23 ottobre 2017

Sarà Weah il prossimo presidente della Liberia?

Servirà un ballottaggio, in Liberia, per designare il successore di Ellen Johnson Sirleaf alla presidenza: con il 95% dei voti contati, e in attesa dei risultati definitivi annunciati per il 25 ottobre, la National Election Commission ha comunicato che, al primo turno, i candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti sono George Weah, leader del Congress for Democratic Change (CDC) attestato oltre il 39% delle preferenze, e Joseph Boakai, già vice di Sirleaf dal 2005 a oggi e candidato dall’Unity Party della presidente uscente, che lo segue distanziato di dieci punti percentuali. Una situazione che, in buona parte, ricalca quella di dodici anni fa, quando ancora Weah – alla prima esperienza politica – arrivò al ballottaggio dopo aver vinto il primo turno proprio contro Sirleaf (28,3% contro 19,8%) e avere consentito al CDC la conquista del maggior numero di seggi in Parlamento, salvo perdere la corsa a due (40,6% per l’ex calciatore, 59,4% per Sirleaf) con colei che sarebbe diventata così la prima donna presidente di uno Stato africano.

L’ex calciatore di Monaco, Paris Saint-Germain e Milan, già Pallone d’Oro nel 1995, allora ritiratosi da appena tre anni dall’attività agonistica, rappresentava una sorta di totem per la Liberia. Origini umili, nato e cresciuto in una baraccopoli di Monrovia, era di fatto il liberiano più celebre del mondo: un mito per meriti sportivi, ambasciatore UNICEF, benedetto da più di un incontro al fianco di Nelson Mandela: aveva 39 anni, era privo di connessioni con la politica, che aveva visto la Liberia uscire da poco dalla seconda guerra civile e vivere ancora una transizione difficile, appariva l’uomo capace, con la sua inesperienza, di rappresentare davvero la categoria politica del “nuovo”. Weah perse quelle elezioni presidenziali (evocando brogli, salvo poi lasciare cadere le accuse), perse poi anche quelle successive quando venne candidato come vice presidente in ticket con Winston Tubman, nel 2011: sei anni fa, infatti, Sirleaf arrivò prima al primo turno e stravinse poi il ballottaggio con percentuali da plebiscito causate dall’invito a boicottare le urne da parte del candidato del CDC – che, di nuovo, parlò di brogli – e che portarono la percentuale di Sirleaf al 90,7%. Pochi giorni dopo quel ballottaggio, Sirleaf si vide assegnare il premio Nobel per la Pace.

Un’assegnazione che non può stupire, considerando che il vero lascito politico della presidenza di Ellen Johnson Sirleaf – non più candidabile dopo due mandati presidenziali – è stata la capacità di portare avanti una lunga fase di riconciliazione nazionale che, al netto degli interessi di fazione politica, ha portato frutti. Anni di pace, quelli vissuti sotto la sua guida, favoriti probabilmente anche dalla istituzione da parte di Sirleaf, nel 2006, della Truth and Reconciliation Commission, chiamata a investigare su vent’anni di guerra civile. Una commissione indipendente che non lesinò aspre critiche alla stessa presidente, tanto che nella relazione conclusiva del 2009 consigliò di interdirla dalle cariche pubbliche «per avere supportato finanziariamente» la sollevazione armata di Charles Ghankay Taylor nel 1989 per rovesciare il governo di Samuel Kanyon Doe (già golpista nel 1980). Proprio Taylor si sarebbe rivelato di lì a poco un sanguinario signore della guerra, sino a diventare autoritario presidente dal 1997 al 2003 e in seguito incriminato, processato e condannato dalla Corte speciale delle Nazioni Unite istituita all’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità durante la guerra civile in Sierra Leone. Taylor si trova in carcere a Durham, nel Regno Unito, dove deve scontare una pena di cinquant’anni. Sirleaf, a seguito delle conclusioni della Truth and Reconciliation Commission, chiese pubblicamente scusa alla Liberia e ai liberiani, sostenendo di non avere avute chiare, a quel tempo, le intenzioni di Taylor, del quale poi era divenuta avversaria nelle elezioni del 1997. Anche per questo, nel 2010, la Corte suprema liberiana capovolse le raccomandazioni di interdizione della commissione a carico della presidente.

Non è un caso che, per la prima volta, le elezioni si siano svolte senza segnalazioni di violenze, che il conteggio dei voti – per quanto lento e ancora incompleto, in un Paese di quattro milioni di abitanti – sia stato controllato e considerato trasparente e privo di irregolarità dagli osservatori della ECOWAS (Economic Community of West African States). Insomma, pace e stabilità sotto Sirleaf, ma certo non prosperità economica, per un Paese in cui il PIL pro capite – dati World Bank, dicembre 2016 – è di 455 dollari, oltre la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il tasso di inflazione sfiora l’11% e il debito pubblico è pari al 24% del PIL.

Proprio per questo Boakai, l’ex vice di Sirleaf che correrà al ballottaggio contro Weah, ha cercato in campagna elettorale di distaccarsi dalle sue politiche economiche, trovandosi però, in questo senso, in condizioni di svantaggio rispetto all’ex calciatore, se non altro per motivi di pregresso – essendo stato un protagonista degli ultimi dodici anni di governo – e al cospetto della storia di successo del cosmopolita Weah, considerato politicamente inesperto ma potenzialmente foriero di una scossa in termini di prospettive economiche.

Tuttavia, per quanto percentualmente maggioritaria in termini di voti al primo turno, la coalizione che sostiene Weah presenta almeno un aspetto fonte di significativo imbarazzo a livello internazionale. Con il CDC dell’ex calciatore, infatti, corrono il Liberia People Democratic Party (LPDP) e soprattutto il National Patriotic Party (NPP), il partito nazionalista fondato proprio da Charles Ghankay Taylor, e del resto in ticket con Weah, e in un ruolo tutt’altro che secondario, figura la senatrice Jewel Howard Taylor, ex moglie dell’ex presidente che, in caso di successo, diventerebbe vice dell’ex calciatore. Nel corso della lunga campagna elettorale, si sono susseguite le voci – ne ha scritto diffusamente Front Page Africa, pubblicando anche l’audio di alcune telefonate effettuate da Taylor, dal carcere britannico, ai suoi vecchi sostenitori –, di ingerenze da parte dell’ex presidente per appoggiare la coalizione che presenta come candidato l’ex calciatore.

Per questo Weah, che all’inizio della sua carriera politica si era sempre dimostrato un convinto critico del regime autoritario imposto da Taylor, si è dovuto produrre in equilibrismi sul filo di una relazione di coalizione ambigua, ammettendo di avere parlato telefonicamente con il fondatore del NPP («per il rispetto dovuto ad un ex presidente della Liberia») e prendendone le distanze, ma, allo stesso tempo, difendendo la scelta della sua vice candidata, ha sostenuto, perché ancora molto amata dal popolo. E, in effetti, almeno al primo turno la scelta pare avere pagato, in termini di voti, al primo turno. Il 7 novembre, poi, si capirà se si ripeterà il capovolgimento già avvenuto nel 2005 o se la presidenza di quella che viene considerata la più antica Repubblica africana – dichiarata indipendente nel 1847 da coloni americani – cambierà democraticamente colore e, verosimilmente, politiche.

 

Crediti immagine: Derek Brumby / shutterstock.com


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