30 giugno 2020

Rileggere “Il Maiale e il Grattacielo”, dopo la pandemia Covid-19

 

Da quando è del tutto egemone (un centinaio d’anni), l’impero americano viene più che mai osservato e analizzato da viaggiatori di fama, storici, economisti, sociologi, per decifrarne il canone attraverso cui alimenta il suo immenso potere. Da Lewis Mumford all’attuale sociologia urbana, numerosi sono gli specialisti che hanno cercato e individuato nella città moderna il nucleo di quel canone, che va oltre il fattore storico d’un più volte rinnovato dinamismo dello sviluppo. Col suo “Il Maiale e il Grattacielo”, Marco D’Eramo si aggiunge dunque a un’illustre schiera di esploratori; ma egli è certamente tra i primi ad avervi ricercato una spiegazione di principio valida non solo per gli Stati Uniti, bensì per il mondo. Considerato che il capitalismo ‒ oggetto primo e ultimo della sua ricerca ‒ ha permeato di sé l’intero pianeta, “occidentalizzandolo” e con ciò – forse ‒ avviandone al tramonto il modello egemone (avverte più d’una riflessione filosofica).

 

Presumo che la decisione dell’editore Feltrinelli di ripubblicare dopo un quarto di secolo l’originale e fortunato libro-inchiesta di D’Eramo su Chicago, vissuto paradigma socioculturale dei processi generatori del profitto, sia precedente all’invasione del Coronavirus (l’editoria si nutre anche di buon fiuto). In ogni caso, la tanato-politica di Donald Trump, la sua cinica ignavia hanno lasciato che la pandemia colpisse ferocemente gli Stati Uniti dal lago Michigan al golfo del Messico. Le loro fondamenta culturali e politiche ne risultano scosse forse oltre quanto sia possibile osservare oggi. Così che pur restando intatta la vigenza del modello investigativo (divenuto a questo punto un “classico”), le reazioni al cataclisma sanitario-economico e ai suoi lutti fanno slittare in avanti anche l’osservazione dell’autore, ampliandola ulteriormente rispetto al futuro che abbiamo sotto i nostri occhi.  

 

Dal ventre della Chicago iconografica in cui ha compiuto un lavoro di scavo dichiaratamente archeologico, dai boulevards e dai grattacieli che proprio da qui hanno riordinato gli schemi dell’architettura moderna, la nuova postfazione di Marco D’Eramo spinge la perlustrazione sulle infrastrutture ipertecnologiche che ridisegnano le superfici circostanti. Penetra nei nuovi sentimenti, nelle tensioni sociali che vivono gli oltre dieci milioni di abitanti affollati in quell’enorme Area Metropolitana. Le ceneri della città in fiamme (centomila senzatetto in pochi giorni del 1871), le immagini dei gangsters e degli untouchables che ne combatterono corruzione e violenza (nei Trenta del Novecento), sono affidate agli archivi cinematografici; le memorie di Ludwig Mies van der Rohe e Frank Lloyd Wright alla celebrata Scuola d’Architettura; nei 200mila fast-food del paese le decine di miliardi d’hamburger divorati ogni anno nell’epopea della serializzata proteina Mc Donald’s, “inventata” nella vitalissima metropoli dell’Illinois.

 

Speciale attenzione D’Eramo riserva al centro dati del Chicago Mercantile Exchange (CME), il colosso dei “derivati finanziari” nato dalla fusione dell’antica borsa cerealicola internazionale con il proliferante mercato dei future (viaggiando per il Sudamerica, comprovo di persona che terratenientes, multinazionali del transgenico e coltivatori diretti di Argentina e Brasile ‒ sommati, l’agro-export più grande del mondo ‒ vi mantengono permanentemente collegati i loro computer). L’autore ne osserva a sua volta le funzioni come un entomologo lo straordinario universo degli insetti: diviso tra la meraviglia per le realizzazioni dell’informatica, stimolata dai suoi studi di fisica, e la preoccupata curiosità del sociologo attento alle contraddizioni sociali, fino alle attuali, nuove esplosioni delle tensioni razziali. Ne esamina i riflessi antropologico-culturali sulla vita quotidiana, valuta gli epifenomeni che investono l’insieme degli Stati Uniti.

 

Nel continuo svestire Chicago della sua storia materiale e simbolica (“vestire non è altro che coprire…”, dice Hegel) per esporla nuda all’esame dei propri teoremi, D’Eramo muove poi lo sguardo dalle strumentazioni tecniche alle formulazioni teoriche con cui interagisce. E dunque al più prossimo ed emblematico protagonista oggetto dell’investigazione sul capitalismo da lui condotta: l’economista Milton Friedman, forse il più controverso dei premi Nobel, che proprio all’Università di Chicago ha domiciliato la famosa scuola monetarista con i suoi dogmi sulla “mano invisibile” del mercato. Pur senza esaurirne circostanze, problematiche e personaggi (approfonditi in quasi 300 pagine), il percorso investigativo de “Il Maiale e il Grattacielo” trova qui il suo passaggio più immediato ed esplicito. Giusto al crocevia tra i meccanismi riproduttivi meno evidenti del capitalismo e l’avvento delle diverse tappe della modernità, alle cui origini l’autore dedica profondo interesse già in suoi precedenti lavori.  

 

L’articolo è stato scritto per il blog di Livio Zanotti (Ildiavolononmuoremai.it)

 

Crediti immagine: Foto di Pexels da Pixabay

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0