Questo sito contribuisce all'audience di
9 agosto

Serbia e Kosovo, nel cuore instabile dell’Europa

di Vincenzo Piglionica

Una questione politica e territoriale ancora irrisolta, nel cuore instabile dell’Europa. Uno status quo definito da più parti oramai insostenibile ma che si fa fatica a modificare, nonostante le mediazioni e un negoziato giunto a buon punto. Così, le tensioni fra Serbia e Kosovo periodicamente riemergono, riattizzando le braci di una contrapposizione che – dietro il ‘congelamento’ del conflitto – continuano ad ardere e a destare preoccupazione.

«Un confronto breve, certamente non facile…anzi, forse il confronto più duro che abbiamo avuto negli ultimi sei anni»: con queste parole, il presidente kosovaro della Repubblica Hashim Thaçi descriveva alla stampa gli esiti dell’ultimo incontro a Bruxelles con il suo omologo serbo Aleksandar Vučić e con l’alto rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini. Era il 18 luglio, e Thaçi evidenziava come nel corso dei colloqui si fosse discusso delle future prospettive europee, del dialogo tra Priština e Belgrado, della normalizzazione delle relazioni tra i Paesi e del raggiungimento di un accordo definitivo tra le parti. La Serbia – sosteneva il presidente kosovaro – faticava ancora a liberarsi dei retaggi del passato e a metabolizzare l’indipendenza conseguita dal Kosovo, ma nonostante le evidenti difficoltà era ancora possibile vedere la luce in fondo al tunnel. In quell’occasione, anche Vučić si diceva deluso dei risultati del confronto, rimarcando come alla disponibilità mostrata da Belgrado nel promuovere un compromesso accettabile per tutte le parti, non fosse corrisposta analoga apertura da parte di Priština: «L’unico ‘compromesso’ che il Kosovo sta offrendo – dichiarava il presidente – è il riconoscimento della sua indipendenza, ma non funziona così. Non possiamo assolutamente essere soddisfatti». Ciononostante, anche Vučić come Thaçi ribadiva la necessità di proseguire le trattative e di continuare a stimolare il dialogo, con l’obiettivo di giungere a una soluzione per il futuro.

Tra le ipotesi sul tavolo sarebbe anche tornata la controversa questione della ‘partizione’ kosovara, che pure non è mai stata ufficialmente oggetto di discussione nei colloqui di Bruxelles tra Priština e Belgrado. Ad avanzare nuovamente tale proposta sarebbero stati ambienti politici di entrambi i Paesi, secondo una logica di ‘scambio’: da una parte, alla Serbia verrebbero ceduti taluni territori del Kosovo del Nord prevalentemente popolati da serbi, mentre il Kosovo riceverebbe alcune aree del Sud della Serbia dove preponderante è la presenza albanese, come la zona della valle di Preševo, e sostanzialmente vedrebbe riconosciuta la sua indipendenza.

