15 novembre 2016

Robert Fisk – Life after Isis

di Jakob Terčon

Il titolo dell’incontro, “Life after Isis”, ha catturato la mia attenzione ancora prima del nome dell’ospite, Robert Fisk. Fisk ha iniziato con l’Egitto, sostenendo che i sindacati indipendenti sono gli unici movimenti a sfondo secolare che al giorno d’oggi conosciamo in Medio Oriente. Non poteva non citare Giulio Regeni il quale lo aveva capito bene, ma per sua sfortuna aveva scelto l’argomento giusto al momento sbagliato. Che verità ci può essere a parte quella che il giovane ricercatore sia stato ucciso per mano del governo di al-Sisi? E come si potrà mai mettere fine a queste atrocità e riportare la pace e la libertà in quella parte del pianeta se il nostro comportamento resta ambiguo, ipocrita, denunciando da una parte la violazione di diritti umani e dall’altra firmando accordi da miliardi di dollari con il governo egiziano per consolidare la partnership economica e la vendita di armi? Come riportare la pace in Medio Oriente se siamo schiavi di una finta alleanza con il regime saudita che fa sventolare l’Union Jack a mezz’asta, quando muore il loro re? La nostra politica estera è un disastro. L’Isis è un’arma dei nostri “pseudo-alleati” del Golfo che sono noti per il loro fondamentalismo religioso e sono grandi oppositori di Assad. Proprio quest’ultimo dovrebbe quindi essere un nostro nemico, a maggior ragione, perché è alleato dei russi e degli iraniani. Ma proprio con l’Iran, acerrimo nemico dei sauditi, abbiamo appena firmato accordi importanti che cambieranno gli equilibri nel Medio Oriente. Forse ci siamo resi conto che l’alleanza con Rijad non è poi più così strategica. L’Isis è un gruppo finanziato dai regimi del Golfo, usato per riportare i sunniti al potere in Siria e Iraq, formato prevalentemente da ex generali iracheni sunniti che, dopo l’invasione americana nel 2003 e l’uccisione di Saddam Hussein nel 2006, hanno assistito al crollo di tutte le istituzioni statali e alla rinascita di uno stato iracheno di impronta sciita. Come se non bastasse, nello scacchiere si aggiunge anche la Turchia che tiene sotto scacco l’Europa intera sulla questione dei migranti e sta a guardare mentre i peshmerga curdi, ancora in cerca di un loro stato indipendente, combattono dignitosamente la loro guerra contro l’Isis. Per Erdogan infatti Assad e i curdi sono più nemici di quanto non lo sia l’Isis. Di un accordo con i russi invece non se ne parla nemmeno. Fino a quando andrà avanti tutta questa ipocrisia? Per quanto tempo ancora potremo sopportare di vivere due vite parallele? La forza che invece, secondo lui, guiderà la ricostruzione della Siria è l’esercito siriano che in questo momento è l’unico, con l’aiuto della Russia, in grado di sconfiggere l’Isis. Quindi né Assad né le cosiddette forze “moderate” stile al-Nusra avranno, o dovrebbero avere, molta voce in capitolo. Gli Stati Uniti stanno mantenendo un comportamento ambiguo. Si prendono parte del merito ottenuto dalle vittorie russe, anche se in realtà hanno fatto ben poco.  Una volta sconfitto l’Isis, perché l’Isis militarmente prima o poi sarà sconfitto, la dobbiamo smettere di invadere Paesi, lanciare bombe, trafficare armi, destituire dittatori a nostro piacimento e una volta fatto il lavoro non avere la più pallida idea di cosa fare dopo. L’instabilità politica e sociale, l’insicurezza e la mancanza di fiducia sono terreno fertile per il proselitismo dei terroristi. Mandiamo piuttosto ingegneri, infermieri, dottori, architetti, costruiamo ospedali, scuole, università. Solo l’educazione potrà cambiare qualcosa e riportare la pace. Questo, agli occhi di qualcuno, potrebbe sembrare un nuovo “buon imperialismo.” E quindi dobbiamo chiederci cosa intendiamo con il termine imperialismo. Per Fisk imperialismo significa dimostrazione di forza, fare qualcosa solo perché lo si può fare. Richiamare i nostri soldati invece, per sostituirli con insegnanti e dottori, senza imporre niente a nessuno, non è il tipo di imperialismo colonialista che abbiamo in mente di solito quando sentiamo questa parola. Come ogni giornalista che si rispetti, anche Fisk, non poteva non analizzare il Medio Oriente senza guardare al passato. Quelle terre e quei confini sono figli della guerra combattuta da suo padre e del famoso accordo segreto di Sykes-Picot con il quale la Francia e il Regno Unito si sono spartiti il Medio Oriente, prevedendo già nel 1916 il collasso dell’impero ottomano. Promettevano agli arabi uno stato nazionale indipendente e la fine dell’occupazione Turca. Purtroppo il risultato è stata una divisione strategica, con confini tracciati con il righello in mezzo al deserto che hanno portato ad una nuova occupazione. Quando rimanere lì è diventato economicamente sconveniente e pericoloso, abbiamo continuato a fare accordi con i nuovi dittatori. Il risultato di queste politiche è che la gente ha perso la fiducia e non crede più alla favola dell’Occidente esportatore di democrazia e libertà. E con le politiche sull’immigrazione continuiamo a non capirle queste cose e ci aspettiamo che le persone restino lì. Non ci rendiamo conto della portata di questo evento. La gente sbarca a Lesbo con i bambini morti in braccio, i genitori piangono davanti ai propri figli, quando partono per cercare riparo, per scappare dalla più mostruosa tra le tante, troppe guerre che il Medio Oriente abbia conosciuto negli ultimi anni. Cosa possiamo fare noi? Aiutarli, cercare di accoglierli, oppure odiarli e respingerli. Magari pagando altri stati come la Turchia, subappaltando parte del confine meridionale ad Erdoǧan. Questi sono gli accordi che porteranno l’Unione Europea alla disgregazione. La gente scappa da lì, perché non vuole vivere in quelle condizioni. Sono in cerca di pace, quella pace che solo l’Europa può garantire. I migranti decidono di lasciare le loro case, perché non sono terroristi, perché non condividono le idee dei terroristi. Si incamminano verso l’Europa e non verso Raqqa, perché vogliono stare con noi, non con l’Isis. Per quanto tempo continueremo a non capirlo? Respingendoli, li consegneremo in braccio ai terroristi, alla guerra e allora si che avranno un motivo per odiarci. Manca una politica con la “p” maiuscola in grado di promuovere piani a lungo termine, guardando al futuro con coraggio e ambizione. Per i migranti i confini tracciati dai francesi e dagli inglesi non hanno più alcun valore, sono privi di significato. E l’Isis questo l’ha capito bene. Quando gli uomini di Al Bagdadi si sono spostati dall’ Iraq in Siria, perché avevano visto lì un terreno fertile martoriato dalla guerra civile, Fisk aveva intravisto la fine dell’era di Sykes-Picot. E così come non hanno più alcun senso quei confini, sono privi di significato anche i nostri confini, quelli europei. Proprio gli stessi confini che alcuni stati europei, al posto di considerarli obsoleti, stanno cercando di ritracciare. Per i migranti i confini non esistono più, c’è solo un confine: quello tra la vita e la morte. Vogliamo veramente essere noi a tracciare questo confine?

 


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