28 settembre 2017

Referendum catalano, caos spagnolo

Un clima incandescente, la tensione alle stelle e una frattura – quella tra Madrid e Barcellona – che si è acuita in modo importante, diventando a questo punto non semplice da sanare. L’indipendentismo catalano – tra rivendicazioni storiche, istanze di carattere sociale e non secondarie questioni di natura economica – è tornato a farsi sentire, rilanciando per il primo ottobre un referendum sull’autodeterminazione per il distacco dalla Spagna. Dall’altra parte però, il governo centrale guidato da Mariano Rajoy ha replicato con decisione e mostrato il pugno di ferro, al fine di «ripristinare la legalità» in Catalogna e bloccare la consultazione referendaria. Le parole rivolte dal primo ministro al presidente della Generalitat de Catalunya Carles Puigdemont sono state risolute: era necessario fermare immediatamente l’escalation di radicalismo e disubbidienza, riconoscendo l’impraticabilità della proposta referendaria ed evitando un ulteriore inasprimento degli scontri. Anche perché Madrid non si sarebbe discostata dalla linea della fermezza: ogni violazione della legge – ha fatto sapere Rajoy – sarebbe stata sanzionata con rigore.

Questa volta le tensioni – in una questione complessa che affonda le sue radici più indietro nel tempo – partono dalla legge approvata dal Parlamento di Barcellona lo scorso 6 settembre, al fine di regolamentare lo svolgimento del controverso referendum. Il via libera al provvedimento è arrivato al termine di una giornata intensa, durante la quale non sono mancate esplicite prese di posizione contro l’iniziativa della maggioranza parlamentare: alla fine però, la Ley del referéndum de autodeterminación vinculante sobre la independencia de Cataluña è passata grazie ai 72 voti favorevoli di Junts pel Sí e della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), a fronte dell’astensione di Catalunya Sí que es Pot – la piattaforma regionale che comprende anche Podemos – e della decisione di Popolari, Socialisti catalani e Ciudadanos di abbandonare l’aula, convinti dell’illegalità della imminente deliberazione.

Come previsto, la risposta di Madrid non si è fatta attendere, e prontamente il giorno successivo il Tribunale costituzionale spagnolo ha provveduto a sospendere la legge, dando disposizione ai 948 sindaci catalani e a 62 funzionari della Generalitat di non prendere parte all’organizzazione della consultazione referendaria. L’11 settembre, intanto, in occasione della festa catalana della Diada, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per sostenere il progetto indipendentista, mentre dalla procura generale spagnola è arrivato l’annuncio dell’avvio di indagini su oltre 700 sindaci che avevano appoggiato le istanze indipendentiste e si erano detti favorevoli a organizzare il referendum: per loro, anche la minaccia dell’arresto. Madrid ha inoltre disposto una serie di misure per rafforzare i controlli sulle finanze catalane e sulle spese di Barcellona, al fine di evitare che risorse pubbliche siano utilizzate per un referendum che il governo centrale considera illegale. Poi, è stata la volta – il 20 settembre – del blitz nelle sedi della Generalitat, con il sequestro di 10 milioni di schede elettorali e l’arresto di 14 funzionari; un’operazione che ha portato Puigdemont a parlare di «spirito totalitario» e contro cui migliaia di persone sono scese in piazza per protestare. Se da una parte dunque Madrid intende bloccare lo svolgimento di una consultazione che – senza una riforma della Carta fondamentale spagnola – non può che considerarsi incostituzionale, dall’altra le forze di governo della Generalitat vogliono con tenacia andare avanti con il referendum, magari sfruttando a loro favore la ‘prova di forza’ del governo centrale che ha lasciato interdetti anche i cittadini catalani non necessariamente collocati su posizioni indipendentiste.

Non è peraltro la prima volta che in Catalogna viene convocato un referendum sull’indipendenza: l’attuale scontro fra Madrid e Barcellona va infatti contestualizzato in un quadro più ampio e complesso, per la cui ricostruzione è assai utile la cronologia essenziale pubblicata sul sito politico.eu. Essa parte dalle elezioni regionali del novembre 2003, nelle quali le forze politiche che avevano promesso di modificare lo Statuto di autonomia della Catalogna del 1979 nella prospettiva di una più pronunciata devoluzione dei poteri di governo, conquistarono l’88% dei seggi parlamentari. Il via libera alla modifica dello statuto, che arrivò con 120 voti a favore a fronte di 15 contrari nel settembre del 2005, riconosceva l’esistenza di una ‘nazione catalana’ e attribuiva preminenza alla lingua catalana rispetto allo spagnolo, oltre ad assicurare la competenza esclusiva di Barcellona in determinate materie di governo e a prevedere un nuovo meccanismo per riscuotere direttamente le tasse. Successivamente emendato in modo incisivo su diversi punti, lo statuto fu approvato dalle due Camere del Parlamento spagnolo nel maggio 2006, per essere quindi ratificato attraverso un referendum nel successivo mese di giugno. Intanto, la crisi economica cominciò a farsi sentire anche in Spagna, colpendo pure la Catalogna che sperimentò un importante incremento del tasso di disoccupazione.

In questo clima, nel giugno 2010, il Tribunale costituzionale spagnolo intervenne sullo Statuto, riscrivendo 14 articoli e pronunciandosi sull’interpretazione di altri 27, relativi fra le altre cose al sistema giudiziario, alle prerogative in materia fiscale e allo status della lingua catalana. Così, il duro colpo subito dalla causa autonomista unito alle ristrettezze dell’economia e alle misure di austerity adottate da Madrid, portarono a un consistente rafforzamento della causa indipendentista. Nelle elezioni regionali di novembre 2012, le forze politiche a favore di un referendum sull’autodeterminazione conquistarono l’80% dei seggi, e già nel 2014 l’allora presidente della Generalitat Artur Mas convocò una consultazione non vincolante, immediatamente bloccata dal Tribunale costituzionale. Si giunse così – nel mese di novembre – a un voto ‘informale’, con quasi l’81% dei 2,3 milioni di partecipanti a pronunciarsi a favore dell’indipendenza.

Oggi, a governare la Catalogna, ci sono forze politiche che nel 2015 si sono presentate agli elettori con un progetto indipendentista. Puigdemont, che non ha escluso l’ipotesi di essere arrestato prima del programmato referendum, si è spinto persino ad affermare che Rajoy sarebbe il «guardiano della tomba di Francisco Franco». Dal canto suo, il premier non intende retrocedere dalle sue posizioni. Posta la rigidità degli interlocutori, allo stato attuale la strada per un negoziato fra le parti appare in salita.

Quanto all’Unione Europea, la Commissione si è limitata a sottolineare di rispettare il framework legale e l’ordine costituzionale spagnoli.


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