27 novembre 2018

Riparte il dialogo tra Italia e UE sulla manovra di bilancio

di Matteo Miglietta

Un incontro “costruttivo” ma “non risolutivo”, servito soprattutto a formalizzare l’avvio di un dialogo fra il governo e la Commissione europea sulla manovra di bilancio italiana. Dopo i sorrisi, gli abbracci e le dichiarazioni di amicizia a favor di telecamera che hanno preceduto l’antipasto, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sintetizzato così la cena di sabato sera con il presidente dell’esecutivo UE, Jean-Claude Juncker. Accompagnato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, il premier era arrivato a palazzo Berlaymont intorno alle 19.00 con in tasca un dossier da mostrare a Juncker e ai commissari europei responsabili per l’economia, Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici. Il titolo del documento, Un nuovo cammino per un futuro migliore, è già in sé un manifesto del governo gialloverde: proseguire dritto lungo il cammino di una manovra di bilancio che stride con le regole dell’Unione Europea. Juncker, da parte sua, domenica mattina si è affrettato a sottolineare che la Commissione non è «in guerra con l’Italia», spendendosi davanti ai giornalisti in dichiarazioni d’amore verso il Paese  («ti amo Italia», cit.), e confermando l’avvio di un «dialogo continuo» con il governo per trovare una soluzione capace di soddisfare tutti.

Mercoledì scorso, infatti, l’esecutivo comunitario ha avviato il percorso formale per l’apertura di una procedura per deficit eccessivo basata sul debito nei confronti dell’Italia. Un’iniziativa prevista dai trattati europei che non era mai scattata finora per nessun Paese. Il pericolo concreto per la Penisola è ora quello di vedersi imporre sanzioni pesanti, dal versamento di un deposito cauzionale infruttifero pari allo 0,2% del PIL al congelamento dell’erogazione dei fondi strutturali. Ma il cammino per arrivarci è ancora lungo e complesso. Complicato ed esasperato ancor di più dalla campagna elettorale – di fatto già cominciata – per le elezioni europee di maggio 2019. Sarebbe infatti sbagliato ridurre la discussione in atto a un semplice scontro muscolare fra Roma e Bruxelles, visto che a dare il via alla procedura d’infrazione dovranno essere i governi dell’Unione Europea. I tempi sono abbastanza stretti: entro due settimane dal 21 novembre, data della bocciatura della manovra italiana da parte della Commissione, i tecnici dell’Ecofin (la riunione dei ministri delle finanze europei) dovranno confermare il loro appoggio alla decisione dell’esecutivo. Il 3 e 4 dicembre sono fissate le prime riunioni di Eurogruppo ed Ecofin, il 13 e 14 si ritroveranno a Bruxelles i capi di Stato, e una decisione definitiva sull’apertura formale della procedura potrebbe arrivare entro il 22 gennaio. È in questo contesto che si sta quindi muovendo il governo italiano, intento a rassicurare non solo i “guardiani delle regole” di Bruxelles, ma anche – e soprattutto – gli altri partner europei, a cominciare da Francia e Germania.

Non è un caso che ieri, a margine del vertice straordinario sulla Brexit, Conte abbia aggiornato la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron sull’incontro di sabato sera. La prima si è detta «lieta» che sia partito un dialogo fra Roma e Bruxelles, mentre il secondo è rimasto più vago, dicendo di sperare nel «buon esito dei negoziati». Le prese di posizione più intransigenti, invece, erano state espresse nei giorni scorsi dai governi di Paesi Bassi, Ungheria e Austria. Un fatto quasi paradossale se si pensa che proprio questi ultimi due Stati sono considerati alleati del governo italiano nella critica all’Europa secondo la retorica sovranista. Nessuno infatti può rischiare di mostrarsi troppo morbido davanti ai propri elettori in vista delle elezioni europee. Né il governo italiano, che a maggio conta di capitalizzare in termini di voti – anche grazie alla critica contro l’UE – quanto fatto durante il suo primo anno di mandato. Né la Commissione europea, composta da politici che per la maggior parte torneranno a candidarsi nei rispettivi Stati di appartenenza, e da tecnici che vedono in una deroga concessa all’Italia il crollo di un sistema di norme uguali per tutti. Né il fronte “europeista” guidato da Macron e Merkel, che ha come bandiera la difesa dell’Unione Europea contro la critica sovranista. Ma nemmeno i governi considerati “populisti” come l’Ungheria, che dall’UE ricevono miliardi di euro di fondi strutturali (25 miliardi fra 2014 e 2020) e temono una nuova crisi economica innescata dall’Italia.

 

Crediti immagine: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0