18 settembre 2014

Scozia, invenzione romantica

di Valentina Gosetti

Siete anche voi fra quelli che scuotono rassegnatamente la testa vedendo, in certe adunate indipendentiste, alcuni sostenitori della Padania libera che sfoggiano gli elmi cornuti dei Vichinghi rivendicando, nello stesso tempo, antiche radici celtiche con orgoglio?

“Ma che c’entrano i Celti con i Vichinghi?!” “E i Vichinghi con l’Italia Settentrionale?!”, esclameranno i più perplessi, in cerca di qualche verità storica riguardante un’area del nostro Paese dalla quale sono passati un po’ tutti, dai Romani, ai Longobardi , agli Austriaci, per nominarne fra i più disparati. Ma forse siamo noi che sbagliamo e che non dovremmo essere così severi dal punto di vista dell’autenticità storica. Infatti, molti fra i miti nazionali che mai penseremmo di mettere in discussione, spesso, non sono altro che astute fabbricazioni atte a rinvigorire l’orgoglio nazionale e ad irrobustire l’identità di una data popolazione.

In questi tempi di dibattiti riguardanti il referendum sull’indipendenza della Scozia , lo smascheramento più eclatante riguarda sicuramente il famoso kilt , il tipico gonnellino maschile scozzese di tartan (tessuto di lana) che, a seconda del colore e della trama, identifica diverse famiglie e clan scozzesi. Tutta una farsa, o peggio, un’invenzione inglese! Secondo lo studio The Invention of Scotland: Myth and History (L’Invenzione della Scozia: Mito e Storia) – volume scritto dallo storico Hugh Trevor-Roper negli anni Settanta, ma pubblicato solo nel 2008 – il pratico kilt è nato solo nel Diciottesimo secolo grazie all’idea di un intraprendente industriale Quacchero inglese, per poi diventare simbolo di identità nazionale solo più tardi grazie alla letteratura e alla storiografia tipiche del Romanticismo . Quindi anche le varie trame e i molteplici colori dei tartan che identificherebbero diverse famiglie scozzesi sono un’invenzione Ottocentesca lanciata dallo storicamente ambiguo Vestiarium Scoticum (1842), un catalogo forgiato dai fratelli John Sobieski Stuart e Charles Edward Stuart, a loro volta di origini inglesi, o forse persino polacche!

Grazie al referendum in Scozia, anche in Italia si è risvegliata una certa curiosità per il volume di Trevor-Roper al quale è stato dedicato qualche recente articolo . Lo storico inglese, nel suo studio, non parla solo del kilt, ma si diverte a sfatare, col supporto di solide fonti, anche altri miti, come quello dell’esistenza di un’antica Costituzione scozzese, o quello di Ossian , cantore epico gaelico, “l’Omero del Nord”, “tradotto” nel diciottesimo secolo dal poeta scozzese James Macpherson , che era invece il vero autore dei Canti di Ossian, un volume che ha fatto battere di passione i cuori di tutti i romantici europei.

E a loro volta saranno scrittori come Robert Burns , e soprattutto Sir Walter Scott , a riscrivere la storia scozzese e a esportarla in tutta Europa, sfumando deliberatamente i margini fra realtà storica e pura finzione, e creando miti che saranno destinati a popolare l’immaginario collettivo sia scozzese che internazionale. In altre parole, poco importa la veridicità del mito identitario per i giovani intellettuali romantici europei dell’Ottocento che hanno sete di ritrovare e riscoprire le proprie radici nazionali e i propri miti fondatori, magari ripescandoli dal Medioevo, e che guardano alla Scozia come grande esempio di civiltà. Per esempio, non c’è giornale francese nel primo Ottocento che non osanni i romanzi di Walter Scott (amato da tutti, anche da Victor Hugo ) e celebrato come l’inventore del romanzo storico, come del resto lo si cita spesso ancora oggi anche in Italia quando si introducono I promessi sposi di Manzoni nelle scuole. I Francesi del primo Ottocento sentono il bisogno di leggende e di tradizioni uniche, ma cominciano col leggere quelle altrui, come appunto quelle contenute in varie ballate scozzesi ricche di pathos, di pericolose sirene nordiche tentatrici e di eroi coraggiosi, tradotte in francese nel 1825 da Loève-Veimars. Dal punto di vista culturale l’Europa romantica ha sete di miti: non è un caso che, sul piano politico, si debbano solidificare le identità nazionali.

Già che ci siamo citiamo anche un altro esempio e sfatiamo uno dei simboli citati in apertura, quello dell’elmo cornuto indossato dai valorosissimi guerrieri vichinghi, un’altra invenzione ottocentesca. Benché elmi di questo tipo siano stati ritrovati in qualche raro scavo archeologico, pare che la moda sia stata lanciata durante il Festival di Bayreuth grazie a costumi ideati solo nel 1876 da Carl Emil Doepler per la rappresentazione del ciclo dell’Anello del Nibelungo di Wagner .

Tornando invece alla Scozia e, in particolare, a The Invention of Scotland, urge ricordare che questo non è uno studio del tutto innocente. Infatti, sono state probabilmente le convinzioni politiche di Trevor-Roper ad indurlo a dedicarsi a uno studio finalizzato a rimettere in discussione i più noti miti identitari scozzesi. Un inglese amante della Scozia (nato e cresciuto nel Nord dell’Inghilterra ai confini con la Scozia e persino sposato con una Scozzese), Trevor-Roper era un convinto oppositore di qualsiasi svolta indipendentista scozzese perché credeva fermamente nell’idea di un’unione mutualmente benefica fra Scozia e Inghilterra. Non sembra un caso che, proprio negli anni Settanta, quando stava studiando minuziosamente le fonti storiche e scrivendo il suo volume, Trevor-Roper si stava anche schierando politicamente contro il referendum sulla cosiddetta devolution (decentramento) atto a stabilire una Scottish Assembly, un’assemblea locale scozzese indipendente. È forse quindi lecito credere che dietro questo abile smascheramento di miti si mascherassero radicate convinzioni politiche…


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