23 gennaio 2014

Prostituzione e traffico di esseri umani

di Barbara Vaccani

La schiavitù esiste ancora. È un crimine che oggi si chiama ‘tratta di esseri umani’ e che nel 2013 ha colpito quasi 30 milioni di persone, secondo quanto riportato dal Global Slavery Index, un rapporto che si occupa ogni anno di raccogliere dati sulla schiavitù moderna nel mondo. Regolamentare la prostituzione aiuterebbe probabilmente a ridurre la diffusione del traffico di esseri umani, ma gli attuali approcci governativi alla prostituzione non sono efficaci su questo fronte, nemmeno la legalizzazione della prostituzione. L’unico modello che riduce lo sfruttamento è quello svedese, che vieta l’acquisto di sesso, e punisce quindi i clienti. Modello che ha però lo svantaggio di limitare la scelta di quanti vorrebbero volontariamente e liberamente fare della prostituzione la propria professione. Secondo uno studio della New York University, però, una via alternativa è possibile.

La prostituzione non è necessariamente un reato, ogni Stato regolamenta la compravendita di prestazioni sessuali in maniera diversa, criminalizzandola, regolamentandola oppure astenendosi dalla materia.  Il collegamento con la tratta di esseri umani, che è invece un reato contro la persona, sta nella destinazione delle vittime della tratta di persone. Secondo una ricerca del 2009 ogni anno sono circa 600000 le vittime della tratta che finiscono nella prostituzione. Il fatto che esista una richiesta di sesso a pagamento, sia esso legale o illegale, spinge le organizzazioni criminali a cercare di soddisfare questa richiesta. Tra i traffici illeciti, la tratta internazionale di esseri umani è, infatti, secondo solo al traffico di stupefacenti, come volume d’affari.

La criminalità della tratta di persone sta nella limitazione della libertà del singolo, nelle condizioni di vita a cui viene sottoposto e, a volte, dell’impiego illegale che viene fatto delle persone vittime di questo traffico. Le Nazioni Unite definiscono il traffico di esseri umani come ‘il reclutamento, trasporto, trasferimento, l'ospitare o accogliere persone, tramite la minaccia o l'uso della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di danaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un'altra a scopo di sfruttamento’. Oltre allo sfruttamento sessuale, diretto o a scopo commerciale, altre destinazioni del traffico di esseri umani sono il lavoro forzato, l’espianto di organi per il mercato nero e la schiavitù in senso stretto.

La legalizzazione della prostituzione avviene nei paesi in cui la professione può essere liberamente esercitata, con la richiesta di una licenza, pagando le tasse e a volte limitando l’area di esercizio a determinate zone delle città. In Europa la prostituzione è legale, per esempio, in Olanda e Germania, dove sono legali anche le case chiuse. La ratio dietro alla legalizzazione della prostituzione è il miglioramento delle condizioni di lavoro delle prostitute, sia da un punto di vista di sicurezza e sanità, sia da un punto di vista del controllo dello sfruttamento. La legalizzazione, inoltre, permette allo Stato di imporre gli stessi regimi fiscali delle altre professioni anche su quella della prostituzione, mercato generalmente florido. Dal punto di vista dello sfruttamento, il fatto che la prostituzione sia legale dovrebbe spingere il reclutamento verso persone che si propongono volontariamente e scoraggiare l’impiego di vittime del traffico di esseri umani.

I dati, però, dimostrano che non è così. La legalizzazione della prostituzione non è un antidoto contro l’impiego di vittime del traffico di esseri umani. Due studi distinti, uno pubblicato sulla rivista World Development e uno della New York University, entrambi del 2013, conducono allo stesso risultato. Germania ed Olanda, paesi in cui la prostituzione è legale, sono egualmente destinazioni importanti delle persone trafficate illegalmente. Inoltre, in Germania, il numero delle vittime del traffico di persone coinvolte nella prostituzione è aumentato dal 2002, anno in cui il mercato del sesso tedesco è stato ulteriormente liberalizzato permettendo il coinvolgimento di parti terze nelle transazioni.

La ragione economica dietro a questa dinamica è che la legalizzazione della prostituzione ne aumenta la domanda. Più alta la domanda, più attrattivo il mercato dal punto di vista delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di persone. E, d’altro canto, le vittime della tratta possono presentare dei vantaggi, dal punto di vista di chi gestisce giri di prostituzione: posizione più vulnerabile, quindi più ampi margini di guadagno sulle prestazioni e possibilità di ampliare l’offerta, per soddisfare le richieste dei clienti, con donne dai tratti ‘esotici’. Dal punto di vista del cliente l’origine e la legalità della prestazione che sta pagando potrebbero essere irrilevanti.

La criminalizzazione della prostituzione, cioè la sua definizione come reato, non è egualmente efficace nella riduzione della tratta di persone. Nonostante il mercato del sesso sia in questi paesi (tra cui, per esempio, gli Stati Uniti, ad eccezione del Nevada) vietato e quindi clandestino, la domanda di questo tipo di prestazioni non cala. Quanti vorrebbero esercitare legalmente la professione sono inibiti dall’ingresso nel mercato per la sua illegalità e per l’aumento della sua rischiosità. Ne trae vantaggio, quindi, la tratta di persone, che riescono a creare l’offerta richiesta. La criminalizzazione, inoltre, penalizza più facilmente le prostitute che sono potenzialmente già vittime della tratta. Se una prostituta viene arrestata, la rete dalla quale era gestita non perde granché: può sostituirla con un’altra persona.

In Italia la prostituzione non è di per sé vietata, secondo quello che viene chiamato ‘modello abolizionista’. Lo Stato si limita a vietare il favoreggiamento e lo sfruttamento, con lo scopo di scoraggiare la prostituzione senza un divieto esplicito. Anche in questo caso il mercato della prostituzione rimane attivo e il non controllo sull’esercizio della prostituzione non riduce la presenza di vittime della tratta di persone.

L’unico modello che sembra ridurre l’impiego di vittime del traffico di persone per lo sfruttamento della prostituzione sembra essere il modello svedese, che è una versione corretta del modello proibizionista. In questo caso la prostituzione è illegale ma la legge non criminalizza la vendita di prestazioni sessuali, ma il suo acquisto, chi viene perseguito, quindi, è il cliente e non la prostituta. In questo caso la domanda tende a ridursi e, conseguentemente, anche il traffico di persone destinate alla prostituzione. Svantaggio di questo modello è, però, la limitazione della libertà individuale: la prostituzione non può diventare una professione legalmente esercitata.

Lo studio della New York University suggerisce un quarto e innovativo approccio alla prostituzione, che mira alla riduzione del traffico di esseri umani senza limitare la possibilità individuale di fare della prostituzione il proprio lavoro. Il modello è una combinazione tra la legalizzazione olandese e la criminalizzazione svedese. Lo Stato renderebbe legale il sesso venduto da prostitute in possesso di una regolare licenza mentre perseguirebbe i clienti che comprano sesso da prostitute non autorizzate. La domanda di sesso a pagamento, economicamente parlando, è volontaria: se un cliente ha la possibilità di scegliere tra un servizio vendutogli illegalmente, per il quale rischia in prima persona pene severe, ed un servizio completamente legale, probabilmente sceglierà quest’ultima opzione. Un mercato del genere sarebbe poco attrattivo per il traffico di esseri umani: la sua offerta non incontrerebbe una sufficiente domanda.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


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