18 maggio 2018

Sette anni di guerra in Siria

di Vincenzo Piglionica e Francesco Petronella*

 

Oltre sette anni di conflitto, un Paese che sulle carte tematiche appare coloratissimo, con le diverse tonalità a indicare ‘chi controlla cosa’; oltre 5,6 milioni di persone costrette ad abbandonare la propria casa per cercare rifugio soprattutto negli Stati limitrofi, a cui occorre aggiungere i 6,6 milioni di sfollati interni. Quanto alle vittime, ormai si è perso il conto: le Nazioni Unite parlano di oltre 400.000 morti, ma le loro stime si fermano al 2014; associazioni, osservatori e centri di ricerca provano invece a portare avanti la crudele contabilità, facendo affidamento sulle loro reti di contatti locali. Non sempre le cifre sono omogenee, ma sembra comunque probabile che la guerra abbia portato via con sé oltre 500.000 vite umane.  

Nonostante sia oramai passato tanto tempo dalle sollevazioni di piazza che animarono la Siria dal marzo del 2011, è ancora oggi difficile individuare una chiave di lettura univoca dei fenomeni di cui il Paese è stato testimone da quella data. Occorre dunque interrogarsi sull’effettiva esistenza di tale chiave interpretativa e valutare se non sia più utile adottare un approccio multidimensionale: seguendo tale impostazione è possibile postulare che dal 2011 la Siria non è teatro di un singolo fenomeno circostanziato, ma di diverse dinamiche stratificate e interconnesse le une con le altre.

Le manifestazioni del marzo 2011 che, sull’onda lunga delle primavere arabe, chiedevano a gran voce un profondo mutamento dello status quo vigente a Damasco, rappresentavano nelle intenzioni dei loro attori-chiave un vero tentativo rivoluzionario, intendendo per rivoluzione l’instaurazione di un nuovo ordine sociale e politico. Ad alimentare il malcontento – condizione piuttosto comune ai diversi Paesi su cui i venti delle primavere arabe hanno soffiato – c’erano fattori socioeconomici di considerevole rilevanza: le preoccupazioni di una popolazione cresciuta nel decennio precedente a ritmi sostenuti ma timorosa di non essere assorbita nel mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione giovanile eccezionalmente elevato, il calo delle rendite petrolifere che portò a una contrazione degli investimenti pubblici, la crisi del settore agricolo a causa della perdurante siccità, sono tutti elementi che vanno tenuti in considerazione nel valutare il contesto siriano prima delle manifestazioni. A tali fattori, vanno saldati quelli che la FAO – in un suo rapporto sulle radici socioeconomiche della guerra nel Paese – ha definito «colli di bottiglia istituzionali», legati alla marginalizzazione di quegli ampi segmenti della società siriana che – estranei alle nicchie di potere – finivano per essere esclusi dalla partecipazione ai processi economici, politici e sociali del Paese.

In tale prospettiva, è importante sottolineare che le piazze di Damasco, Aleppo, Homs, Raqqa, Dera‘a, si riempirono inizialmente di cittadini siriani che chiedevano innanzitutto l’inaugurazione di una stagione di riforme nei rapporti tra cittadino e apparati dello Stato, piuttosto che la caduta del regime. Tuttavia, quando le aperture di Assad si sono rivelate piuttosto inconsistenti, scalzare il regime è diventato il nuovo mantra della rivolta. A titolo esemplificativo, è sufficiente ricordare che la legge d’emergenza, che concedeva ampi poteri e impunità agli apparati repressivi, venne sì abrogata già ad aprile 2011, ma prontamente sostituita con il decreto n. 55, che consentiva di detenere legalmente i sospettati di alcuni crimini – tra cui quelli connessi al terrorismo – per un periodo massimo di 60 giorni senza alcuna revisione giudiziale. Il passo successivo per continuare la repressione era inquadrare l’intera galassia ribelle nella categoria del terrorismo, e l’islamizzazione della rivolta ha avuto un ruolo fondamentale in tale processo.