A surriscaldare il clima ha poi contribuito l’approssimarsi del 4 agosto, data fissata come deadline per la presentazione della bozza di statuto dell’Associazione delle municipalità serbe del Kosovo, in linea con quanto stabilito da Priština e Belgrado nell’accordo siglato a Bruxelles nell’aprile del 2013. Il 31 luglio, sui social network, l’abate del monastero serbo-ortodosso di Visoki Dečani – situato in Kosovo – aveva fatto riferimento a presunte ‘voci’ circa la volontà di creare appositamente nel Nord del Paese una situazione di caos, alimentare la tensione e provocare reazioni su entrambi i fronti, al fine di favorire l’ipotesi della partizione. Mentre le indiscrezioni si facevano sempre più insistenti, il comandante della Forza congiunta alleata della NATO a Napoli James Foggo assicurava che gli uomini della missione KFOR (Kosovo Force) attiva in Kosovo erano comunque pronti a fare il loro dovere per evitare ogni possibile degenerazione. Per la parte serba invece, era lo stesso presidente Vučić a definire infondate le voci, sottolineando come le politiche di Belgrado rimanessero improntate al perseguimento dell’obiettivo della pace e della stabilità nella regione. Il 3 agosto – dopo una riunione del Consiglio per la sicurezza del Kosovo – era però il primo ministro kosovaro Ramush Haradinaj a prendere posizione, sollecitando le comunità serbe del Nord a non intraprendere azioni che Priština non avrebbe potuto tollerare, perché contrarie alla legge: dunque, un esplicito riferimento ai rumors secondo i quali le entità serbo-kosovare sarebbero state pronte a proclamarsi unilateralmente autonome in assenza della bozza di statuto. Parso oramai chiaro che la deadline del 4 agosto non sarebbe stata rispettata, interveniva di nuovo sulla questione il presidente serbo Vučić, con una lettera indirizzata ai ‘cittadini di Kosovo e Metohija’: nella missiva, il capo dello Stato evidenziava come – a 1930 giorni dalla firma degli accordi – i timori più volte espressi da Belgrado si stessero concretizzando, perché Priština continuava a non rispettare l’impegno preso sull’Associazione delle municipalità. Vučić denunciava inoltre le ‘sistematiche minacce’ e le ‘voci’ fatte circolare con l’obiettivo di diffondere «instabilità e paura tra i serbi di Kosovo e Metohija» e generare «un clima di sfiducia verso le istituzioni statali serbe, creando una frattura tra i rappresentanti politici dei serbi in Kosovo e un indebolimento della posizione di Belgrado in una fase delicata dei negoziati». Per queste ragioni, il presidente invitava dunque i serbi a non ‘cedere alle provocazioni’ e ad affrontare qualunque sfida in maniera pacifica, mentre Belgrado si sarebbe fatta carico di «proteggere le loro vite e la pace, se necessario». Rivolgendosi poi agli uomini della missione KFOR, Vučić chiedeva garanzie di protezione della diga di Gazivoda, della centrale idroelettrica lì collocata e di altre infrastrutture situate nel Nord del Kosovo, essenziali per le comunità serbo-kosovare e di cui le autorità di Priština – secondo Belgrado – avrebbero potuto cercare di assumere il controllo. Da parte sua, sul suo account Twitter ufficiale, la KFOR assicurava che la situazione attorno alla diga di Gazivoda rimaneva tranquilla e sotto controllo.

Dunque, la tensione resta. In merito alla formazione dell’Associazione delle municipalità serbe, Haradinaj ha garantito che l’apposito gruppo di lavoro si sta concentrando sulla redazione dello statuto, che dovrà però essere conforme alle leggi del Kosovo e alla sua Carta fondamentale, alla luce in particolar modo della sentenza pronunciata nel dicembre 2015 dalla Corte costituzionale kosovara, secondo cui l’accordo per la nascita dell’Associazione è da considerarsi legittimo, ma alcuni suoi punti sarebbero in contrasto con lo spirito della Costituzione.

Mentre l’Unione Europea predica la calma e invita a non cancellare i progressi compiuti verso il raggiungimento di un accordo definitivo, l’ipotesi partizione ricompare nelle discussioni: tra i politici serbi, il ministro degli Esteri Ivica Dačić – che pure ha parlato di ‘posizione personale’ e non attribuibile al governo – ha più volte evidenziato come tale prospettiva non sia da escludere, mentre il presidente kosovaro Thaçi ha dichiarato di essere disponibile al confronto per una «correzione delle frontiere» con la Serbia. Duramente criticato per una posizione che sembrerebbe aprire alla partizione – categoricamente esclusa invece da Haradinaj – Thaçi ha tuttavia voluto precisare che il Kosovo non intende in alcun modo rinunciare ai propri territori. I critici evidenziano inoltre come la strada della partizione sarebbe densa di insidie e pericoli, perché muovendosi di fatto lungo linee etniche potrebbe creare ulteriore instabilità nei già fragili Stati multietnici balcanici.

Nei prossimi mesi dunque, il confronto dovrà proseguire, anche con la mediazione di un’Unione Europea le cui attenzioni saranno con tutta probabilità assorbite dalle imminenti – e potenzialmente assai gravide di conseguenze – elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento.

 

Crediti immagine: da The original uploader was Bobik at Serbian Wikipedia. [CC BY 3.0 rs (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0/rs/deed.en) o GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], attraverso Wikimedia Commons


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata