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20 settembre 2017

Ram Nath Kovind: sogno indiano o sogno indù?

Ram Nath Kovind, il nuovo presidente dell’India, è il secondo cittadino “fuori casta” ad aver ricoperto la carica politica più prestigiosa del Paese. Nel sistema sociale e religioso induista vengono chiamati “fuori casta” tutti i cittadini dalit, ovvero non appartenenti alle quattro caste tradizionali (brahmani, kshatriya, vaishya e shudra).

Nato nel 1945 nell’Uttar Pradesh, lo Stato più arretrato e rurale dell’India, Kovind si mette subito in luce come uno studente modello e riesce ad allontanarsi sempre più dai margini della società. Subito dopo la laurea, all’inizio degli anni Settanta, intraprende una brillante carriera di avvocato, alla quale si affianca quella politica, che lo porta a rappresentare il proprio Stato di origine alla Rajya Sabha (la Camera alta del Parlamento indiano, nota anche come Consiglio degli Stati di cui è composta l’Unione Indiana) tra le fila del Bharatiya Janata Party (BJP) dal 1994 al 2006 e a ottenere la prestigiosa carica di governatore dello Stato federato del Bihar nel 2015. A partire dal giuramento dello scorso 25 luglio, nove giorni dopo la vittoria delle elezioni presidenziali ai danni di Meira Kumar, la candidata del Partito del Congresso, Kovind diviene il nuovo capo dello Stato indiano.

Il collegio elettorale, costituito da tutti i componenti delle Camere del Parlamento e delle assemblee legislative statali, ha provveduto a eleggere Kovind con il 65% dei voti. L’esito dell’elezione era abbastanza scontato dal momento che il BJP aveva la maggioranza in entrambe le Camere e nelle assemblee legislative degli Stati più popolosi dell’India. In un sistema politico in cui i singoli voti sono ponderati in relazione alla popolazione di ciascuno Stato, guidare la coalizione di maggioranza negli Stati chiave dell’Uttar Pradesh, del Maharashtra e del Bihar non poteva non indirizzare la consultazione elettorale in una certa direzione. L’elezione di Kovind è il coronamento di un percorso triennale che ha posto fine a dieci anni di gloria assoluta del Partito del Congresso. Oggi, infatti, il BJP controlla tutte le istituzioni del sistema politico indiano: il Governo, guidato dal primo ministro Narendra Modi, la Lok Sabha (la Camera del popolo) e, per i prossimi cinque anni, la presidenza dell’Unione Indiana.

In realtà, dietro alla favola di emancipazione sociale e al mito del “self-made man” che hanno caratterizzato l’ascesa di Ram Nath Kovind, si nasconde una precisa strategia elettorale del Bharatiya Janata Party. Il partito affonda le proprie radici nel nazionalismo induista, comunemente denominato Hindutva, ragione per cui si è sempre rivolto solo ed esclusivamente all’elettorato indù. Quest’ultimo, negli ultimi anni, è stato attraversato da continue tensioni tra le caste più alte e quelle più basse. Perciò, dopo aver sostenuto politiche sfavorevoli alle caste più povere, come ad esempio il divieto della macellazione della carne bovina, quale occasione migliore di candidare alla presidenza del Paese un dalit per raccogliere voti in tutto l’elettorato indù?

Il messaggio di riscatto sociale incarnato dalla candidatura di Kovind ha alimentato il sogno di tutti i fuori casta indiani, da sempre poco inclini alla partecipazione politica. Purtroppo, però, lo stesso sogno non può essere condiviso dalle minoranze religiose del Paese, che costituiscono circa il 20% della popolazione indiana. Il BJP è storicamente fautore, in maniera neanche tanto velata, dell’identificazione dell’India con gli induisti: questa ideologia si traduce in una sorta di regime etnico che pone sul piedistallo i cittadini seguaci di questo credo a discapito delle minoranze religiose del Paese, che vivono una condizione di disparità giuridica di fatto. L’ascesa di Ram Nath Kovind alla presidenza dell’Unione rappresenta sicuramente la realizzazione di un sogno indù ma, se incarnerà anche un sogno indiano potremo stabilirlo soltanto nel 2019.