Accanto alla componente rivoluzionaria, il secondo elemento stratificato che compone il quadro siriano è la guerra civile, ossia un conflitto tra compagini costituite da persone appartenenti alla stessa popolazione. La repressione delle rivolte da parte del regime e la parallela svolta armata dei gruppi ribelli hanno creato due blocchi – almeno inizialmente – ben distinti. Da una parte il governo di Assad e l’Esercito arabo siriano a lui fedele, dall’altra una galassia ribelle divisa tra sostenitori di disobbedienza civile nonviolenta e gruppi armati a partire dall’Esercito siriano libero (ESL). Questa compagine, nata a luglio del 2011, era composta innanzitutto da disertori dell’esercito regolare, rifiutatisi di reprimere nel sangue le manifestazioni contro il regime. Tale distinzione rimane tuttavia meramente esemplificativa, perché a complicare il quadro sarebbero ben presto intervenuti tanto un drammatico inasprimento del conflitto quanto l’ingresso – o meglio l’ulteriore radicamento – nella dinamica conflittuale siriana di attori stranieri regionali, ciascuno portatore della propria agenda e dei propri interessi. Queste ingerenze esterne – che con il tempo hanno fatto quasi dimenticare gli elementi tipicamente ‘siriani’ del conflitto incasellandolo forse troppo semplicisticamente nella categoria delle ‘guerre per procura’ – hanno sparigliato le carte e reso il panorama geopolitico locale assai più intricato. In difesa del regime sono intervenute forze straniere come i pasdaran e altre milizie filoiraniane, spesso con il contributo di unità di provenienza irachena; anche il partito-milizia libanese di Hezbollah si è apertamente schierato a sostegno di Assad. In favore dei ribelli, in un quadro a chiara egemonia sunnita, è intervenuta la Turchia, supportando economicamente e logisticamente alcuni gruppi. Inoltre, la presa di posizione contro il regime di figure vicine all’islam militante quali Zahran Alloush (gruppo Jaysh al-Islam) e Hassan Abboud (gruppo Ahrar al-Sham) – favorita dalle amnistie concesse, scientemente o ingenuamente, proprio da Assad nel 2011 – ha attirato supporto e finanziamenti di potenze esterne come Arabia Saudita e Qatar.

Già a gennaio del 2012, fece la sua comparsa nel teatro di guerra siriano la branca di al-Qaida in Siria, chiamata Jabhat al-Nusra, per combattere contro il governo di Damasco. Il gruppo riuscì ben presto a fare proseliti e ad attirare reclute, grazie all’organizzazione gerarchica e all’elargizione – tramite i finanziamenti della ‘casa madre’ – di paghe e pensioni di reversibilità per i combattenti. I ribelli dell’ESL, che non avevano la copertura economica per offrire gli stessi mezzi, si convinsero – o più probabilmente si illusero – della possibilità di una momentanea convergenza di intenti con i militanti qaidisti in funzione anti-Assad. Tuttavia, in parte per i citati motivi economici, l’islamizzazione della rivolta divenne ben presto un processo magmatico e sotto taluni aspetti pressoché irreversibile.

In tale quadro è riuscito ad incunearsi anche il gruppo terroristico che, nelle sue diverse denominazioni, è stato conosciuto come Stato islamico dell’Iraq, Stato islamico dell’Iraq e del Levante e infine semplicemente Stato islamico (IS). Con la sua azione, Daesh – acronimo arabo dispregiativo per indicare l’entità statuale jihadista e il gruppo terroristico – ha annullato il già poroso confine tra Siria e Iraq e assunto progressivamente il controllo di porzioni di territorio dei due Stati, facendosi esso stesso Stato e diventando così attore centrale nella complessa partita geopolitica regionale. La sua piena partecipazione al conflitto siriano è arrivata peraltro in un momento di grande difficoltà per il regime di Assad, che in un cambio di strategia aveva già iniziato a isolare le zone perdute e a bombardarle sistematicamente: è il caso di Homs (febbraio 2012), di Daraya (agosto 2012) o ancora del campo profughi palestinese di Yarmouk (dicembre 2012). Nonostante questi eventi, i ribelli riuscirono ad assumere il controllo di ampie porzioni di territorio – compresa la zona tra Aleppo e Idlib – avvicinandosi pericolosamente alla costa siriana, la cosiddetta ‘Siria utile’ secondo la definizione degli antichi romani.

È in questo caos che due attori esterni, non legati al contesto regionale ma addirittura di caratura globale, sono entrati con più decisione in gioco: la Russia, in difesa di Assad, e gli Stati Uniti, in funzione eminentemente anti-IS. Washington, a partire dalle aree di influenza al confine con la Giordania, a sud, e con la Turchia, a nord, ha contribuito alla creazione delle FDS (Forze Democratiche Siriane, unità curdo-arabe dominate dalle YPG (Unità di protezione popolare) curde, le Milizie di protezione del popolo legate al PYD, il Partito di unione democratica). Queste formazioni si sono rese protagoniste di una strenua resistenza contro lo Stato islamico, come nel caso della storica battaglia di Kobane, che ha inaugurato il lento processo di conquista dei territori controllati da Daesh. Il culmine di questo percorso è arrivato con la caduta di Raqqa nell’ottobre del 2017, grazie anche al supporto dell’aviazione statunitense, mentre i russi hanno perseguito una duplice strategia, da una parte attaccando lo Stato islamico con raid aerei dalle basi costiere di Tartus e Latakia, e dall’altra sostenendo con convinzione il regime durante le sue iniziative per riconquistare le aree controllate dai ribelli anti-Assad.

