trattandola come una base di consumatori ingenui. Di seguito qualche esempio dalle email ricevute in queste settimane, ne riportiamo diversi (le maiuscole sono della campagna).

 

 «OGGI è il compleanno del Presidente Trump e abbiamo notato che non hai ancora firmato il suo biglietto di Compleanno UFFICIALE. Ricordati che questa è l’UNICA Cartolina Ufficiale del Presidente».

«Ho un annuncio ENORME che condivido solo con i miei sostenitori TOP. Festeggeremo la Convention Repubblicana del 2020 nel grande Stato della Florida e TI chiedo di esserci con me e come mio ospite VIP speciale».

«Partecipa al sondaggio ufficiale prima delle 23:59 di stasera per assicurarti che il Presidente Trump veda le tue risposte» (alla pagina c’è un grande timbro che recita “Solo per utilizzo ufficiale”).

«È ora che questa follia finisca (le proteste di Black Lives Matter, ndr), ma il presidente Trump non può farcela da solo. Ha bisogno di sapere di avere il vostro sostegno in questo periodo senza precedenti. Gli stiamo per mandare una lista di OGNI PATRIOTA che si fa avanti e mostra pubblicamente il suo sostegno, e vogliamo essere sicuri che veda il TUO NOME».

«I bicchieri MAGADAD per la festa del papà stanno per finire, per questo abbiamo messo da parte un set di questi bicchieri iconici per te».

«Mio padre ha appena visto un elenco aggiornato di tutti coloro che hanno contribuito alla raccolta fondi, e ha notato che il tuo nome non c’era. Come mai? È in gioco il futuro del nostro grande Paese, e l’unica cosa che si frappone tra un GRANDE STATO SOCIALISTA alla Casa Bianca sono gli americani patriottici come Te».

 

Ciascuna di queste mail contiene un link che porta al sito della campagna o a una pagina per comprare merchandising o donare soldi. Ciascun click viene registrato ed elaborato (questo vale per tutte le campagne) e nel mio caso le mail colpevolizzanti (non hai ancora donato?) sono numerose. Sia gli incentivi e premi, che il colpevolizzare sono parte delle tecniche delle campagne, in genere funzionano meglio quelli positivi (cambia le cose con noi, miglioriamo il Paese, aiutaci a risolvere un problema) che non quelle negative. La campagna Trump ne usa molte negative ed è segno che forse il suo pubblico risponde anche molto ai timori.

Per il resto, l’idea è quella di un team che tratta il proprio pubblico come un pubblico di consumatori ingenui e che si rivolge ad essi come a un gruppo omogeneo, come a parte di un gruppo. L’identità ha funzionato molto con Obama nel 2008 e con Sanders nel 2016 e 2020 e naturalmente con il presidente repubblicano. Per rafforzare e rendere omogenea la propria base, la campagna presidenziale ha anche creato una app attraverso la quale, oltre a essere aggiornati sulle novità della campagna, ricevere gli annunci, seguire gli account social, viene offerto anche un palinsesto televisivo fatto di notiziari e show – ad esempio quello di cui è host il figlio di Trump Don junior. Un ecosistema completo dal quale non solo ricevere messaggi politici, ma anche “notizie vere”. Per certi aspetti un mondo separato dal resto. Si tratta, come per il messaggio generale di una scommessa su un pezzo grande ma non maggioritario di elettorato. Le due differenze cruciali rispetto al 2016 sono che Trump è presidente ed è quindi per lui più difficile fare sparare ad alzo zero su Washington e il sistema corrotto, e che il suo avversario non è la detestata (anche nel suo partito) Hillary Clinton. Come per l’ex first lady, Trump sta costruendo un messaggio attorno a Joe Biden volto a massacrarne la statura (vecchio rimbambito, corrotto, pedofilo) e scoraggiare l’elettorato democratico più di sinistra – del resto anche Biden e i suoi alleati stanno facendo qualcosa di simile. A giudicare dai sondaggi, avere un messaggio soprattutto negativo, quando si è presidenti, non basta. Se poi si pensa di avere una corazzata digitale e ci si fa prendere in giro da migliaia di adolescenti nati con gli smartphone...

 

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Immagine: Donald Trump in campagna elettorale presso il Bank of Oklahoma Center, Tulsa, Oklahoma, Stati Uniti (20 giugno 2020). Crediti: Albert Halim / Shutterstock.com

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