16 ottobre 2019

Russia e Arabia Saudita: una nuova energ(et)ica amicizia?

di Mirko Annunziata

Vladimir Putin è da poco sbarcato in Arabia Saudita, accolto nella capitale Riyad da re Salman e dall’entourage governativo e militare saudita. Non è la prima volta che il presidente russo visita il Paese; il suo primo e fino ad oggi unico viaggio lì risale al 2007. Quella prima visita costituì un piccolo evento nella storia tra i due Stati e diede inizio a un dialogo tra due nazioni che fino a quel momento si erano tenute a distanza. Molte attese ha suscitato questo nuovo incontro tra il presidente russo e il governo saudita, che potrebbe costituire uno spartiacque importante, dando il via libera a una nuova e fino a poco tempo fa impensabile partnership tra Russia e Arabia Saudita: uno scenario che rivoluzionerebbe gli equilibri all’interno dalla regione.

L’annuncio della visita di Putin è stato fatto a giugno dal ministro saudita per l’Energia Khalid al-Falih, mentre si trovava in visita a Mosca. Una scelta non casuale visto che proprio la politica energetica sarà il perno del summit tra i due Paesi. Il CEO del Fondo d’investimento sovrano russo, Kirill Dmitriev, ha annunciato infatti che sono previsti più di una decina di nuovi accordi d’investimento, a cominciare proprio da un investimento dell’ARAMCO a favore della russa Novomet, una delle più importanti compagnie per la produzione di componenti per l’industria estrattiva. Il rilancio dei rapporti tra i due Paesi si fonda quindi innanzitutto sulla loro comune natura di superpotenze energetiche, e l’incontro si configura non tanto come un punto di partenza, quanto come il punto d’arrivo di anni di lavoro dietro le quinte tra rappresentanti del governo e delle rispettive oligarchie imprenditoriali.

Nel corso degli ultimi anni Russia e Arabia Saudita si sono schierate su fronti opposti nei vari conflitti che hanno interessato il Medio Oriente. La Russia costituisce infatti il partner strategico più importante per l’Iran, acerrimo rivale dei sauditi per la leadership della regione, mentre Riyad continua a essere l’alleato di riferimento degli Stati Uniti nell’area.

Questo quadro, solo in apparenza consolidato, sembra ora pronto a cambiare, facilitando di conseguenza la convergenza tra Russia e Arabia Saudita sui temi di comune interesse. I mutamenti più importanti interessano proprio le ultime mosse di russi e americani. Mentre Mosca, forte della vittoria di Bashar al-Assad in Siria, sembra intenzionata a rafforzare la sua presa sulla regione, gli Stati Uniti paiono invece risoluti ad accelerare il disimpegno avviato ormai da diversi anni e culminato nell’annuncio di Trump di voler abbandonare le milizie curde del Rojava, alleate decisive nella sconfitta sul campo dell’Isis in Siria.

Una mossa, questa, che inquieta gli alleati locali degli Stati Uniti, sauditi compresi, i quali possono contare anche un recente precedente. Solo poche settimane fa alcuni importanti impianti per l’estrazione petrolifera sono stati bombardati da droni in un attacco inedito per la storia recente saudita che vede quali principali indiziati gli iraniani per mezzo dei ribelli yemeniti Houthi, armati e sostenuti da Teheran. L’attacco contro uno degli asset vitali del Paese ha rischiato di portare a una rapida escalation della tensione tra Arabia Saudita e Iran. Di fronte a questa prospettiva, la reazione da parte dello storico alleato americano, al netto di alcuni proclami da parte di Trump e del suo entourage, è stata piuttosto tiepida e questo, se da un lato ha portato a scongiurare un conflitto aperto tra le due potenze rivali, dall’altro induce Riyad a riconsiderare la portata effettiva dell’appoggio di Washington in caso di guerra a tutto campo contro Teheran.

Anche in questo caso, Mosca ha fiutato un’opportunità, offrendosi di fornire a Riyad lo stesso sistema di difesa missilistico venduto agli iraniani e che sembra più adatto a contrastare i missili in dotazione agli Houthi. Un vero e proprio schiaffo agli Stati Uniti e ai loro sistemi di difesa antimissile Patriot, che si sono mostrati non adeguati a intercettare l’attacco lanciato dagli Houthi. Naturalmente, Mosca si è al contempo affrettata a chiarire che non considera responsabili dell’attacco gli alleati iraniani.

Senza l’apporto americano è assai probabile che la storica coalizione regionale in funzione anti-iraniana che vedeva affiancati Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia e, seppure su certi punti in posizione più defilata, Israele, sia destinata a venir meno. Diversi segnali di cedimento già presenti impongono a Riyad una riconsiderazione dei propri asset strategici: il braccio di ferro contro l’ex alleato qatarino che dura ormai più di due anni, il disallineamento tra Erdoğan e la NATO, l’emergere di una politica sempre più autonoma degli Emirati Arabi Uniti in Yemen. La Russia, dal canto suo, si sta impegnando nel rendere sempre più instabile questa coalizione, ad esempio sostenendo le posizioni emiratine in Yemen. Arrivati alla situazione attuale, si sta consolidando tra i sauditi l’idea di cavalcare le mire russe sulla regione per rilanciarsi a loro volta, forti del fatto che Mosca per prima pare interessata a perseguire una politica del divide et impera anche a scapito dello storico alleato iraniano.

