30 maggio 2020

Riflettere sul modello Singapore

 

Sin dall’inizio dell’emergenza causata dal Coronavirus abbiamo potuto assistere alla ricerca, quasi spasmodica, di un modello da lodare e replicare. Soprattutto la stampa internazionale, senza dimenticare le élite politiche, ha scandagliato il globo alla ricerca di esempi virtuosi, ma anche non esattamente convenzionali: c’è stato il tanto discusso modello coreano, con la sua app di tracciamento; il modello svedese e la sua risposta alternativa al lockdown; il modello neozelandese e la sua proposta di ripresa economica.

Tra i tanti casi presi in considerazione, Singapore rappresenta una peculiarità che vale la pena approfondire. La piccola città-stato è stata universalmente applaudita per la sua pronta risposta alla crisi, tra cui il blocco delle tratte aeree verso le zone inizialmente più colpite dal virus, e per lo sfruttamento di nuove risorse tecnologiche. Il governo singaporiano, infatti, è stato uno dei primi ad adottare un sistema di tracciamento sociale, per rintracciare ancora più celermente i possibili nuovi casi e, in caso di necessità, metterli in quarantena. La bontà di questo approccio veniva corroborata da una bassa percentuale di contagi, convincendo il primo ministro Lee Hsien Loong a dichiarare che la propagazione del virus fosse sotto controllo, e che Singapore sarebbe potuta diventare un modello da imitare per altre nazioni attanagliate dal Covid-19.

Poco dopo l’inizio dell’emergenza, il governo ha lanciato TraceTogether, un’applicazione sviluppata da un ente governativo per potenziare ulteriormente il tracciamento dei contatti. Questa applicazione si basa su una tecnologia che sfrutta la connettività del bluetooth, per tracciare la prossimità tra gli utenti e registrare la durata di possibili incontri. Lo sviluppatore dell’app, GovTech, ha ribadito che questa non era intrusiva e che usava una sorta di riconoscimento criptato tra dispositivi, rendendo il tutto estremamente trasparente. I dati venivano memorizzati nel dispositivo dell’utente, a cui poi veniva chiesto il consenso per trasferirli al Ministero della salute. Attraverso l’utilizzo della tecnologia bluetooth, il governo di Singapore mirava anche a dribblare le critiche ricevute dagli omologhi sudcoreani. Infatti, l’app utilizzata in Corea del Sud si basa su dati forniti dal GPS, in modo da localizzare gli individui che avessero violato la quarantena o che fossero vicini a potenziali zone rosse. TraceTogether è stata un enorme successo, registrando più di 600.000 download nei primi tre giorni, e divenendo presto oggetto di studio per governi e multinazionali della tecnologia.

Una prima crepa in questo apparente idillio si è verificata alla fine del mese di marzo, quando il numero di contagi ha avuto un’impennata improvvisa e costretto il governo a promulgare un lockdown particolarmente restrittivo. Questa battuta d’arresto ha fatto sorgere dubbi anche sull’applicazione, che non è sembrata più così infallibile. Il mondo della tecnologia ha accolto TraceTogether con commenti contrastanti: alcuni hanno applaudito la sua essenzialità e il rispetto della privacy, mentre altri hanno espresso preoccupazione circa la possibilità di sfruttare delle funzioni dell’app per creare dei backdoor e ottenere così i dati personali degli utenti. Inoltre, non è mai stato chiarito quali dati arrivino poi al governo. Nonostante quest’ultimo abbia ripetutamente garantito che non sarebbero stati raccolti dati sulla localizzazione, al momento ci sono promesse e poco più. Così come non è stata fatta chiarezza sui possibili usi futuri dell’app, quali ad esempio il tracciamento degli spostamenti di attivisti politici e altri “agitatori sociali”.

Oltre alla sicurezza digitale, anche l’effettiva efficacia dell’applicazione è stata messa in discussione. Il tracciamento dei contatti individuali, infatti, si attiva solamente dopo la conferma della positività. TraceTogether non è di nessun aiuto a una persona che cerca di isolarsi dal virus, aspetto che invece è centrale nel corrispettivo sudcoreano, poiché pensata per gestire un’infezione piuttosto che per evitarla. Ciò nonostante, il governo di Singapore continua a incoraggiare la popolazione a scaricare l’applicazione, sebbene sia consapevole dei possibili pericoli dati dal suo abuso, come ad esempio l’effimero senso di sicurezza e immunità che potrebbe trasmettere. In questo senso, potrebbe essere più efficace continuare con l’incisiva comunicazione di massa e la lodevole gestione della salute pubblica, che hanno permesso di avere ben pochi decessi in relazione ai casi diagnosticati.

Inoltre, il recente picco di contagi è più figlio di logiche del capitale che di un effettivo deficit sanitario. Il focolaio si è venuto a creare, infatti, tra le fasce più deboli dei residenti, ossia i lavoratori a cottimo della cantieristica e della logistica, principalmente indiani, pakistani e bangladeshi. Una volta diagnosticati i primi casi, questi sono stati costretti alla quarantena nei fatiscenti dormitori in cui vivono anche 25 persone, dove è pressoché impossibile mantenere il giusto distanziamento sociale, tantomeno creare degli spazi isolati per gli infetti. In questo senso, il rispetto delle regole e una risposta sanitaria che non faccia distinzioni sulla pelle dei cittadini sono sicuramente più efficaci di qualsiasi applicazione.

Dovremmo quindi riflettere meglio sia sull’utilizzo di tecnologie di tracciamento simili, la cui efficacia è alquanto discutibile, sia sul potere che potremmo incautamente concedere ai governi, in nome di un pedissequo voto d’ubbidienza. Se si vuole sfruttare lo strumento tecnologico è bene sottoscrivere un accordo il più trasparente possibile: i governi dovranno chiarire qualsiasi tipo di questione legata a privacy, utilizzo dei dati raccolti, efficacia e prevenzione del contagio, sorveglianza. I cittadini devono essere assolutamente consapevoli di ciò che stanno cedendo in nome della ipotetica salvaguardia della loro salute: potrebbe non valerne la pena.

La pandemia ha sostanzialmente messo tutto in secondo piano, anche il rispetto di alcuni dei diritti fondamentali di cui godiamo. Ma questo non deve essere un pretesto per porre i cittadini di fronte a una scelta tra la prevenzione della malattia e il rispetto dei diritti. Compito dello stato è trovare il modo di farli coesistere.

 

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Immagine: Singapore, marzo 2020. Regole di distanziamento sociale messe in pratica; posti a sedere alternati in locali pubblici (ristoranti, negozi di alimentari) per ridurre il rischio di ulteriore trasmissione. Crediti: kandl / Shutterstock.com

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