8 novembre 2018

Promemoria di midterm per le presidenziali del 2020

di Mattia Diletti

La velocità delle news e dei commenti instant è tale che, a 24 ore di distanza dal voto di metà mandato, è già ora di guardare avanti. Un breve riassunto delle puntate precedenti: il risultato delle elezioni ha confermato le previsioni formulate nei sondaggi, ovvero la vittoria dei democratici alla Camera e la tenuta dei repubblicani al Senato. In attesa che tutti i seggi vengano assegnati, appare come probabile che i democratici conquistino 35 seggi, una manciata in più di quelli che servivano per ottenere la maggioranza. C’è stato un significativo successo democratico nelle elezioni per i governatorati, con 7 Stati strappati ai repubblicani, anche se 2 battaglie perse – per ora? – dai democratici, ovvero Georgia e Florida, hanno fatto parlare più delle 7 vittorie; al Senato i repubblicani hanno fatto meglio di quello che ci si aspettava, e dovrebbero ottenere un saldo netto di 3 senatori.

Già qui la storia si complica: al lettore italiano va spiegato che il Senato rinnova un terzo dell’Assemblea ogni due anni (il mandato è di sei), che a questo giro erano in ballo – per pura fatalità – molti più seggi democratici che repubblicani, aumentando la probabilità che i primi perdessero dei senatori. Poi vanno spiegati gli astrusi meccanismi di iscrizione ai registri elettorali, che variano da Stato a Stato, con regole che sono scelte da chi governa con finalità di convenienza politica (ai repubblicani, per esempio, conviene scoraggiare la partecipazione); va raccontato che le file ai seggi non sono frutto di passione democratica ma di inefficienza della macchina elettorale; va spiegato di nuovo perché gli americani votano al martedì, rendendo più difficile la partecipazione di chi lavora. In queste settimane l’Atlante Treccani ha tentato di fare questo, oltre che affrontare l’attualità. L’obiettivo ora è guardare già al 2020, come alcuni commentatori hanno cominciato a fare. Cosa dovremo guardare? Ecco le piste di lavoro che riguardano Trump e i democratici.

 

1. L’effetto Trump. Di referendum sul presidente doveva trattarsi (come sempre accade), ma non si era compreso che il referendum era esteso a tutti i 24 mesi successivi. A questo referendum ci si aspettava che partecipassero soprattutto i democratici – così è stato, tanto che il semplice voto popolare a livello nazionale vede un loro vantaggio netto di circa il 7% –, ma si era sottovalutato il successo di Trump nel radicalizzare la propria comunicazione, allo scopo di tornare a mobilitare un segmento specifico di elettorato bianco. Insomma, i trumpisti hanno risposto alla chiamata, soprattutto in alcuni Stati dove era importante che lo facessero in chiave 2020: Ohio e Florida in primis. Già da ieri – in una incredibile conferenza stampa – Trump ha mostrato cosa farà nei prossimi due anni: una guerra senza quartiere a tutti, per attirare l’attenzione su di sé e chiamare alla crociata i suoi (fra i quali non è più compreso l’ex segretario di Giustizia Jeff Sessions). In questa conferenza stampa ha offeso un giornalista della CNN, Jim Acosta, al quale ha poi ritirato le credenziali. Se l’intero corpo giornalistico si opponesse, Trump avrebbe un altro nemico da combattere per fare notizia (e contro cui aggregare i suoi). Ha elencato tutti i candidati repubblicani che hanno rifiutato il suo endorsement, come fossero traditori. Ha negato qualsiasi malfunzionamento della macchina elettorale della Georgia. Ed è pronto a gettarsi nell’agone contro ogni iniziativa che la Camera dei rappresentanti a maggioranza democratica disporrà contro di lui. Trump riproduce i meccanismi dell’entertainment e dei reality show: come certi personaggi del Grande Fratello, è convinto che essere il nemico degli altri concorrenti lo rafforzi, perché tanto il pubblico da casa lo salverà.

 

2. I democratici, invece, sono a caccia di tre cose. Un candidato per le prossime presidenziali, una linea da tenere al Congresso e quella che gli analisti chiamano una “path to victory”, una strada per la vittoria, che corrisponda alla scelta giusta a proposito di chi e dove mobilitare consenso per il 2020. I democratici devono essere ossessionati dalla riconquista di Stati industriali come la Pennsylvania, il Wisconsin e il Michigan. Stati che Trump ha strappato ai democratici nel 2016 – abbastanza popolosi, e quindi portatori di voti – ma che oggi hanno visto perdere i candidati governatori repubblicani (di cui due in carica). E poi ci sono i soliti Stati in bilico: Ohio e Florida. È assolutamente vero – nei numeri e in termini “politici” – ciò che si dice: le minoranze, i giovani, le donne, i sobborghi delle cinture metropolitane, i bianchi istruiti che Trump sta alienando…, il parterre di chi si oppone al presidente è forte, vitale e vivace – ne scrive qui Ida Dominijanni – ed è anche già maggioranza popolare nel Paese. Ma non è ancora sufficientemente maggioranza ovunque per non soffrire le forche caudine del sistema elettorale di un Paese federale. Il risultato di Beto O’Rourke in Texas è un mezzo miracolo, ma il Texas non è ancora cambiato a sufficienza per rovesciare per sempre la coalizione sociale che lo domina. O’Rourke ha guadagnato un milione di voti (su quattro) rispetto al precedente sfidante di Ted Cruz, ma ancora non basta. Servono altri soldi, altro tempo, ancora più organizzazione. Il partito esiste, non è affatto morto dopo il 2016 – ne scrive qui Arnaldo Testi –, ma deve trovare la sua “path to victory”. Non c’è solo il nuovo radicalismo delle neoelette – invidiato da molti europei, anche se ultraminoritario nel gruppo parlamentare –, ma anche la centralità granitica della fundraiser Nancy Pelosi (non proprio una faccia nuova). Insomma, tra democratici e repubblicani sarà “lo scontro di civiltà” che tutti annunciano: ma sarà anche la solita, estenuante, caccia ai soliti voti dei soliti Stati. In attesa che la vera “blue wave” arrivi a piena maturazione.

 

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