Con le potenze regionali e globali inquadrate in questi schieramenti, la storia del conflitto mantiene una direzione piuttosto costante a partire dal 2015. Col supporto delle milizie iraniane, degli Hezbollah e dei contractor russi, oltre che dell’aviazione di Mosca, il regime di Assad è riuscito a riassumere il controllo della quasi totalità del territorio siriano, passando dalla fondamentale presa di Aleppo a dicembre del 2016 per arrivare sino ad oggi. I governativi, insieme agli alleati, in questo momento concentrano gli sforzi sulle ultime sacche ribelli a sud di Damasco, generando attriti con Israele, e nell’area di Idlib-Jarablus, dove vengono convogliati i civili e parte dei miliziani ribelli sconfitti nelle aree riconquistate dai governativi. Ultima in ordine di tempo, la Ghouta orientale, sobborgo di Damasco controllato dalle milizie Jaysh al-Islam, Ahrar al-Sham e Faylaq al-Rahman. La zona è stata riconquistata dall’esercito governativo – grazie anche al supporto dell’aviazione russa – nel mese di aprile.

L’operazione turca Ramoscello d’ulivo, condotta contro le YPG curde nel cantone di Afrin a partire da gennaio scorso, permette di far luce su quello si può ritenere un altro elemento da inserire in un’analisi stratificata delle dinamiche siriane: la riconfigurazione etnico-religiosa del Paese. L’iniziativa turca ad Afrin, oltre a spezzare la continuità territoriale di un’eventuale entità statale curda al confine con la Turchia – che considera le YPG gruppi terroristi – serve anche a prendere il controllo, col supporto delle milizie ribelli cooptate da Ankara, di un territorio da destinare a una parte dei milioni di rifugiati arabo-siriani situati oggi in terra turca. Questa operazione potrebbe portare all’arabizzazione di una zona storicamente a maggioranza curda, come pure – in senso opposto – la conquista di Raqqa e della zona a ovest dell’Eufrate da parte delle SDF sta portando alla curdizzazione di una zona storicamente a maggioranza araba, assira e turcomanna. Anche Assad sta giocando la sua parte in questo processo di ricomposizione demografica, installando nelle zone nevralgiche strappate ai ribelli popolazioni cristiane, sciite, druse o comunque di provata fedeltà al regime. Questo spiega in parte la decisa operazione nella Ghouta orientale, enclave ribelle a maggioranza sunnita alle porte di Damasco, in cui si sono visti i primi esperimenti di organizzazione, welfare e assistenza ai bisognosi dal basso, in aperta concorrenza al sistema di potere su cui si basa il regime, che in arabo – non a caso – si indica col termine Nizam (lett. ‘sistema’).

Questa dunque la situazione in Siria, dalla rivoluzione per ora mancata – ma per i suoi protagonisti ancora in corso – fino alle ‘guerre stratificate’. Sette anni in cui gli avvenimenti sembrano essersi succeduti senza soluzione di continuità: il massacro di Houla (maggio 2012), gli attacchi chimici a Khan al-Assal (marzo 2013) e nella Ghouta (agosto 2013), l’offensiva dell’IS su Palmira (maggio 2015) e sul suo straordinario patrimonio culturale, l’attacco di Khan Shaykhun (aprile 2017) e la risposta chirurgica americana del nuovo presidente Donald Trump, sono oramai pagine di Storia. In tale cornice, pochi esiti hanno prodotto i tentativi di mediazione, dal fallimento del piano Annan, agli sforzi ugualmente senza seguito di Lakhdar Brahimi, ai finora evanescenti colloqui di Ginevra, mentre un’iniziativa parallela per la cessazione delle ostilità è stata lanciata ad Astana da Russia, Iran e Turchia.  

Il tempo scorre, e dopo oltre sette anni la Siria continua a non trovare pace.

 

*Francesco Petronella è Junior analyst di politica estera per il24.it e ha scritto articoli per Il Sussidiario e QcodeMag. Si occupa in particolare di mondo arabo-islamico e geopolitica del Medio Oriente.

 

Crediti immagine: da Jordi Bernabeu Farrús. Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

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