I due Paesi, d’altra parte, hanno diversi tratti comuni su cui poter consolidare la loro partnership, a cominciare da un’economia in entrambi i casi fortemente legata all’esportazione di idrocarburi. Arabia Saudita e Russia condividono la volontà di diversificare l’economia in modo da essere meno soggette alla fluttuazione dei prezzi sul mercato globale. In questa prospettiva un ruolo importante sarà giocato dagli investimenti incrociati realizzati attraverso i rispettivi fondi sovrani e colossi economici. Dal 2017 è inoltre operativo un fondo d’investimento comune russo-saudita il cui capitale oggi ha superato i 6 miliardi di dollari. Pochi giorni fa, il CEO del Fondo d’investimento sovrano russo Kirill Dmitriev è stato investito dal principe ereditario Mohammad bin Salman dell’Ordine di Abd Al-Aziz Al Saud, uno dei massimi riconoscimenti del governo saudita.

La politica energetica resta un altro aspetto cruciale per Paesi che sono entrambi tra i principali membri dell’OPEC. Storicamente Russia e Arabia Saudita hanno avuto interessi contrapposti all’interno dell’organizzazione legati al loro essere competitor sul mercato. Tuttavia, anche questo aspetto sembra interessato dal nuovo corso delle relazioni tra le due potenze energetiche. A seguito dell’ultimo incontro di “OPEC+” di questa estate, la Russia ha appoggiato l’iniziativa saudita di estendere l’accordo di riduzione della produzione di petrolio da sei a nove mesi con l’obiettivo di tenere sotto controllo il prezzo del petrolio sul mercato, evitando di farlo scendere troppo. L’iniziativa è stata appoggiata anche dall’Iran, ma non dagli Stati Uniti. Si potrebbe quindi aprire per Riyad l’allettante prospettiva di instaurare un nuovo cartello ristretto per controllare il mercato proprio grazie al supporto russo, la cui natura di potenza energetica, ma claudicante su altri aspetti economici fa sì che abbia un’agenda molto più vicina a quella saudita che non agli americani, desiderosi non tanto di aumentare i profitti sul mercato, quanto di preservare le riserve interne a fini strategici di medio-lungo termine.

La politica energetica è peraltro uno dei punti nodali su cui Mosca intende puntare per consolidare i suoi rapporti non solo con l’Arabia Saudita, ma anche con gli altri Paesi arabi del Golfo. Putin è atteso ad Abu Dhabi tra pochi giorni, subito dopo il suo incontro con i sauditi. Anche in questo caso in molti si aspettano una svolta nelle relazioni tra gli Emirati Arabi Uniti e la Russia, anche in questo caso frutto del lavoro fatto dai rispettivi governi nel corso degli ultimi anni. Nel mese di marzo, infatti, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avuto una serie di incontri ufficiali negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, nel Kuwait e in Arabia Saudita. Oltre al cercare di ottenere un sempre maggiore numero di accordi economici, a cominciare dalle forniture militari, il lavoro di Lavrov è stato innanzitutto focalizzato sul tentativo di spianare la strada  a due ambiziosi obiettivi fissati da Mosca per la regione: la riammissione della Siria di Assad all’interno della Lega Araba e la risoluzione per via pacifica della crisi tra Qatar da un lato e Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dall’altro. I risultati del viaggio di Lavrov sembrano essere stati al di sotto delle aspettative, ma l’imminente visita di Putin e il consolidarsi della partnership russo-saudita potrebbero portare le altre dinastie del Golfo, anch’esse storicamente legate agli Stati Uniti, a considerare anche’esse un nuovo tipo di partnership con Mosca. Dal punto di vista russo, i ricchi mercati dei Paesi arabi del Golfo potrebbero costituire una boccata d’ossigeno dopo la stretta inflitta dalle sanzioni economiche da parte dell’Occidente.

La Russia, dal canto suo, potrebbe avere la chiave per risolvere il problema qatariota attraverso il suo avvicinamento strategico e militare alla Turchia, alleata di ferro del Qatar. Se la partnership economico-energetica con i sauditi andrà a consolidarsi e se l’appoggio russo ai ribelli yemeniti del Sud sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti porterà a risultati considerati validi da Abu Dhabi, esiste la possibilità che Mosca possa diventare un arbitro decisivo per gli equilibri futuri in Medio Oriente e nella Penisola Arabica. Si tratta, d’altra parte, di un gioco delicato e altamente instabile, in quanto tutti questi teatri comportano dei contraccolpi tra gli attori locali coinvolti. Per la Russia di Putin si tratta di una partita molto più importante di quel che può sembrare, perché è proprio dal Medio Oriente che si potrà valutare se Mosca riuscirà davvero a rilanciarsi come attore d’importanza globale o se sia condannata a restare un soggetto tutto sommato marginale, la cui importanza resta confinata in pochi ambiti, tra cui quello energetico e militare.

 

Immagine: Da sinistra, il principe ereditario al trono dell’Arabia Saudita Mohammad bin Salman e il presidente russo Putin durante il G20 a Buenos Aires, Argentina (20 novembre 2018). Crediti: Matias Lynch / Shutterstock.com

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