3 marzo 2020

Singapore, informazione diffusa, esperienza e responsabilità per fermare il Coronavirus

Nelle azioni messe in atto dai diversi Paesi per contrastare l’epidemia di Covid-19, Singapore potrebbe rappresentare per certi versi un modello da imitare, nonostante i contagiati siano 102, un numero piuttosto elevato tenendo conto di una popolazione complessiva di soltanto 5,6 milioni di abitanti. Le persone guarite e dimesse dagli ospedali sono state finora 72 e non ci sono stati decessi. Questi dati, pur riconoscendo che il sistema sanitario di Singapore si attesta su standard elevati, potrebbero risultare alla fine casuali e, purtroppo, suscettibili di evoluzioni.

Quello che però ha colpito di più gli esperti è stata la capacità di tracciare tutti i passaggi del contagio e ottenere la collaborazione della popolazione senza creare allarmismi. Il modello Singapore, a cui molti Paesi stanno guardando, non si caratterizza infatti per l’efficacia delle cure, che procedono per tentativi come in ogni altra parte del mondo; la sua particolarità è legata soprattutto alle modalità di comunicazione fra cittadini e istituzioni, in particolare di quelle preposte alla salvaguardia della salute pubblica. La comunicazione è stata improntata a trasparenza e massima diffusione delle notizie, chiarezza delle indicazioni date alla popolazione sui comportamenti da tenere, rapidità nell’operare delle scelte, coinvolgimento attivo delle persone per assicurare il contenimento del contagio e la tracciabilità della sua diffusione. Le misure prese, per quanto rigorose, accompagnate dalle informazioni necessarie hanno evitato sensazioni di insicurezza e di sbandamento. Scuole, uffici, luoghi pubblici e mezzi di trasporto, ad esempio, sono sempre rimasti in funzione, anche se sono stati ridotti gli incontri e gli scambi tra i diversi luoghi di istruzione e di lavoro.

Per quanto riguarda la possibilità che l’epidemia si estenda a causa della mobilità delle persone, in generale molto elevata, Singapore ha introdotto un divieto di ingresso per tutti gli stranieri provenienti dalla Cina (ma non da Hong Kong e Macao). Per i cittadini e per i residenti che tornano dalla Cina sono previsti 14 giorni di congedo obbligatorio dal lavoro e 14 giorni di quarantena se sono passati dall’Hubei; tutte le misure sono state rispettate con attenzione dalle persone coinvolte. Attraverso la collaborazione della popolazione e tecnologie adeguate è stato possibile ricostruire e mappare il percorso del contagio, in modo da isolarlo. L’esperienza accumulata con le precedenti epidemie – la SARS che nel 2003 fece più 33 vittime e l’influenza suina che contagiò nel 2011 400.000 persone – ha favorito la risposta di Singapore, che ha istituito da subito aree per isolare i malati e ha operato fin dall’inizio per il contenimento e la mappatura rigorosa dei contagi. Naturalmente, il cosiddetto modello Singapore non è facilmente esportabile, per le dimensioni ridotte del Paese, per l’omogeneità del territorio e anche per una forte tradizione culturale che fa prevalere l’interesse collettivo su quello individuale e assegna grande importanza al rispetto delle regole di decoro e di convivenza.

Singapore è una realtà con alti tassi di immigrazione, in cui convivono diverse etnie (quella cinese è maggioritaria, esistono però diffuse componenti di malesi e di indiani) e di diverse religioni (buddismo, cristianesimo, islam, taoismo); una realtà complessa che in passato ha prodotto tensioni e violenze interetniche. Le istituzioni sono molto attente a mantenere l’equilibrio fra le diverse culture e istanze e non ci sono stati segnali di insofferenza verso categorie specifiche. Queste condizioni non si presentano nella maggior parte dei Paesi colpiti dal contagio e le risposte devono essere, almeno in parte, rimodulate o ripensate. Può essere d’esempio però il modello comunicativo, che pur non censurando le notizie, ma al contrario cercando di dare la massima diffusione ai dati reali, ha incrementato la fiducia dei cittadini e ha evitato il diffondersi dell’allarmismo, che ha invece caratterizzato altri Paesi, dove si sono verificati sussulti di xenofobia, accaparramenti di generi di prima necessità, diffusione di notizie false in grado di generare il panico. 

 

                         La diffusione del Coronavirus in Italia e nel mondo

 

Immagine: Una donna indossa la mascherina contro il contagio da Coronavirus durante il Thaipusam, Singapore  (8 febbraio 2020). Crediti: Jerome Quek / Shutterstock.com

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