20 maggio 2020

Lo scontro USA-Cina sull’OMS

 

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) è al centro di una tempesta. Le tensioni tra Stati Uniti e Cina sono la principale ragione, ma non l’unica. La due giorni della World Health Assembly (l’Assemblea mondiale della sanità) in videoconferenza ha riprodotto tutte le tensioni esistenti. Vediamo quali per poi segnalare alcune questioni che riguardano il ruolo degli Stati Uniti, il core business di AtlanteUsa2020.

 

Parlando all’Assemblea, il presidente cinese Xi Jinping ha promesso 2 miliardi di dollari per la battaglia contro il Coronavirus, ha chiesto che il vaccino venga messo a disposizione di tutti e sollecitato il mantenimento delle catene di fornitura internazionali. Sul fronte opposto, gli Stati Uniti, tra i pochi a non rispondere all’invito dell’OMS con una figura di primo piano (Merkel e Macron c’erano), hanno minacciato di interrompere i finanziamenti. In una lettera che mette in fila le lagnanze dell’amministrazione Trump si spiega che senza un impegno a «realizzare importanti miglioramenti sostanziali nei prossimi 30 giorni», gli USA interromperanno i finanziamenti. Nella lettera si sottolineano omissioni e dichiarazioni fuorvianti. Tutto sensato se non fosse che sul Coronavirus il presidente degli Stati Uniti ha detto tutto e il suo contrario. Trump ha anche definito l’OMS «marionetta cinese», mentre il portavoce per il National Security Council dichiarava:  «L’impegno del partito comunista cinese è un modo per distrarre dall’invito di un numero crescente di nazioni a verificare le responsabilità della Cina». Si noti il riferimento al Partito comunista.

Tutti i Paesi hanno invece insistito sulla necessità che la lotta al Coronavirus sia uno sforzo cooperativo e che venga coordinata dall’OMS. Persino l’Australia, che pure è molto dura con Pechino, che a sua volta ha imposto dazi sulle importazioni di orzo australiano come ritorsione per le proteste di Canberra.

 

L’Assemblea dell’OMS ha votato l’avvio di un’inchiesta della stessa organizzazione sulle origini del virus. Un compromesso mediato dall’Europa e dall’India tra le richieste americane di una commissione indipendente e il freno cinese.

 

Il Financial Times ci informa poi in esclusiva che gli Stati Uniti potrebbero dissociarsi dalla dichiarazione finale dell’Assemblea che sosterrà il diritto dei Paesi più poveri a ignorare i brevetti dei vaccini per curare il Coronavirus quando questi saranno pronti. Il testo rinvia alla dichiarazione di Doha del 2001 che indica la possibilità per i governi di ignorare i diritti di proprietà intellettuale in caso di emergenza sanitaria. I diplomatici americani avrebbero fatto pressioni su diversi Paesi africani affinché sostenessero la loro posizione. Il ricordo dell’AIDS e del divario tra Nord e Sud del mondo nell’accesso ai medicinali antiretrovirali è molto fresco. Già negli anni Ottanta gli USA, bloccarono gli aiuti su pressione delle lobby farmaceutiche.

 

Hanno ragione gli Stati Uniti a denunciare il cattivo funzionamento dell’Organizzazione? In parte sì. Il finanziamento dell’agenzia è soprattutto privato – con la Bill & Melinda Gates Foundation come secondo donatore dopo gli Stati Uniti – e questo rende poco indipendente il gruppo dirigente. Troppo spesso in passato la politica ha frenato la scienza, quando la necessità di monitorare e suonare l’eventuale allarme in maniera tempestiva dovrebbe rimanere compito esclusivo dei medici. Ci sono casi di funzionamento ottimale e casi di errori e disastri costati molte vite. La colpa è quasi sempre degli Stati che si rifiutano di cedere sovranità o di funzionari pronti a farsi corrompere dalle grandi case farmaceutiche. Alcune delle falle riguardano tutti gli enti multilaterali e sono in parte inevitabili. Come tutte le agenzie ONU, l’OMS è vittima dei veti incrociati, delle alleanze trasversali, dei ritardi burocratici. Ma in questo caso, come ad esempio in quello del World Food Programme, entità che devono avere una capacità di risposta rapida e dalle quali dipendono anche la vita e la morte, sarebbe bene individuare meccanismi che separino i poteri di veto e le pressioni dal lavoro tecnico. Nella lettera del presidente USA però non si fa riferimento a quali debbano essere le riforme da implementare.

 

Ma torniamo agli Stati Uniti e alla disputa con la Cina. Nel suo discorso all’Assemblea, il presidente Xi ha sostenuto il multilateralismo e la necessità di rendere il vaccino e i farmaci per il Covid-19 beni comuni. Una scelta abile dal punto di vista diplomatico che rende macroscopico l’errore strategico degli Stati Uniti. La scelta dell’amministrazione Trump di scaricare su Cina e OMS le responsabilità di una risposta non efficace all’epidemia è un ulteriore colpo al peso internazionale degli Stati Uniti. Dopo il ritiro dagli Accordi di Parigi, la denuncia dell’accordo sul nucleare iraniano, il ritiro dalla Siria, questo è un nuovo passaggio che rivela mancanza di leadership. Per una grande potenza, imporre agli altri la propria assenza e mancanza di leadership accompagnata da toni ultimativi non è una buona strategia. Specie quando ci si deve confrontare con l’ascesa di un concorrente molto forte, con una classe dirigente che non risponde agli elettori e una società che ha appena appena liberato gli “spiriti animali”. Mettersi contro l’idea di distribuire il vaccino gratuitamente e parallelamente smettere di finanziare l’OMS proprio mentre Pechino dice il contrario è un errore. La Cina porta una parte della responsabilità della diffusione del Coronavirus e del mancato allarme e per gli States questa sarebbe stata una occasione per guidare la ricerca del vaccino e la risposta alla pandemia. Gli USA invece scelgono per adesso di chiudersi. La ragione è soprattutto la vicinanza con il voto per le presidenziali. La politica elettorale rischia insomma di ridimensionare la proiezione internazionale americana.

 

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Immagine: Tedros Adhanom Ghebreyesus (12 settembre 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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