28 maggio 2020

Recovery Fund, cosa prevede la proposta della Commissione UE

 

La proposta della Commissione europea per il cosiddetto recovery plan per l’Europa è finalmente sul piatto della grande politica europea. È una proposta che individua una combinazione di interventi di sostegno a fondo perduto e di prestiti che si prospetta diversificata per ogni Paese membro dell’Unione Europea (UE) e per gravità della crisi che ciascun Paese affronta a causa della Coronavirus.

Ed è una proposta, ancora, che sembra costituire un punto di equilibrio tra le richieste dei Paesi più in difficoltà, a partire dalla richiesta spagnola di un fondo da 1.500 miliardi di euro, e la radicale opposizione dei “frugal four”, Austria, Svezia, Danimarca e Olanda, a qualsiasi forma di sostegno a fondo perduto, parzialmente spiazzati dall’asse franco-tedesco che sembra costituire, di fatto, la pietra angolare su cui Ursula von der Leyen e la sua Commissione hanno sviluppato una mediazione avanzata.

Nella videoconferenza congiunta del 18 maggio scorso la cancelliera tedesca Merkel e il presidente francese Macron hanno, infatti, proposto un fondo temporaneo da 500 miliardi di euro, addizionale al bilancio europeo seppur a questo ancorato e incardinato, a supporto dei Paesi e dei settori colpiti dal Covid-19, attraverso un sostegno diretto, “non prestiti” come chiaramente esplicitato nelle dichiarazioni, ma misure a fondo perduto.

Su questa scia la Commissione europea ha avanzato la cosiddetta Next Generation EU, uno strumento emergenziale e temporaneo per la ripresa dell’Europa, del valore di 750 miliardi di euro complessivi, addizionali al bilancio pluriennale dell’Unione, da impiegare nel periodo 2021-24 e costituito a sua volta da un insieme di misure e strumenti, inclusi gli attuali programmi europei a sostegno dell’economia e degli obiettivi condivisi dai Paesi membri.

In base al lavoro di cesello compiuto dai commissari europei e dai loro sherpa, come specificato nel documento di accompagnamento The EU budget powering the recovery plan for Europe, 190 miliardi di euro, impiegabili a fondo perduto, sarebbero destinati al rafforzamento ad esempio delle politiche di coesione (50 miliardi di euro) e del programma InvestEU (30 miliardi) per la mobilitazione degli investimenti, anche con la creazione di un nuovo strumento rivolto alle attività strategicamente rilevanti per l’economia europea, alla creazione di un meccanismo di supporto alla liquidità e solvibilità delle imprese (26 miliardi), al sostegno alla transizione ecologica (30 miliardi), allo sviluppo rurale (15 miliardi) e ovviamente ai programmi di ricerca in ambito medico e sanitario attraverso il Horizon Europe (circa 13 miliardi) e gli interventi nell’ambito della sanità (circa 8 miliardi).

Lo strumento nuovo a sostegno degli Stati membri dovrebbe altresì essere il Recovery and Resilience Facility, fondo da 560 miliardi di euro, di cui 310 a fondo perduto (che sommati a 190 di cui sopra fanno 500 miliardi) e 250 come prestiti, a supporto in particolare di quei Paesi in maggiore difficoltà per gli effetti della crisi, in modo da evitare «l’ampliamento delle divergenze» europee, per dirla con le parole della Commissione. Questo fondo di sostegno, che sembra essere il cuore della proposta di recovery plan, dovrà però supportare i Paesi europei negli investimenti e nelle riforme, in particolare, per lo sviluppo “verde” e la transizione digitale, con le modalità decise da ciascuno Stato membro nei propri piani nazionali sulla base delle priorità individuate nel semestre europeo, che da luglio sarà a guida tedesca.

