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13 marzo 2018

Sarkissian presidente dell’Armenia che cambia

Venerdì 2 marzo il Parlamento armeno ha eletto ad ampia maggioranza Armen Sarkissian presidente della Repubblica. Sarkissian è un diplomatico e il suo ultimo incarico prima della nomina è stato quello di ambasciatore nel Regno Unito; ma benché non sia iscritto a nessun partito e negli ultimi anni abbia ricoperto importanti incarichi in società multinazionali del settore energetico, ha un significativo passato anche come politico, essendo stato a capo del governo armeno nel biennio 1996-97.

Il nuovo presidente, dal 9 aprile pienamente nelle sue funzioni, era candidato unico e ha ottenuto il voto quasi unanime del Parlamento; nonostante ciò la sua elezione ha suscitato notevoli polemiche, anche per il legame con il suo predecessore Serzh Sargsyan, uomo forte della politica armena e promotore della sua candidatura.

In base alle riforme costituzionali ratificate dal referendum popolare del dicembre 2015, il presidente armeno avrà poteri molto più limitati rispetto al passato. Il nuovo assetto rappresenta di fatto il passaggio da un modello semipresidenziale a un sistema in cui la centralità spetta al Parlamento e nel quale il presidente, non più eletto direttamente dal popolo, ricopre un ruolo più rappresentativo che operativo. Sarà il primo ministro l’attore principale della vita politica.

Le opposizioni leggono le riforme istituzionali del 2015 come un tentativo di Serzh Sargsyan di rimanere al centro della scena politica, concentrando il potere nelle mani del capo del governo, carica a cui secondo alcuni osservatori aspirerebbe, e depotenziando le funzioni del presidente, carica per la quale, dopo due mandati, non poteva più candidarsi.

Al di là degli equilibri istituzionali, i prossimi anni saranno densi di scelte per l’Armenia. Stretta tra il gigante russo e l’Europa, con una ostilità storica nei confronti del potente vicino turco, con rapporti tesi con l’Azerbaigian per la questione del Nagorno Karabakh, l’Armenia ha oscillato in questi ultimi anni tra il suo sentirsi europea e la necessità di mantenere buoni rapporti con Mosca, tra la modernizzazione dei costumi e il richiamo dei valori conservatori e patriarcali, tra il mantenere lo stallo che si è creato nel Nagorno Karabakh e il trovare una soluzione definitiva e stabile per la regione contesa.

Il 24 novembre 2017 l’Unione Europea e l’Armenia hanno firmato un accordo di partenariato globale e rafforzato (CEPA, Comprehensive Enhanced Partnership Agreement) destinato a rilanciare soprattutto in campo economico le reciproche relazioni, che erano state compromesse dalla scelta dell’Armenia di rinunciare all’Accordo di associazione per aderire all’Unione economica eurasiatica, legandosi fortemente alla Russia, che ne è la forza trainante. L’accordo prevede anche una maggiore attenzione ai diritti civili e ha probabilmente influenzato le nuove pur timide normative introdotte nel gennaio 2018 per affrontare il gravissimo problema delle violenze domestiche. 

In Armenia è molto alto il tasso dei femminicidi, delle violenze domestiche e degli aborti selettivi e in generale le donne subiscono forti discriminazioni; è possibile che sul terreno dei diritti civili la situazione stia evolvendo, avvicinando il Paese ad alcune sensibilità dell’Unione Europea. In generale, l’elezione di Sarkissian, ben introdotto nella finanza mondiale, potrebbe essere un segnale di un parziale sganciamento dell’Armenia dall’influenza russa.