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13 febbraio 2018

Si susseguono gli scontri in Siria

Dopo la tragedia della guerra contro l’Isis, si abbattono sulla Siria i tragici sviluppi seguiti alla sconfitta del Califfato. Da quando la presenza sul terreno delle forze fondamentaliste si è ridotta a pochi residui militarmente ininfluenti, si è assistito ad una violenta escalation e soprattutto ad una ulteriore internazionalizzazione del conflitto. Anche se la prospettiva della conferenza di Sochi non aveva suscitato troppe aspettative e se non sembrava a breve ipotizzabile una tregua generalizzata e immediata, alcuni osservatori avevano immaginato che la politica e la diplomazia potessero scendere nel 2018 più risolutamente in campo.

Invece già prima dell’inizio dei lavori di Sochi, il 20 gennaio, l’operazione Ramo d’ulivo portata avanti dalla Turchia e dai suoi alleati dell’Esercito libero siriano contro l’enclave curda di Afrin, nel Nordovest della Siria, aveva ridato centralità allo scontro militare ed evidenziato la presenza di forti ingerenze esterne nella guerra civile siriana. Da allora i combattimenti si sono estesi in diverse zone del Paese, con protagonisti spesso diversi.

Nella seconda settimana di febbraio l’esercito siriano ha scatenato raid aerei sul distretto del Ghouta, controllato da milizie islamiste, provocando molte vittime anche tra i civili e utilizzando, secondo quanto riporta Amnesty International, anche armi chimiche. Giovedì 8 febbraio l’aviazione americana ha attaccato una formazione di truppe fedeli a Bashar Assad che avevano superato l’Eufrate verso est, forse dirette verso l’area petrolifera di Khusham, controllata dalle Forze siriane democratiche, una milizia composta in prevalenza da Curdi e sostenuta dagli Stati Uniti. L’offensiva lealista violava la divisione del territorio fin qui accettata; la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha sostenuto con artiglieria e raid aerei la controffensiva curda, provocando tra le forze fedeli ad Assad perdite notevoli. Un intervento che ha provocato una forte reazione anche da parte di Mosca e ha rievocato scenari da guerra fredda.

Pochi giorni dopo Israele denunciava l’invasione del suo spazio aereo da parte di un drone iraniano, che veniva peraltro abbattuto. Per reazione l’aviazione israeliana ha colpito dodici obiettivi in territorio siriano, dove operavano le forze lealiste e i loro alleati iraniani. La risposta dell’esercito regolare siriano si è concretizzata nell’abbattimento di un aereo F16 israeliano.

Gli avvenimenti di queste prime settimane del 2018 mostrano che la sconfitta dell’Isis non implica necessariamente l’avvio di una soluzione politica. Pesa nello scacchiere siriano l’influenza delle potenze regionali (Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita) e di quelle globali (Stati Uniti e Russia), tutte portatrici di specifiche istanze, alcune relative alla sicurezza dei propri confini, altre legate a conflitti ideologici e geopolitici di ordine generale, altre a più prosaici interessi, come il controllo delle materie prime. Senza un accordo globale è difficile immaginare una via d’uscita da questa somma di conflitti che configurano uno scenario di guerra aperta e prolungata; d’altronde, se gli Stati Uniti faticano ad assumere di nuovo il ruolo decisivo che tradizionalmente giocavano nell’area, possono interdire insieme ai loro alleati, in particolare Israele e Arabia Saudita, la pax russa a cui guardano anche con favore Assad e l’Iran, e che ha trovato nella Turchia un interlocutore interessato e spregiudicato.

Crediti immagine: Ansa