La Commissione, peraltro, delinea gli obiettivi generali che attraverso questo fondo e le altre misure, anche di rafforzamento del bilancio dell’Unione, l’Europa a suo avviso dovrebbe perseguire per uscire dalla crisi e sviluppare un futuro prospero e sicuro per le nuove generazioni: economia digitale e Green deal di stampo europeo, insieme al rafforzamento del sistema produttivo europeo, non solo nell’ambito del settore farmaceutico e sanitario, rivelatosi chiaramente strategico in questa pandemia, e del mercato unico, nell’ottica di un nuovo modello di open strategic autonomy per l’Unione europea basato su catene globali più solide ‒ a maggior controllo europeo sembrerebbe il non detto ‒ e sul rafforzamento del ruolo internazionale dell’euro, come chiaramente affermato invece, per il confronto in un nuovo sistema di governance globale immaginato improntato su relazioni bilaterali da sviluppare nel reciproco interesse.

Elementi strategici quelli avanzati dalla Commissione, in linea con i recenti orientamenti europei, ma che richiamano anche in maniera evidente i quattro punti per la ripresa europea individuati dall’iniziativa franco-tedesca, che sembra far da traino all’Europa tutta: (1) sovranità strategica nel settore sanitario; (2) fondo per la ripresa economica; (3) accelerazione del Green deal e digitalizzazione; (4) rafforzamento della resilienza economica e industriale e della sovranità dell’UE, con nuovo impulso sul mercato unico.

La Next Generation EU, per fronteggiare oggi la crisi più profonda dalla Seconda guerra mondiale e perseguire le nuove strategie di sviluppo, sarebbe finanziata dall’UE ricorrendo al mercato dei capitali con l’emissione di titoli di debito (bond), recuperando risorse comuni da utilizzare per una crisi che colpisce tutti i membri della UE, ma in maniera molto differente anche in ragione degli spazi finanziari limitati di alcuni Paesi che impediscono loro di reagire con politiche economiche di dimensione adeguata. Tale debito sarebbe poi onorato tra il 2028 e il 2058 attraverso i futuri bilanci dell’UE, per i quali la Commissione propone da subito una riforma delle sue modalità di finanziamento, che sarà altro elemento di significativo confronto tra Paesi membri perché riguarderà l’innalzamento, temporaneo o meno, della soglia massima di contribuzione di ogni Stato membro all’UE e l’introduzione di nuove misure di tassazione europea, come l’estensione del sistema di scambi di emissioni e l’introduzione di una sorta di iva “verde” di livello europeo (Carbon Border Adjustment Mechanism, CBAM) da applicarsi in particolare sulle importazioni extra-UE, forme di intervento su quelle imprese che avranno ricevuto sostengo da misure europee e nazionali in questa fase di crisi, e una nuova tassazione dei giganti del digitale.

Forse è troppo poco per parlare di un momento Hamilton per l’Europa, intendendo con questa espressione in voga sulla stampa e tra i commentatori internazionali la messa in comune dei debiti degli Stati americani dopo la Guerra di indipendenza alla base della creazione del governo federale americano. Ma sicuramente nel caso in cui questo piano fosse condiviso e approvato dai Paesi membri nell’ambito del Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo tra giugno e luglio, sarebbe un passo verso un nuovo ruolo delle istituzioni europee a cui dovrà corrispondere, prima o poi, ovviamente se tale ruolo si dimostrerà efficace nella risposta alla gigantesca sfida che abbiamo di fronte, una revisione dei meccanismi di funzionamento dell’Unione, compresa la riforma dei Trattati.

Una cosa sembra sempre più evidente: la tanto invocata, soprattutto negli anni dell’austerità, quanto latitante, leadership tedesca in Europa è all’opera, sotto la mano attenta e ferma di una cancelliera Merkel rinfrancata dalla gestione interna del Coronavirus. Se e quanto questa leadership si farà egemonia e come sarà esercitata in futuro, è un tema con cui saremo chiamati a confrontarci.

 

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Immagine: La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, Bruxelles, Belgio (4 febbraio 2020). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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