15 ottobre 2019

Prima intesa sui dazi tra USA e Cina

di Andrea De Pascale

È stata delineata sommariamente la “prima fase” di un accordo più ampio destinata a concludersi verso metà novembre e sono stati disinnescati i dazi addizionali che sarebbero dovuti entrare in vigore oggi. È questo l’esito del nuovo round di negoziati di alto livello tenutosi a Washington il 10 e 11 ottobre tra rappresentanti di Stati Uniti e Cina. Un esito positivo che non manca però di zone d’ombra visto che, anche se gli Stati Uniti hanno accettato di sospendere l’innalzamento dell’aliquota dal 25 al 30% su 250 miliardi di dollari di export cinese inizialmente previsto, non sono state abolite le tariffe aggiuntive applicate sin dall’inizio della guerra commerciale e permangono incertezze sull’introduzione di una nuova tornata di dazi previsti per fine anno e che dovrebbe colpire ulteriori 160 miliardi di dollari di prodotti made in China con un’aliquota del 15%. Nessun passo indietro, inoltre, è stato registrato sul caso Huawei.

In positivo c’è però che, almeno per il momento, i due Paesi manifestano, seppur con prudenza, una apparente consonanza di vedute, dopo una fase di tensione che aveva portato nel maggio scorso al congelamento di negoziati che comunque, fino a quel momento, erano stati caratterizzati da alti e bassi, con intese che hanno poi lasciato il posto a forti dissidi.

L’attuale clima di distensione arriva dopo l’inserimento nella lista nera degli USA di alcune società cinesi accusate dalla Casa Bianca di essere implicate in quanto sta accadendo nella provincia nord-occidentale cinese dello Xinjiang e dello scoppio del caso NBA (National Basketball Association), dopo che il general manager degli Houston Rockets aveva postato da una stanza d’albergo a Tokyo un tweet che recitava «Stand with Hong Kong». Se Pechino ha parlato di «discussioni franche, fattive e costruttive su questioni di comune interesse», di «progressi sostanziali» su temi quali agricoltura, proprietà intellettuale e servizi finanziari e ha continuato a ripetere quello che ormai dichiara da tempo, ossia che è nell’interesse del mondo intero avere relazioni sino-statunitensi «sane e stabili», dall’altra parte Trump ha voluto sottolineare come l’accordo preveda da parte cinese l’acquisto ulteriore di prodotti agricoli americani, in particolare soia e carne di maiale, nonché la definizione di linee guida sulla gestione della valuta cinese. Stando a quanto affermato dal presidente statunitense, dall’intesa uscirebbe rafforzata la tutela dei diritti di proprietà intellettuale e sarebbe consentito un maggiore accesso al mercato cinese alle società americane di servizi finanziari.

Per la definizione dei dettagli dell’accordo parziale serviranno ancora dalle tre alle cinque settimane, dichiara Trump. La ratifica potrebbe arrivare in occasione del possibile incontro tra il presidente USA e il suo omologo cinese Xi Jinping a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) in programma il 16 e il 17 novembre prossimi a Santiago, in Cile. Va tuttavia rilevato che le parti sono ancora molto distanti da un accordo definitivo che prenda in esame le questioni più controverse che dividono i due Paesi. La sensazione è che in realtà poco sia cambiato. Questi mesi di guerra commerciale ci hanno abituati a intese e successivi colpi di coda, a un tira e molla che non ha prodotto risultati significativi nel processo negoziale tra le due superpotenze. E probabilmente poco è destinato a cambiare sul lungo periodo, nonostante la tregua momentanea. Qualcuno parla già di una nuova normalità: “Talking while fighting”, una fase che alterni momenti di confronto a momenti di scontro.

In questo momento entrambe le parti sembrerebbero poter beneficiare di un accordo provvisorio. Il presidente degli Stati Uniti ha bisogno di dare sollievo al mercato azionario e a coloro che hanno dovuto sostenere il peso maggiore delle contromisure tariffarie adottate dalla Cina, gli agricoltori, in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Dall’altra parte, come ricorda il Financial Times, il 18 ottobre sarà reso noto il tasso di crescita del PIL cinese relativo al terzo trimestre dell’anno, che potrebbe scendere per la prima volta da decenni sotto la soglia del 6%. Pechino, inoltre, sta ancora cercando di arginare l’epidemia di peste suina africana che ha mietuto numerose vittime nella popolazione di maiali della Cina.

Ma tralasciando le specificità e gli interessi del momento, la guerra commerciale parrebbe collocarsi in un contesto più vasto che vede una potenza impegnata a difendere la supremazia acquisita sullo scacchiere internazionale dall’affermazione di una potenza in ascesa che aspira a ricoprire un ruolo da protagonista nella sfera della governance globale. In un mondo che si presenta sempre più multipolare e il cui baricentro si sta inesorabilmente spostando verso est, Pechino ha sottolineato a più riprese che occorre rafforzare la presenza dei mercati emergenti e dei Paesi in via di sviluppo, assecondando i cambiamenti intervenuti nella struttura economica mondiale. Non dimentichiamo che in gioco c’è anche il controllo sulle tecnologie chiave del futuro, come il 5G, che rivoluzioneranno completamente il mondo in cui viviamo e decreteranno anche quale sarà la nazione detentrice della futura leadership globale (si veda a questo proposito The 5G Ecosystem: Risks & Opportunities for DoD pubblicato dal Defense Innovation Board statunitense il 3 aprile 2019).

Se Mao pose fine a un periodo assai tormentato per la Cina, instradando il Paese lungo un percorso che conduce fino ai giorni nostri, e Deng Xiaoping aprì una nuova fase perseguendo una linea politica che apportò cambiamenti radicali alla struttura economica cinese, Xi Jinping sembra aspirare a diventare il padre di una Cina globale, sempre più presente nei consessi internazionali in cui si decidono le sorti del pianeta. Date le circostanze potrebbe risultare difficile, per le due parti, addivenire a un accordo di ampio respiro e a lungo termine che accontenti pienamente ciascuno dei due contendenti.

 

Immagine: Nave mercantile cinese nel porto di Oakland, Stati Uniti (9 marzo 2014). Crediti: cdrin / Shutterstock.com

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